3 Luglio 2022

Il Myanmar sotto scacco della Giunta militare

Pubblichiamo in esclusiva per AI l’articolo di Piero Fassino, presidente della Commissione esteri, già incaricato speciale per la UE in Myanmar (2007-2011), sulla crisi birmana
A poco più di un anno dal golpe in Myanmar l’emergenza sotto il profilo umanitario e dei diritti civili e politici si fa, via via, sempre più drammatica. Nonostante i numerosi appelli della comunità internazionale e le sanzioni imposte da vasta parte dei Paesi occidentali, molti Stati asiatici, invocando il rispetto della sovranità nazionale, tendono a chiudere gli occhi di fronte ad una tragedia che, ogni giorno, coinvolge una vastissima parte della popolazione. E il piano in cinque punti proposto dall’Asean per far uscire la Birmania dalla crisi giace inerte.

Repressione del dissenso 

Nonostante alcuni atti di amnistia con cui la Giunta militare tenta di darsi un volto meno feroce, ai 1600 omicidi commessi dalla polizia e dall’esercito, la compressione dei diritti sociali e politici ha portato ad un numero impressionante di sfollati: oltre 400mila, infatti, non hanno più una abitazione e più di 30 mila persone hanno chiesto asilo agli  Stati confinanti.
Stiamo assistendo, dunque, ad una delle più brutali pianificazioni di migrazioni del XXI secolo. Così come prosegue, senza sosta, il silenziamento sistematico delle sacche di dissenso che, eroicamente, resistono in alcune zone del Paese. Di pochi giorni fa è la notizia di un ennesimo procedimento giudiziario nei confronti di Aung Saan Su Kyi per presunti brogli, peraltro da nessun osservatore rilevati o denunciati, circa le ultime elezioni dell’ottobre del 2020.

Covid-19, crisi economica, tensioni geopolitiche

Ma la tragedia dell’ex Birmania si consuma ed è destinata ad assumere aspetti ancor più devastanti anche a causa della pandemia da Covid-19: l’assoluta impreparazione del governo militare sul tema e la gestione deficitaria – anche a causa degli arresti che hanno decimato il personale sanitario – della campagna vaccinale aggiunge un nuovo, devastante fronte, all’emergenza gravissima già in atto.
Uno scenario ulteriormente aggravato dalla crisi economico-finanziaria che investe il Paese. Solo nel 2021, infatti, si è registrata una contrazione-monstre del Pil pari al 20%, esponendo il Myanmar all’invasività della Cina, che intravedendo la possibilità di una facile “scalata” all’economia birmana, espande così ancor di più l’influenza politica nel sud-est asiatico.
La crisi birmana – unitamente alle tensioni su Taiwan, alla instabilità dei paesi dell’Asia centrale, al ritorno dei talebani in Afganistan e al ristabilimento di una rete organizzata del terrorismo islamico in Paesi limitrofi – contribuisce a destabilizzare una immensa area geopolitica che rischia di scivolare sotto le morse dell’autoritarismo e della negazione sempre più sistematica dei diritti umani e sociali.

EPA/STRINGER

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