5 Dicembre 2022

Biden in Arabia Saudita: il nuovo Medio Oriente ‘formato Jedda’

Rassicurare, (ri)allacciare, ridisegnare: ecco le coordinate del viaggio del presidente statunitense Joe Biden in Arabia Saudita. Sono tre le partite aperte che spingono ora Washington verso Riyadh: l’invasione russa dell’Ucraina, la penetrazione della Cina nel quadrante nonché il battesimo di una coalizione arabo-israeliana in chiave anti-Iran. Il ‘fattore energia’ le attraversa tutte e tre. Dopo un biennio freddamente dialettico, la politica estera americana in Medio Oriente e nel Golfo torna – comunque la si pensi – a privilegiare il realismo depotenziando la spinta idealista. E benedice il consolidamento di quell’ordine endogeno che gli Accordi di Abramo hanno avviato nel 2020, sull’asse Tel Aviv-Abu Dhabi.

Per gli Stati Uniti, rilanciare la partnership di sicurezza con i sauditi può accelerare, infatti, il consolidamento dei nuovi equilibri regionali, mentre i negoziati con l’Iran per il salvataggio dell’accordo sul nucleare paiono agonizzanti. La normalizzazione diplomatica fra Arabia Saudita e Israele non è più una chimera: per gli americani, già concentrati sull’Indo-Pacifico e il fianco orientale dell’Europa, sono più che mai fondamentali le alleanze arabo-israeliane, poiché funzionali a regionalizzare la gestione della sicurezza in Medio Oriente. In sostanziale continuità, a dispetto della diversità di toni, con la presidenza Trump. E non senza interrogativi per il futuro.

Biden e bin Salman: riposizionamenti e rivincite

La tregua nazionale in Yemen, sostenuta da Riyadh, è la buona notizia che Washington può esibire per raccontare un viaggio non certo facile, ancora inviso all’opinione pubblica americana e all’ala più liberal dei democratici USA. Non a caso, il presidente ha sottolineato che andrà nel regno “per un vertice più ampio”, quello di Jedda fra le sei monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo più Giordania, Iraq ed Egitto (CCG+3). Lì arriverà con un volo diretto da Tel Aviv: quasi un indizio della vera posta in gioco.

Per Biden, è un pragmatico, seppur amaro, riposizionamento politico, mentre Mohammed bin Salman può assaporare la rivincita. Infatti, c’è anche parecchio di personale nel gelo che ha caratterizzato, nel 2021-22, i rapporti fra Washington e Riyadh. I due leader non si sono mai parlati direttamente (seppur sia re Salman l’omologo del presidente), ma nelle monarchie del Golfo i rapporti personali sono il cuore della diplomazia. Biden è l’uomo che, da candidato, promise di trattare l’Arabia Saudita come uno Stato ‘paria’ per le violazioni dei diritti umani; poi diffuse, da presidente, il report CIA che indicava nel principe ereditario il mandante del brutale omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi. MbS è pur sempre colui che, in una recente intervista americana, ha affermato “non m’importa di ciò che Biden pensa di me”, per poi aggiungere che il regno non si fa problemi a rivolgersi ad altri mercati, come la Cina.

Verso una coalizione regionale

Il luogo del summit CCG+3, Jedda, è di per sé un messaggio. Certo, Jedda è la residenza estiva delle istituzioni saudite, meno rovente di Riyadh. Poi, appunto, non è la capitale del regno, a indicare che il summit è multilaterale e forse a smorzare i residui imbarazzi Usa circa la visita a MbS. Ma c’è di più. Jedda è la sintesi, geografica e simbolica, degli Accordi di Abramo che uniscono – e rafforzano – Golfo, Mar Rosso e Mediterraneo: regione (Hijaz) storicamente cosmopolita, città marittima del commercio e delle infrastrutture. Insomma, il ‘formato Jedda’ rappresenta il nascente ordine mediorientale.

Gli Stati Uniti stanno accompagnando la crescente cooperazione arabo-israeliana. Tre indizi. Primo, la Middle East Defense Air Alliance, già operativa secondo gli israeliani: un’alleanza di difesa aerea fra le monarchie del CCG, l’Egitto, la Giordania e Israele. L’obiettivo è unire le forze contro gli attacchi asimmetrici dell’Iran e dei suoi proxies (Gaza, Libano, Iraq, Siria, Yemen), contenendone o neutralizzandone le azioni di “difesa avanzata”. Tra l’altro, il sistema di difesa israeliano Iron Dome, che intercetta missili a corto-medio raggio e droni, potrebbe aiutare molto Arabia Saudita ed Emirati contro gli attacchi degli houthi yemeniti: il sistema americano Patriot, in  dotazione alle monarchie, è studiato per i missili a lungo raggio, ma non per intercettare i droni, che volano più bassi. Proprio Israele ha appena testato, con successo, Iron Beam, l’intercettore laser per droni.

Secondo, gli statunitensi stanno facilitando l’accordo indiretto fra Arabia Saudita e Israele per le isole di Tiran e Sanafir, cedute dall’Egitto ai sauditi nel 2016. Un cambiamento di sovranità che richiede l’approvazione israeliana poiché le isole del Golfo di Aqaba, già demilitarizzate, sono parte dell’accordo di pace Israele-Egitto (Camp David 1978).

Terzo, la cooperazione marittima: dal 2021, NAVCENT (il Comando Centrale delle Forze Navali USA) ha coordinato esercitazioni navali congiunte nel Mar Rosso fra Israele e le monarchie CCG, incluse Arabia Saudita e Oman. Il perimetro strategico degli Accordi di Abramo è dunque maggiore dei paesi firmatari e genera ricadute economiche e di sicurezza più ampie.

Gli obiettivi Usa in Medio Oriente

Per gli Stati Uniti, promuovere coalizioni di sicurezza in Medio Oriente ha ora tre obiettivi: frenare l’Iran, arginare la penetrazione tecnologico-militare di Cina e, in misura minore, della Russia nella regione, perseguire il graduale disimpegno USA dal quadrante. Infatti, la cooperazione e persino l’integrazione della difesa fra gli alleati mediorientali (soprattutto aerea e marittima) rientra in quel concetto di “deterrenza integrata” che il Pentagono ha appena inserito nella National Security Strategy 2022. E che si ritrova nel nuovo Strategic Concept Nato approvato a Madrid, quando si riafferma la “sicurezza cooperativa” accanto alla “deterrenza e difesa”. Sarà lungimirante appaltare’, di fatto, la sicurezza del Medio Oriente all’asse Tel Aviv-Riyadh-Abu Dhabi, specie se l’Iran dichiarasse il ‘game over’ rispetto all’accordo nucleare? L’interrogativo accompagnerà il viaggio di Biden, e oltre.

Foto di copertina EPA/ATEF SAFADI

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