Il cambiamento incombe sull’Iran

Dal 2009 in poi la Repubblica islamica dell’Iran ha sperimentato ricorrenti proteste popolari con frequenza e violenza crescenti. Al prezzo di una sempre più ridotta legittimità interna e di uno standing internazionale ormai tossico, almeno in Occidente, è storicamente riuscita a navigare le ondate di protesta grazie a un efficace sistema di repressione. Le manifestazioni anti-governative degli ultimi quindici giorni, unite alle minacce di intervento militare da parte del presidente Usa Donald Trump, sembrano però avere creato una situazione dalla quale la Repubblica islamica ha poche – forse nessuna – vie d’uscita.

17 anni di proteste

Le proteste di oggi hanno elementi di continuità con tutte quelle che le hanno precedute. Come nel 2019, hanno alla base una radice economica: sono nate dalla frustrazione – in realtà disperazione – dei commercianti del bazaar di Teheran che hanno visto crollare il valore del rial. La svalutazione della moneta e la conseguente inflazione, che sono aumentate vertiginosamente dalla reintroduzione delle sanzioni Usa nel 2018-2019 dopo che Trump tirò Washington fuori dall’accordo nucleare, hanno progressivamente ridotto il valore di risparmi e salari e reso le importazioni sempre più care in un Paese impossibilitato a usare il dollaro in transazioni estere.

Come nel 2009, quando milioni di persone manifestarono nelle strade di Teheran nel cosiddetto Movimento Verde, le proteste hanno assunto un carattere di opposizione politica, sebbene la domanda di riforma di allora si sia trasformata oggi in una ben più radicale volontà di abbattere la Repubblica islamica. Questo associa le proteste attuali a quelle dell’autunno del 2022, che avevano un forte carattere di emancipazione sociale (in particolare delle donne) e liberazione politica. Un altro elemento di similitudine con il 2022 è che le proteste sono diffuse in diverse parti del Paese.

Anche se occasionalmente il governo ha riconosciuto la legittimità di alcune delle richieste popolari sul fronte economico e di maggiore lotta a nepotismo e corruzione, alla fine ogni volta ha prevalso la mano pesante, con migliaia di persone arrestate e centinaia uccise (323 confermate nel 2019, ma potrebbero essere di più; 550 circa nel 2022). Il blackout di internet e delle comunicazioni telefoniche imposto dalle autorità rende molto difficile avere un’idea di quanto stia accadendo ora, e la disinformazione e la politicizzazione dilaganti online da parte del regime così come di parte della diaspora complicano ulteriormente la raccolta di informazioni credibili. Il governo riferisce di numerosi atti vandalici contro istituzioni statali, e anche religiose, e ha fatto ammonimenti durissimi contro i manifestanti. Secondo Iran Human Rights, un’ong basata all’estero, i morti – che includono anche le forze di sicurezza uccise negli scontri coi manifestanti – sarebbero 650. Altre ong riferiscono numeri diversi. Per quanto impossibile sia verificare i dati, l’evidenza circostanziale punta verso un’altra sanguinosa ondata repressiva.

Variabili interne

Nella paucità di informazioni verificabili, è impossibile fare predizioni su quanto accadrà. Ciò detto, gli astri sembrano allineati per un cambiamento in Iran. Quanto radicale, dipenderà dall’incastro di una serie di variabili.

La prima è la sostenibilità e la scala delle proteste. Non abbiamo idea di quanto numerosi siano i dimostranti, anche se sembra che siamo lontani dai milioni del 2009. Ma chi protesta ha motivi solidi per sfidare la repressione. Il governo non ha risposte credibili alle esigenze espresse dalla popolazione, anche per quella che non scende in piazza: l’allentamento delle restrizioni sociali (dal 2022 le autorità hanno di fatto chiuso un occhio sull’obbligo di portare il velo) non è sufficiente, sulle riforme politiche non c’è consenso interno al regime e, soprattutto, non ci sono soluzioni all’inflazione e al generale peggioramento dell’economia, che peraltro si riflettono in una fornitura sempre più scadente di servizi pubblici come elettricità e acqua. Anni di sanzioni pesantissime – con la parziale eccezione del 2016-2017, quando ci fu un relativo allentamento in occasione dell’accordo nucleare, l’Iran è sotto una specie di embargo internazionale dal 2012 – hanno contribuito ad assottigliare la classe media e a impoverire la popolazione. In sostanza, i costi di scendere in piazza sono diminuiti rispetto al passato.

Una seconda variabile è la capacità di organizzazione dell’opposizione. L’assenza di leadership, coordinamento e sintesi delle rimostranze popolari in un’agenda politica di trasformazione condivisa è una delle principali debolezze delle forze antisistema in Iran dalla fine del Movimento Verde. L’ex principe ereditario Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto dalla rivoluzione popolare del 1979, tenta da anni di accreditarsi come figura di riferimento che farebbe da traghettatore verso una repubblica secolare e democratica, e sembra oggi avere raccolto più successo che in passato. Ma è assente dal Paese da 47 anni, la sua base di consenso fuori dalla diaspora è incerta (ed è contestata anche nella diaspora), e l’opposizione da parte di gruppi ancora legati agli ideali della rivoluzione o della Repubblica islamica stessa sarebbe feroce. È difficile che possa esercitare il ruolo di catalizzatore ricoperto nel 1979 da Ruhollah Khomeini, il primo leader della Repubblica islamica, soprattutto se il suo ritorno dovesse essere facilitato da un intervento militare americano o israeliano.

Un’altra variabile è la tenuta del governo e degli apparati repressivi. Il presidente riformista Mahmoud Pezeshkian ha sostituito il governatore della Banca centrale e più volte espresso comprensione verso le sofferenze della popolazione, così come hanno fatto altri esponenti della Repubblica islamica. Ma tutti hanno anche fatto eco all’indisponibilità espressa dalla Guida suprema Ali Khamenei a tollerare oltre i disordini. Khamenei e i Guardiani della Rivoluzione Islamica, l’organizzazione paramilitare che controlla la politica di sicurezza e parte dell’economia, hanno biasimato i disordini su Israele e Stati Uniti, l’usuale giustificazione per la repressione violenta delle proteste. Perché una trasformazione possa avvenire è necessaria una qualche forma di defezione da parte degli apparati di sicurezza, o almeno delle forze armate regolari o in direzione di una rottura oppure di un aggiustamento interno che preveda un accordo con chi ha le chiavi per dare un po’ di respiro all’economia iraniana, ovvero l’amministrazione Trump.

Variabili esterne

Trump ha più volte minacciato un intervento in soccorso dei protestanti. Gli Stati Uniti hanno senz’altro la capacità di infliggere grave danno alle capacità militari iraniane. Un intervento armato su larga scala, d’altra parte, potrebbe spingere una Repubblica islamica ormai disperata ad esternalizzare il conflitto alla regione, mentre sul piano interno potrebbe compromettere la capacità di governare ma non eliminare quella repressiva, col risultato di un Paese destabilizzato da debolezza statale, polarizzazione politica e potenziale riemergere di divisioni etnosettarie. Questo scenario potrebbe soddisfare la destra sionista in Israele e negli Usa, per cui l’obiettivo principale è da sempre prevenire l’emergere di uno stato capace di sfidare la supremazia militare israeliana nella regione (e un Iran libero da sanzioni e governato da un regime pluralista sarebbe destinato a quello status in forza della sua popolazione, economia e relazioni estere cooperative anche con l’Occidente). Ma il presidente Usa potrebbe volere una vittoria politica più chiara da spendere internamente.

Un intervento mirato volto a intimidire il regime e a spingerlo verso un compromesso con gli Stati Uniti presenta meno rischi e rientra di più nelle corde di Trump. La questione è cosa questo governo potrebbe offrire al presidente americano senza distruggere il consenso interno alle élite che ancora tiene in piedi la Repubblica islamica. Tra le ipotesi c’è senz’altro un’intesa sul nucleare che dia agli Stati Uniti più di quanto ottenuto dall’accordo del 2015, ma sul fronte del programma balistico, dei rapporti con gli alleati non statali nella regione e dell’ostilità verso Israele le opzioni si fanno più ridotte.

Eppure, lo stato in cui si trova la Repubblica islamica è tale che non si può escludere una marginalizzazione dell’ottantaseienne Khamenei, ormai giunto al crepuscolo della sua fallimentare vicenda politica, e un controllo più diretto del governo da parte dei vertici di sicurezza (Guardie Rivoluzionarie incluse). Questo nuovo regime, per ottenere l’allentamento della pressione americana, darebbe alla politica estera una direzione meno belligerante e, probabilmente, un carattere più secolare a quella interna pur dietro una facciata di una Repubblica islamica ancora in piedi. Questa soluzione potrebbe soddisfare Israele e un Trump affamato di vittorie mediatiche, ma non risulterebbe in riforme politiche in senso pluralista, almeno non nell’immediato.

Trasformazione interna, destabilizzazione, militarizzazione del governo, financo resistenza a oltranza da parte del regime clericale e dell’establishment di sicurezza che ancora lo sostiene sono tutti futuri possibili, così come lo sono forme intermedie di scenari. Quello che sembra meno dubbio è che la Repubblica islamica uscita dalla rivoluzione del 1979 sembra avere esaurito le risorse per resistere contemporaneamente alla domanda di trasformazione dall’interno e alla pressione economico-militare dall’esterno.

Coordinatore delle ricerche e responsabile del programma Attori globali dell’Istituto Affari Internazionali. I suoi interessi di ricerca si concentrano sulle relazioni transatlantiche, in particolare sulle politiche di Stati Uniti ed Europa nel vicinato europeo. Di recente ha pubblicato un libro sul ruolo dell’Europa nella crisi nucleare iraniana,“Europe and Iran’s Nuclear Crisis. Lead Groups and EU Foreign Policy-Making” (Palgrave Macmillan, 2018).

Ultime pubblicazioni