1 Ottobre 2022

Jihad Islamica e missili israeliani: torna la guerra a Gaza

Ad un anno di distanza, è tornata la guerra nella Striscia di Gaza. Questa volta, l’obiettivo dell’esercito israeliano, non è stato il gruppo che governa la Striscia e che molti considerano terrorista, Hamas, ma un suo sodale, la Jihad Islamica. Tre giorni di combattimenti contro gli undici dell’anno scorso, che hanno segnato per Israele una vittoria militare ma che hanno comunque lasciato la scia di morte soprattutto tra i civili della Striscia, non è ancora chiaro a causa delle batterie dell’Israeli Defence Force o degli errori di lancio dei razzi, oltre mille per la maggior parte intercettati dal sistema antimissile israeliano, da parte del gruppo islamista. Una cosa è chiara: i tre attori in campo hanno tutti ottenuto una vittoria che potranno spendere ai fini della propaganda, necessaria ad affrontare i prossimi mesi.

La situazione del governo israeliano

A cominciare dal governo israeliano, che il prossimo primo novembre sarà impegnato in una nuova tornata elettorale. Da sempre la questione di sicurezza è al centro dei programmi elettorali e dei desiderata di un popolo che, in pace vera, non ha mai vissuto. L’attuale governo che guidava una coalizione che andava dall’estrema sinistra all’estrema destra, con l’innesto dei partiti arabi e coordinata dal partito di destra di Naftali Bennett e poi, a rotazione, da quello di centro destra di Yair Lapid, attuale premier, non ha mai smesso di accreditarsi come “difensore della patria”, anche se considerato debole sul fronte della sicurezza.

Gli attacchi terroristici nelle città israeliane hanno scalfito non poco il governo. Se Bennett, come già Netanyahu, non ha mai fatto mistero di non accettare l’idea della nascita di uno stato palestinese, Lapid pur mostrandosi propenso allo stato di Ramallah, non ha voluto, in chiave elettorale mostrarsi debole. Questo nonostante il suo ministro della difesa, lo stesso che ha coordinato sia durante la guerra dell’anno scorso che in questa, Benny Gantz (che nel suo curriculum militare da capo dell’esercito ha comandato diverse volte l’esercito in azioni più o meno gravi e lunghe contro la Striscia), si sia prodigato per annullare le distanze che Netanyahu aveva messo tra Israele e Palestina.

La posizione di Abu Mazen e Ramallah

Gantz ha incontrato più volte in un anno il presidente palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas), sia a Ramallah che in Israele. Ma Fatah non è Hamas, Mahmoud Abbas non controlla i gruppi terroristici della Striscia (secondo i più, non controllerebbe nemmeno il suo partito). E proprio una presidenza palestinese debole, l’assenza di elezioni che mancano dal 2006, annunciate l’anno scorso e poi cancellate per paura di perderle, ha aumentato il malcontento in Palestina. Sia ben chiaro: Gaza e Ramallah vanno trattate in maniera diversa, sono facce distinte della stessa medaglia. Non si può prescindere da entrambi per affrontare il problema palestinese anche nell’ottica di garantire e assicurare le legittime aspirazioni ad uno stato per i palestinesi. Ma Abu Mazen non è più rappresentativo e dai più è solo considerato un agente israeliano. Non a caso sono aumentati i raid dell’esercito israeliano in Cisgiordania, con il coordinamento di sicurezza dell’esecutivo di Ramallah.

Tutto questo, non ha fatto che aumentare il dissenso nei confronti di Mahmoud Abbas e aumentare il grado di infiltrazione di idee fondamentaliste e anti israeliane soprattutto tra i giovani palestinesi in Cisgiordania. Prova ne sono le ultime elezioni amministrative e nei consigli studenteschi delle università cisgiordane, dove candidati Hamas, anche se questa non si è presentata formalmente, hanno ottenuto enormi successi.

Hamas tra mediazione e distacco

Hamas sembra essersi disinteressata dall’operazione “Breaking Dawn”. Anzi, ha funto da mediatrice con Egitto e Qatar per il cessato il fuoco. Sembra, perché è difficile che non l’abbia fatto. Dopotutto, se è vero che Hamas e Jihad erano su posizioni diverse per le elezioni palestinesi con i primi favorevoli alla tornata e i secondi no, è impensabile che Hamas si sia disinteressata completamente del conflitto. Non a caso, tra le vittime ci sono stati anche alcuni membri, con un leader, delle Brigate Ezzedin al-Qassam, riconducibili ad Hamas, anche se in tutti i comunicati diffusi i governanti di Gaza non hanno dichiarato il loro appoggio concreto.

Hamas ha temuto che, entrando in guerra, la sua popolazione si potesse ribellare considerando le sofferenze a cui avrebbe dovuto sottostare, come quelle derivanti dalla guerra dell’anno scorso. L’operazione della Jihad è certamente un problema anche per Hamas, che da mesi stava negoziando uno scambio di prigionieri con Israele. Ma allo stesso tempo, Hamas non può lasciare alla Jihad Islamica il patentino di unico difensore dei palestinesi. Dopotutto l’operazione di quest’anno è nata proprio per questo.

Le ragioni dell’escalation

L’anno scorso, la scintilla che fece esplodere il conflitto fu più politica, legata agli sgomberi forzati di palestinesi da Gerusalemme est, che portarono a scontri anche sulla Spianata delle Moschee. Questa volta invece l’escalation militare ha avuto altra origine. Nella notte fra l’1 e il 2 agosto, l’esercito israeliano ha arrestato a Jenin, in Cisgiordania, Bassam al-Saadi, comandante della Jihad Islamica in Palestina. Jenin è la città cisgiordana da sempre una spina nel fianco per Israele. Da qui, infatti, provengono la maggior parte dei responsabili degli attentati che nei mesi scorsi in undici giorni hanno ucciso 14 persone in Israele. In risposta l’esercito ha organizzato numerose azioni in Cisgiordania contro terroristi, fiancheggiatori e presunti tali, che hanno fatto una trentina di vittime. A ordinare alcuni di questi attacchi contro le città israeliane, eclatante quello nel centro di Tel Aviv, secondo gli israeliani proprio Bassam al Saadi.

Durante uno di questi raid dell’esercito israeliano a Jenin, l’11 maggio scorso ha perso la vita la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, uccisa probabilmente da un militare dell’esercito israeliano che, con il suo reparto, era impegnato in uno scontro con dei militanti palestinesi. Subito dopo l’arresto di al-Saadi, che comunque è una vecchia conoscenza delle carceri israeliane, la Jihad islamica aveva minacciato violente ripercussioni. Da qui la scelta di una azione preventiva, con l’attacco israeliano a Gaza nel quale sono stati uccisi due leader della Jihad e che ha dato il via all’escalation di tre giorni.

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