3 Luglio 2022

Border Necropolitics: la politica dei respingimenti ai confini dell’Europa

Si calcola che nel 2021 4.404 persone siano morte annegate mentre cercavano di raggiungere le coste spagnole. Oggi, a differenza del 2013, nessuno sembra sentirsi in colpa. Tre storie (sui soccorsi, sui trafficanti e sui governi dei paesi vicini) spiegano la crescente indifferenza e accettazione dell’idea che queste morti, spesso verificatesi per omissione di soccorso, siano gli inevitabili effetti collaterali delle politiche europee volte a ridurre gli arrivi di migranti.

Il cimitero del Mediterraneo

Questa non è l’Europa in cui vogliamo vivere“, aveva detto la commissaria europea per gli Affari interni, Cecilia Malmström, quando 366 persone sono persero la vita al largo dell’isola di Lampedusa, nell’ottobre del 2013. Otto anni dopo, il bilancio ufficiale delle vittime nel Mediterraneo ha superato i 23.000 morti. In realtà ce ne sono molti di più. La maggior parte dei morti è scomparsa prima di poter essere conteggiata, come è successo anche nel deserto del Sahara (che in termini migratori è considerato un’estensione del Mediterraneo).

Secondo il rapporto annuale della ONG Caminando Fronteras (Front Line Defenders), solo nel 2021 4.404 persone sono annegate mentre cercavano di raggiungere le coste spagnole. Ai numeri del 2021 si aggiungono i rifugiati e richiedenti asilo morti per congelamento al confine con la Polonia e quelli che sono annegati nel Canale della Manica nei in tentativi sempre più disperati di raggiungere il Regno Unito.

Fermare i soccorsi, combattere i trafficanti e respingere i rifugiati

Oggi però, a differenza del 2013, nessuno sembra sentirsi colpevole. Questa indifferenza può essere spiegata da una triplice svolta nelle storie sulle morti ai confini. La prima risale alla fine del 2014, quando il soccorso marittimo ha smesso di essere la priorità. Il discorso sulla necessità di salvare vite umane è continuato, ma a quel punto la tesi è diventata che il modo migliore per farlo fosse porre fine alle operazioni di soccorso, presentate come un incoraggiamento per i migranti a rischiare la vita. La logica era che con più controllo e più rimpatri, si sarebbero verificate meno partenze e, quindi, meno morti. Dopotutto, chi avrebbe osato rischiare la vita sapendo che non sarebbe stato salvato o che sarebbe stato rimandato indietro immediatamente? “Affogare un immigrato per salvarne un altro” aveva riassunto il Telegraph.

La seconda svolta è arrivata con la crisi dell’accoglienza dei rifugiati del 2015. A quel punto, la politica del “salvare vite” si è trasformata in un’operazione di “contrasto e lotta contro i trafficanti”. Il ragionamento era che la distruzione delle barche che trasportavano i migranti non solo avrebbe salvato le loro vite, ma avrebbe anche assicurato che non cadessero vittime di schiavitù. Il soccorso, quindi, ha assunto una connotazione “preventiva”, trattenendo i migranti sulla terraferma. A livello narrativo, i trafficanti sono stati indicati come i responsabili da condannare. Quanto più feroce e brutale era la loro rappresentazione, tanto più umana e libera da responsabilità sembrava potesse essere la politica di frontiera europea.

A partire dal 2020, l’utilizzo dei rifugiati come ‘armi’ contro l’Ue (Turchia nel febbraio 2020, Marocco nel maggio 2021 e Bielorussia nell’autunno del 2021) ha impresso la terza grande svolta in questa storia. Ad ogni crisi, l’Unione europea si è scandalizzata del “cinismo” e dell’“indecenza” dei governi di questi paesi, mentre, allo stesso tempo, non ha esitato a dichiarargli “guerra” sia nei toni che nei fatti (ad esempio, con il dispiegamento di eserciti nazionali lungo i confini). In questa nuova situazione, non si parla più di salvare vite. La questione principale è non cadere nella “trappola”. E la trappola è rappresentata dai migranti che, si dice, vanno fermati e rispediti a casa il prima possibile. Quindi, la posizione attuale è che ogni strumento è lecito se si tratta di proteggere i “confini e l’integrità territoriale” dell’Ue.

La necropolitica per “difendere” i confini

Tre storie in poco più di otto anni: fermare i soccorsi in modo che i migranti smettano di partire; combattere i trafficanti per tenerli sulla terraferma; e rimandarli indietro, non importa come, e il prima possibile, come risposta perentoria alle minacce dei paesi vicini. Queste non sono semplici giustificazioni. Il potere della storia è profondamente performativo. Sono le interpretazioni (più dei fatti) a determinare le nostre risposte. È così che, da queste storie, emergono le politiche, a partire dal drastico ridimensionamento della capacità di soccorso delle guardie costiere sulla sponda nord del Mediterraneo, le cui responsabilità di soccorso vengono appaltate in qualsiasi modo alle autorità dei paesi sulla sponda meridionale; la criminalizzazione delle Ong che lavorano nelle aree di confine tramite la presentazione dei rifugiati come delle armi, la normalizzazione dei respingimenti in mare e la sospensione del diritto di asilo.

Siamo diventati inconsapevolmente l’Europa che non volevamo diventare, non solo perché abbiamo normalizzato la morte di migliaia di persone alle nostre frontiere ogni anno (tra cui centinaia di bambini), ma anche perché abbiamo accettato che queste morti, spesso avvenute per omissione di soccorso, siano solo effetti collaterali delle nostre stesse politiche per ridurre gli arrivi. In questo senso, non sono solo morti accidentali, ma fanno parte della necropolitica di confine, che sacrifica la vita di alcune persone (i non-cittadini, gli outsider, coloro che non sono visti come appartenenti a “noi”) per salvare il diritto degli Stati a “difendere” i propri confini.

***Questo articolo ha ricevuto finanziamenti dal programma di ricerca e innovazione ‘2020 Horizon Europe research innovation program’  della Commissione europea, nell’ambito della convenzione di sovvenzione numero 101004564 (progetto BRIDGES). I contenuti dell’articolo sono di esclusiva responsabilità dell’autore/i e non riflettono necessariamente le opinioni dell’Unione Europea. La Commissione europea e l’Agenzia esecutiva per la ricerca europea non sono responsabili dell’uso che potrebbe essere fatto delle informazioni contenute in questo articolo.

Foto di copertina EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON

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