La Turchia è il pantano mediorientale

Gli attacchi statunitensi contro l’Iran hanno aperto una fase che sfugge alle categorie tradizionali della vittoria e della sconfitta. Da un lato, la superiorità militare occidentale è evidente; dall’altro Teheran continua a esercitare una capacità di resistenza e di adattamento che impedisce una chiusura rapida del conflitto. Il risultato è un sistema regionale sotto pressione, in cui le linee di faglia – tra Iran sciita e mondo sunnita, tra asse antisraeliano e normalizzazione con Israele, tra potenze regionali e attori globali – si riattivano simultaneamente.

È in questo prisma mediorientale che si inserisce il ruolo della Turchia del presidente Erdogan. Ankara condivide con Teheran una lunga storia di competizione e coesistenza: membro della Nato, proiettata verso il Mediterraneo e il Golfo, ha costruito negli ultimi anni una postura fortemente dinamica, che in alcuni casi ha incontrato un’accoglienza sfavorevole da parte statunitense, e ha cercato invece di intercettare un consenso politico sempre più ampio nel mondo arabo.

In questo contesto fluido e polarizzato, la domanda diventa inevitabile: la Turchia può essere ancora considerata una potenza regionale in grado di attrarre interessi strategici, diplomatici e politici? Oppure il “pantanomediorientale rischia di ridimensionarne le ambizioni?

Una guerra che ridefinisce le gerarchie regionali

La guerra sembra quindi entrare ora in una fase di transizione, caratterizzata da un’offensiva militare intensa e pianificata da Stati Uniti e Israele, che ha prodotto risultati operativi rilevanti, ma non ha piegato l’Iran né chiarito gli obiettivi strategici finali. Il conflitto si sta trasformando in una crisi più ampia, il cui fattore tempo e la capacità di resistenza diventano centrali.

Da qui è ipotizzabile si aprano tre scenari. Il primo è quello dell’escalation, con un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti sul terreno: un’opzione che segnerebbe un salto qualitativo nel conflitto e ne allargherebbe inevitabilmente la portata regionale. Il secondo è quello del degenerare e del radicarsi della guerra, con un prolungamento delle ostilità e un uso crescente di strumenti indiretti – dalla pressione sulle infrastrutture energetiche alla destabilizzazione regionale – che renderebbero il conflitto sempre più costoso e difficile da contenere. Il terzo è quello di una de-escalation parziale, di un cessate il fuoco, che tuttavia difficilmente risponderebbe agli interessi di Teheran e rischierebbe quindi di restare instabile e reversibile.

È in questa incertezza strategica che si ridefiniscono le gerarchie regionali. Se da un lato la guerra sta già producendo effetti indiretti su attori come la Russia di Vladimir Putin, dall’altro apre spazi di manovra anche per la Turchia di Erdogan. Ankara, grazie alla sua posizione geostrategica e al suo ruolo nella Nato, si trova al centro delle traiettorie del conflitto: lo dimostra anche il rafforzamento del dispositivo difensivo sul suo territorio, con il dispiegamento di nuovi sistemi Patriot dopo l’intercettazione di missili provenienti dall’Iran.

La Turchia tra ambizione e ambivalenza

Simultaneamente esposta ai rischi della guerra e potenzialmente rafforzata dalla sua evoluzione, Ankara – tra vulnerabilità e opportunità – si colloca oggi tra gli attori più rilevanti nel ridefinire gli equilibri di una regione che va dal Mar Nero, al Mar Mediterraneo al Medio Oriente allargato. La Turchia di Erdogan continua infatti a rivendicare un ruolo attivo. Non è un caso che il ministro degli Esteri Hakan Fidan abbia recentemente ribadito la disponibilità di Ankara a ospitare nuovi negoziati tra Russia e Ucraina, in un dialogo diretto con Sergei Lavrov. Il messaggio è chiaro: la Turchia intende accreditarsi come piattaforma diplomatica permanente, capace di operare su più dossier simultaneamente. Non solo: vuole evitare che i numerosi conflitti presenti nel suo vicinato minino la stabilità di cui un paese (già provato da anni di crisi economica) ha necessità per crescere economicamente.

Questa attivazione diplomatica si accompagna a un’esposizione crescente sul piano della sicurezza. Il dispiegamento di nuovi sistemi Patriot nel sistema del sud del Paese, dopo l’intercettazione di missili proveniente dall’Iran, segnala come il conflitto non sia esterno, ma lambisca direttamente lo spazio strategico turco.

Una potenza regionale alla prova

La linea della prudenza sembra dunque guidare le decisioni del governo turco: evitare escalation dirette, insistere sulla via diplomatica, senza però assumere un ruolo pienamente incisivo nella gestione della crisi, è la strategia coerente con l’obiettivo di non essere trascinata nel conflitto, ma inevitabilmente meno visibile sul piano della leadership. Dal canto suo, Teheran ha scelto di differenziare gli attacchi nella regione, evitando uno scontro diretto con Israele – che sapeva difficilmente sostenibile – e distribuendo invece la pressione su più livelli e attori. Questo ha frammentato ulteriormente il quadro regionale, rendendo più difficile per la Turchia catalizzare interessi e costruire una posizione egemonica.

Responsabile del Programma Formazione e ricercatrice dell'Istituto Affari Internazionali per il programma Mediterraneo e Medio Oriente e Africa. È membro dell’Editorial Committee della rivista The International Spectator e di COST (European Cooperation in Science and Technology).

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