Giorgio Cafiero: Iran, “l’escalation è già in atto, senza esclusione di colpi”

La struttura del regime iraniano era costruita per resistere anche alla decapitazione dei vertici. Persino il colpo tremendo subito con l’uccisione della guida suprema Khamenei non necessariamente porta al collasso delle istituzioni. Mi aspetto che l’apparato di sicurezza rimanga in piedi, compatto e coeso almeno nel breve periodo”. L’azzardo dell’attacco israelo-americano è ben chiaro nelle parole di Giorgio Cafiero, docente italo-americano della Georgetown University di Washington. Nato negli Stati Uniti, padre milanese, Cafiero segue da anni le questioni di sicurezza dell’area. Ha fondato e dirige l’istituto “Gulf State Analytics”, centro studi e di consulenza geopolitica proprio sui Paesi aderenti al Consiglio di cooperazione del Golfo, organizzazione che dagli anni ‘80 riunisce dall’Arabia Saudita all’Oman, dagli Emirati al Qatar e al Bahrein. Insomma l’epicentro dell’attuale drammatica crisi.

Il colpo più duro in fondo è proprio per questi Stati. Gli alberghi in fiamme a Dubai hanno infranto l’immagine di stabilità e sicurezza di cui si alimentava il loro successo in campo turistico e finanziario – prosegue Cafiero. I missili e i droni iraniani su aeroporti e città segnano una inedita escalation verso i vicini del Golfo. La nuova strategia di Teheran è chiara e ad altissimo rischio per tutti: colpire gli alleati degli Stati Uniti nell’area per spingerli a fermare Trump. Ma sta avvenendo proprio il contrario:  di fronte a questa minaccia esistenziale da Abu Dhabi al Qatar, da Dubai all’Arabia Saudita arriva ora una spinta ad andare fino in fondo contro l’Iran”.

Il golfo in fiamme insomma non è solo una metafora nei titoli dei giornali. Più defilato l’Oman, legato a Teheran da storiche collaborazioni e un ruolo di mediazione che il sultano di Muscat aveva cercato di esercitare anche in queste settimane. “Sia con lo Scià prima, poi anche con gli Ayatollah gli Omaniti sono sempre riusciti a mantenersi neutrali – spiega Cafiero. I suoi governanti hanno spesso svolto un ruolo da pacificatori, ancor più che di mediatori, tra Islam sunnita e sciita. Un ponte prezioso dunque quando l’Occidente ha tagliato i rapporti diplomatici con Teheran”.

Dall’inizio dell’anno erano ripresi i negoziati sul programma nucleare iraniano. Ancora il giorno prima dell’attacco israelo-americano il ministro degli esteri omanita Al Busaidi aveva commentato: “progressi significativi”. Poi invece ecco i raid aerei e i missili.

A far decidere Trump è stata di nuovo la pressione di Netanyahu – afferma  l’esperto italo-americano. Considerava incompiuta l’operazione congiunta del giugno 2025 sui siti atomici iraniani. Fin dal cessate il fuoco dell’anno scorso il governo israeliano non aspettava altro che di riprendere le ostilità. Per questo ha sabotato ogni trattativa e spinto Trump all’attacco quando ha avuto la certezza del luogo dove Khamenei poteva essere colpito. L’obiettivo finale di Tel Aviv è un Iran diviso e frammentato come sono la Siria e il Libano”.

Uno scenario che però presuppone appunto l’implosione del regime di Teheran, entrato invece per così dire in “modalità sopravvivenza”. Il Consiglio provvisorio, rapidamente formato dal Presidente Pezeshkian, ha il compito di mantenere la stabilità interna e di far funzionare la macchina militare e amministrativa. Per il ruolo di nuova guida suprema sarebbe già stato designato Mojtaba figlio dell’ayatollah ucciso, segno di continuità e di rafforzamento dell’ala dura del regime.

Che probabilità ci sono allora che le varie forze di opposizione sfruttino le lotte tra fazioni del regime e riescano a cacciare la leadership religiosa e i Pasdaran? “Molto improbabile – risponde Cafiero. Sono troppo diverse e troppo deboli, a cominciare dai seguaci del figlio dello Scià. Reza Pahlavi è popolare all’estero e simbolicamente il grido di “Javid Shah”, lunga vita allo Scià, ha fatto da collante delle manifestazioni anche in patria. Ma non ha reale presa sulla società iraniana e molti ancora ricordano con orrore il governo autoritario del padre”.

In gioco  potrebbero entrare altre forze di opposizione, come i Mujaheddin del MEK? “Sono finanziati dall’Occidente e odiati in patria anche per gli attentati di cui si sono resi protagonisti – li liquida Cafiero. Rimangono i riformisti ma gli attacchi di potenze straniere li indeboliscono. Le interferenze da fuori, a maggior ragione se militari e sanguinose,  rafforzano gli intransigenti e distolgono la rabbia popolare dai crimini dei Pasdaran per puntarla verso il nemico esterno. L’indicazione del figlio prediletto di Khamenei come nuovo leader è la conferma che il meccanismo di reazione è lo stesso anche in questo caso”.

In un quadro che resta dunque incerto e imprevedibile, l’unica prospettiva sicura è che non sarà una guerra lampo. Le parole di Trump su qualche settimana al massimo di operazioni militari rischiano di fare la fine di sue altre mirabolanti promesse, dall’Ucraina a Gaza. “Si può capire che per gli iraniani questa sia ormai guerra aperta e totale – conclude amaramente  Cafiero. Se qualcuno negli Stati Uniti si illude che sia una operazione chirurgica limitata si dovrà ricredere presto. I missili sui Paesi del Golfo lo dimostrano. L’escalation è già in atto, senza esclusione di colpi”.

Marco Varvello è un giornalista con trentennale esperienza da inviato, editorialista e corrispondente dall’estero. Vive e lavora a Londra.

Ultime pubblicazioni