Esattamente 123 anni fa, l’Italia, la Germania e il Regno Unito imponevano un blocco navale contro il Venezuela, dispiegando le loro marine per fare pressione sull’indebitato governo di Caracas affinché ripagasse i propri debiti. In quell’occasione il Presidente statunitense Theodore Roosevelt elaborava un corollario alla Dottrina Monroe che, di fatto, giustificava l’intervento statunitense in America Latina nel caso in cui “i dettami della civiltà” fossero a rischio. Al tempo, la crisi venne risolta da un arbitrato internazionale.
Oggi, con un sistema di diritto internazionale molto più sviluppato e complesso, il blocco navale americano, che sembra in parte giustificato più dal corollario Roosevelt che dalla dottrina Monroe, si è tradotto in un intervento militare diretto di portata storica.
Le Cancellerie europee tra due poli
Come c’era da aspettarsi, l’arresto del Presidente venezuelano Nicolàs Maduro il 3 gennaio scorso ha generato reazioni diplomatiche molto forti e un diffuso senso di incredulità tra i leader europei. In questo contesto, le reazioni a caldo della Cancellerie europee sono state allineate nella sostanza ma profondamente divergenti tra loro nella forma.
Due tendenze sono emerse. La prima è stata quella di cauta attesa per l’evolversi degli eventi, unita alla condanna del regime venezuelano. La seconda è stata di aperta denuncia per l’azione americana, unita ad una grave preoccupazione per l’intervento militare. Il capo di Stato più esposto sulla linea della cautela, al contrario di quanto riportano alcuni media, è stato probabilmente il Presidente Emmanuel Macron, il quale ha celebrato su X la ritrovata libertà del popolo venezuelano e, pur non facendo esplicito riferimento all’intervento americano, ne ha implicitamente approvato il fine. La posizione italo-tedesca è stata, in confronto, più tiepida e critica.
Le dichirazioni di Germania e Italia
Il cancelliere Friederich Merz e Giorgia Meloni, nelle rispettive dichiarazioni, hanno sì sottolineato il carattere non democratico del regime e, nel caso italiano, anche sottinteso una possibile illegittimità dell’attuale Venezuela secondo il diritto internazionale (chiamandolo entità statuale) ma hanno anche considerato l’intervento “complesso” (nel caso tedesco) o “legittimo solo se preventivo” (nel caso italiano).
L’Italia è andata un poco oltre offrendo uno spunto interpretativo e parlando di intervento legittimo in caso di guerra ibrida contro il narcotraffico. In entrambi i casi, le dichiarazioni non nascondono che ci sia stata una chiara criticità nel modo in cui l’arresto è stato condotto che meriti, se non altro, una sua definizione giuridica.
Le posizioni di Spagna e Francia
Dalla parte opposta dello spettro, troviamo la Spagna di Pèdro Sanchez e, paradossalmente, il governo francese. La posizione spagnola ormai è stata chiaramente definita come quella più intransigente nei confronti dell’amministrazione Trump in Europa: dal rifiuto del 5% per le spese per la Difesa volute dalla Nato fino ai rapporti con Israele, il Primo ministro spagnolo negli ultimi mesi ha mostrato una nettezza di posizioni nuova per la Spagna e poco seguito dagli altri leader europei. Sul caso Venezuela, Sanchèz ha scelto la via della denuncia aperta, definendo l’arresto di Maduro una palese violazione del diritto internazionale e firmando una dichiarazione congiunta in tal senso con diversi Paesi sudamericani (Brasile, Cile, Colombia, Messico, Uruguay).
Forse più sorprendente la reazione del governo francese. Infatti, mentre il Presidente Macron festeggiava su X la (presunta) caduta del regime, il ministro degli esteri repubblicano Jean-Noel Barrot definiva l’attacco “condannabile secondo le leggi internazionali” e notava come molti membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu stiano ripetutamente usando illegittimamente la forza, sollevando una sensibile equiparazione. Le divergenze tra governo e Presidente in Francia non sono rare in tempi di cohabition ma evidentemente questo ha implicazioni più gravi quando Esecutivo e Presidente sono politicamente allineati.
La risposta europea
Per quanto riguarda l’UE, le risposte dell’Alto Rappresentante Kaja Kallas e della Presidente Ursula Von der Leyen si sono situate nel mezzo delle due polarità, come era da aspettarsi. Da una parte, c’è stato un invito generico ai membri del Consiglio di Sicurezza Onu a rispettare il diritto internazionale. Dall’altra, si è ricordata l’illegittimità del governo venezuelano e quindi del Presidente Maduro e quindi la soddisfazione per la sua deposizione.
Quello che gli eventi venezuelani ci dicono sulla posizione europea sembra essere abbastanza chiaro e indica una diffusa preoccupazione per il modo in cui è stato condotto l’intervento. In effetti, l’approccio strategico di questa Amministrazione Trump sembra quello di risolvere le crisi con interventi chirurgici e ad alto impatto (ricordiamo il bombardamento dei siti nucleari iraniani il 22 giugno 2025) che evitino impegni sul lungo termine e campagne militari complesse.
È evidente come questo non possa convivere con una lunga gestazione in sede Onu, soprattutto in tempi di totale impotenza dell’organizzazione. D’altro canto, quando questo potere di intervento chirurgico diventa discrezionale, l’uso della forza viene di fatto consolidato e può spingere all’emulazione.
Nelle ultime ore, lo shock psicologico del rapido intervento militare in Venezuela sta spingendo gli Stati Uniti ad insistere con maggiore convinzione sulle proprie richieste di sicurezza, come nel caso della Groenlandia. In questo caso, la posizione europea non potrà che convergere sempre più, al di là delle sfumature politiche.
In un mondo che somiglia sempre più a quello di inizio ‘900 che agli anni ’90, il paradigma della politica internazionale sta cambiando. Se è vero, come ha sostenuto Viktor Orbàn commentando il caso venezuelano, che l’ordine liberale è morto e un altro ne verrà, l’Europa può trovare un posto in questo ordine internazionale post liberale o – cosa al momento più probabile – esserne la vittima.
Ricercatore nel programma “UE, politica e istituzioni” dell’Istituto Affari Internazionali. I suoi interessi di ricerca includono gli sviluppi della politica estera e di sicurezza comune (Pesc) e del Fondo europeo per la difesa.






