2 Ottobre 2022

Il lungo cammino del federalismo europeo

Come era facilmente prevedibile, il discorso di Mario Draghi davanti al Parlamento europeo, non si è discostato molto dalle sue dichiarazioni programmatiche all’atto della sua investitura a presidente del Consiglio più di un anno fa.

Costruire il federalismo europeo

Draghi rimane infatti un convinto europeista e sostenitore di quello che ha definito un “federalismo pragmatico“, che governi le trasformazioni in tutti i settori chiave dell’Ue, dalla politica sanitaria a quella energetica, dall’immigrazione alla politica estera. Un federalismo pragmatico costruito tuttavia su un “federalismo ideale” che si sostanzia dei valori fondanti dell’Unione, pace, solidarietà ed umanità. Oggi, diversamente di un anno fa, siamo anche di fronte ad un radicale mutamento geopolitico, conseguenza dell’aggressione russa in Ucraina. Quindi è necessario reagire con rapidità.

Draghi si è quindi soffermato su due elementi del “federalismo pragmatico”. Il primo è quello di un richiamo al successo del Next Generation EU che sta permettendo all’Ue di uscire dalle conseguenze negative della pandemia con il varo, anche se solo temporaneo, di nuove forme di governo e responsabilità comune. Il presidente del Consiglio propone quindi di riprendere questo modello anche per fare fronte alle conseguenze economiche, energetiche e finanziarie, della guerra scatenata da Vladimir Putin.

Il secondo elemento è quello di accelerare gli sforzi verso un sistema di difesa comune europea che renda credibili le maggiori spese che i singoli paesi si sono impegnati a varare all’indomani dell’attacco russo. Ma per rendere politicamente accettabile questo sforzo verso una difesa comune è anche necessario dotare l’Ue di una vera e propria politica estera che le permetta di usare il futuro strumento militare con efficacia e rapidità.

La condizione per arrivare a questo stadio è di eliminare del tutto il voto all’unanimità a favore della maggioranza qualificata. Ciò anche a costo di toccare un tabù per alcuni governi membri, quello di una necessaria modifica dei Trattati in questa direzione.

Ue, Usa, Nato: quali rapporti?

Uno dei punti su cui Draghi invece sorvola è quello dei rapporti fra Ue e Stati Uniti, proprio alla vigilia del suo primo viaggio a Washington da Joe Biden. L’unico accenno è quando parla degli investimenti nel campo della difesa che “devono essere fatti nell’ottica di un miglioramento delle nostre capacità collettive, come Unione europea e come Nato”, tenendo significativamente distinte le due istituzioni.

Sembra qui profilarsi la questione di due orientamenti diversi fra americani ed europei sul modo di gestire la crisi geopolitica in Europa. In effetti, dopo oltre due mesi di conflitto la situazione si è notevolmente aggravata. Vi è la sensazione che l’invasione russa dell’Ucraina si stia trasformando in una guerra fra Occidente e Oriente dell’Europa. Un rischio che non si era palesato neppure ai tempi della cortina di ferro, quando a confrontarsi erano Nato e Patto di Varsavia.

Gli Alleati dopo Ramstein

È con la strage di Bucha ad opera delle milizie russe che la guerra è cambiata. Anche gli stati europei più prudenti e reticenti, come la Germania, hanno deciso di trasferire armi sempre più sofisticate ed efficaci per respingere le truppe russe. Ma, soprattutto, a cambiare atteggiamento sono stati gli americani che, dopo le titubanze iniziali di non volere coinvolgere in nessun modo la Nato, rifiutando la richiesta di Zelensky di interdire ai russi i cieli dell’Ucraina, hanno deciso di affrontare di petto Putin.

Non solo hanno guidato gli occidentali nel varare le più severe sanzioni economiche mai adottate nel secondo dopoguerra, ma si sono addirittura spinti a sostenere la teoria che l’Ucraina potesse vincere la guerra. È quanto è emerso dalla recente riunione di Ramstein in Germania nel momento in cui il segretario alla difesa americano, Lloyd Austin, ha indicato come obiettivo finale quello di indebolire militarmente la Russia.

Una sfida chiaramente inaccettabile per Putin, che dopo avere clamorosamente perso la blitzkrieg contro Kyiv, non può perdere del tutto la faccia nei confronti del suo establishment. Ma allora, come è possibile raggiungere la pace o, almeno, un primo essenziale cessate il fuoco per avviare il dialogo?

La pace senza prospettive

A preoccupare, infatti, non è solo la guerra in atto, ma la completa mancanza di prospettive per un percorso politico e diplomatico che porti ad una soluzione negoziata del conflitto. Da questo punto di vista le minacce dell’America contro Putin non aiutano molto, se non vengono accompagnate anche da una parallela proposta di volontà negoziale.

È evidente che in vista di un negoziato le due parti cerchino di mettersi nella posizione di maggiore vantaggio possibile e che usino tutti i mezzi, comprese le minacce, per ottenere il risultato migliore. Ma dove stanno gli argomenti per avviare il negoziato? All’inizio della guerra Zelensky aveva proposto la neutralità dell’Ucraina, il riconoscimento della Crimea e una soluzione autonoma per le due province del Donbass.

Oggi invece il piatto negoziale è desolatamente vuoto. Vale davvero la pena appesantire il clima con riunioni così minacciose come quella di Ramstein? Vale la pena offrire oggi alle neutrali Finlandia e Svezia una rapida adesione alla Nato? Siamo davvero sicuri che gli interessi dell’Unione europea coincidano oggi con l’atteggiamento di sfida di Washington?

Una linea europea per il futuro

Non proprio. La via negoziale è la nostra priorità e finalmente a ribadirlo è ricomparso dopo un lungo silenzio Emmanuel Macron, in qualità di presidente di turno del Consiglio Ue, con una lunga telefonata a Vladimir Putin. Certo non basta, se è vero che un negoziato ha ragione di essere avviato solo se Zelensky e Putin decideranno di sedersi intorno ad un tavolo. Ma è altrettanto vero che l’Ue può e deve essere una parte essenziale in un tale eventuale tavolo. Anzi, dovrebbe premere molto di più perché i due contendenti decidano di sedersi e discutere.

L’Ue con il suo peso economico può infatti offrire all’Ucraina un grande patto di ricostruzione e associazione e alla Russia una futura cancellazione delle durissime sanzioni economiche. Ma deve farlo portando avanti una propria linea politica, non necessariamente coincidente con quella Usa. C’è quindi da chiedersi quanto Draghi saprà e vorrà farsi promotore a Washington di questa linea europea, che tuttavia diventerà credibile solo se le sue proposte di modifica dei Trattati entreranno davvero nella futura agenda dei 27. È questo forse il non detto nel discorso di Draghi al Parlamento.

Foto di copertina EPA/JULIEN WARNAND

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