I conflitti congelati: il caso di Taiwan

di Augusto Tamponi

La questione taiwanese rappresenta, sotto molti aspetti, una forma estrema di frozen conflict. Priva di una soluzione negoziata nel breve periodo e contenuta unicamente dall’elevato costo di azioni di forza unilaterali, essa poggia su un equilibrio precario fondato su deterrenza militare, ambiguità giuridica e gestione diplomatica della crisi.

Qualsiasi tentativo di alterare questo assetto rischierebbe di produrre conseguenze destabilizzanti non solo per lo Stretto di Taiwan, ma per l’intero equilibrio regionale e globale. Nel contesto di un sistema internazionale segnato dall’intensificarsi della competizione tra grandi potenze e dal riemergere di conflitti latenti, Taiwan si configura sempre più come un banco di prova per la tenuta dellordine internazionale e per lefficacia dei meccanismi di contenimento dellescalation.

La domanda centrale non è tanto se il conflitto possa essere risolto nel breve periodo, quanto se le condizioni che ne hanno garantito il congelamento fino ad oggi siano destinate a persistere, o se lo status quo stia entrando in una fase di crescente instabilità.

Le radici storiche e giuridiche della questione di Taiwan

La questione di Taiwan affonda le proprie radici nella conclusione incompiuta della guerra civile cinese. Nel 1949, la vittoria delle forze comuniste guidate da Mao Zedong portò alla proclamazione della Repubblica Popolare Cinese (RPC) sulla Cina continentale, mentre il Kuomintang di Chiang Kai-shek si ritirò sull’isola di Taiwan, mantenendo in vita la Repubblica di Cina (ROC). Per diversi decenni entrambe le autorità rivendicarono la rappresentanza dell’intera nazione cinese. Tuttavia, con il processo di democratizzazione dell’isola e le prime elezioni presidenziali dirette nel 1996, la posizione politica taiwanese ha progressivamente evoluto questa impostazione. Oggi solo una parte dello spettro politico, in particolare il Kuomintang, continua a sostenere formalmente l’idea di una Cina unica rappresentata dalla Repubblica di Cina.

Nei primi anni della Guerra fredda, il confronto tra Pechino e Taipei rischiò seriamente di assumere una dimensione apertamente militare. La possibilità di un’operazione cinese per la presa di Taiwan fu concretamente valutata all’inizio degli anni Cinquanta. Tuttavia, tale prospettiva venne neutralizzata dallo scoppio della Guerra di Corea, che indusse gli Stati Uniti a intervenire direttamente nello Stretto di Taiwan e a includere l’area nel perimetro strategico della propria deterrenza in Asia orientale. A partire dal 1950, Washington dispiegò la United States Seventh Fleet nello stretto con l’obiettivo di prevenire sia un’invasione della Cina continentale contro Taiwan sia un tentativo del governo della Repubblica di Cina di riconquistare il continente, cristallizzando di fatto la divisione tra le due sponde Il Trattato di mutua difesa tra Stati Uniti e Repubblica di Cina del 1954 consolidò questa dinamica, congelando de facto il conflitto.

Un passaggio decisivo nella configurazione giuridica e diplomatica della questione taiwanese risale al secondo dopoguerra e, in particolare, al Trattato di San Francisco. Con questo accordo, firmato nel 1951 ed entrato in vigore nel 1952, il Giappone rinunciò formalmente alla sovranità su Taiwan e sulle isole adiacenti, precedentemente acquisite nel 1895, senza tuttavia specificare a quale entità statuale tale sovranità dovesse essere trasferita. Questa ambiguità giuridica ha costituito uno degli elementi centrali del dibattito sullo status internazionale dell’isola. In tale contesto si colloca anche il passaggio decisivo avvenuto nel 1971, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Risoluzione 2758, con la quale il seggio cinese venne assegnato alla Repubblica Popolare Cinese al posto della Repubblica di Cina. Tale decisione segnò lesclusione tout court di Taipei dal sistema delle Nazioni Unite e dalla maggior parte delle organizzazioni internazionali, senza tuttavia risolvere in alcun modo la questione dello status giuridico di Taiwan. La risoluzione, infatti, riconobbe la RPC come unico rappresentante legittimo della Cina, ma non si pronunciò esplicitamente sulla sovranità sull’isola.

Negli anni Settanta, il riassetto diplomatico guidato dagli Stati Uniti nel contesto della distensione con la Repubblica Popolare Cinese portò alla progressiva elaborazione della cosiddetta One China Policy statunitense. Essa è frutto di una serie di atti diplomatici e normativi sviluppatisi nel tempo. Tra questi figurano in particolare i tre comunicati congiunti sino-statunitensi, tra cui il Comunicato di Shanghai, nonché il Taiwan Relations Act e una serie di successive dichiarazioni di politica estera, tra cui le cosiddette Six Assurances. Nel loro insieme, questi documenti delineano l’approccio statunitense alla questione taiwanese: Washington riconosce il governo di Pechino come unico governo legittimo della Cina e prende atto della posizione cinese secondo cui Taiwan farebbe parte della Cina, senza tuttavia riconoscere esplicitamente la sovranità della RPC sull’isola. Questa ambiguità deliberata divenne uno dei pilastri della stabilità nello Stretto: da un lato consentì il riconoscimento diplomatico di Pechino, dall’altro preservò uno spazio politico e strategico per la sopravvivenza de facto di Taiwan.

Nel complesso, entro l’inizio del XXI secolo, la relazione tra Cina e Taiwan si era strutturata attorno a una forma di equilibrio incompleto: entrambi gli attori avevano interesse a preservare lo status quo. Tale equilibrio, tuttavia, non si è mai pienamente consolidato, come dimostrato dalla Terza crisi dello Stretto di Taiwan, che evidenziò la persistente fragilità dell’assetto strategico nello Stretto di Taiwan e il ruolo determinante della deterrenza statunitense.

Al tempo stesso, già a partire dagli anni Novanta, la sostenibilità di questo equilibrio ha iniziato a deteriorarsi: la deterrenza militare dal lato taiwanese si è progressivamente erosa in parallelo con la rapida modernizzazione della People’s Liberation Army e il crescente squilibrio di potenza tra le due sponde dello Stretto. Ne è dunque derivata una configurazione sempre più riconducibile a un conflitto congelato atipico, caratterizzato da una stabilità apparente che cela una crescente vulnerabilità strutturale.

Un Frozen Conflict dinamico

La fase attuale della questione taiwanese è riconducibile a quella di un conflitto congelato, ma con caratteristiche dinamiche: un confronto irrisolto che non evolve in guerra aperta, ma che viene costantemente rinegoziato attraverso strumenti di pressione politica, militare ed economica. A differenza dei frozen conflicts “classici”, spesso caratterizzati da una relativa staticità, il caso di Taiwan è segnato da un’elevata frequenza di interazioni coercitive e segnali strategici, nonché da un continuo adattamento delle posture degli attori coinvolti in un contesto internazionale instabile.

La Repubblica Popolare Cinese continua a considerare Taiwan una questione di sovranità nazionale e di legittimità politica interna, mentre Taipei, pur evitando dichiarazioni formali di indipendenza, intese come la trasformazione dell’attuale Repubblica di Cina in uno Stato giuridicamente distinto dalla Cina, attraverso una revisione costituzionale e l’abbandono del quadro istituzionale esistente, ha progressivamente rafforzato il proprio ruolo internazionale soprattutto in ambiti funzionali, quali la cooperazione tecnologica, la sicurezza delle catene di approvvigionamento e la promozione dei valori democratici. Tuttavia, tale proiezione non si traduce in un ampliamento significativo dello spazio diplomatico formale, né in una piena integrazione nelle organizzazioni internazionali, ma è avvenuta in larga misura grazie al sostegno e all’iniziativa di attori esterni, in particolare degli Stati Uniti e del Giappone.

Questo duplice movimento contribuisce a mantenere il conflitto in uno stato di sospensione attiva, in cui ogni iniziativa diplomatica o militare produce effetti sistemici sul già fragile equilibrio dello Stretto di Taiwan.

Status quo e grey zone operations

Il congelamento del conflitto sino-taiwanese non si fonda sull’assenza di coercizione, bensì su una sua applicazione graduata e calibrata. Negli ultimi anni, in particolare sotto la guida di Xi Jinping, la Repubblica Popolare Cinese ha intensificato il ricorso a strumenti di grey zone operations (o hybrid warfare), con l’obiettivo di erodere progressivamente la sovranità de facto di Taiwan e, soprattutto, di generare un senso diffuso di impotenza e paralisi cognitiva, mantenendo la pressione al di sotto della soglia del conflitto aperto.

In questo quadro, le attività coercitive includono frequenti incursioni aeree nella Air Defense Identification Zone taiwanese, pattugliamenti navali nelle acque circostanti e l’impiego combinato di droni, guardia costiera e attori paramilitari. Un esempio particolarmente significativo si è verificato il 17 gennaio 2026, quando un drone della People’s Liberation Army ha sorvolato lo spazio aereo territoriale taiwanese sopra le Isole Pratas, rappresentando una delle prime violazioni dirette dello spazio aereo dell’isola negli ultimi decenni. Episodi di questo tipo rispondono a una logica di test continuo delle soglie di risposta e di normalizzazione della presenza cinese nello spazio taiwanese.

Queste attività non segnalano necessariamente un’imminente escalation militare, ma mirano ad abituare Taipei e i suoi partner a un livello crescente di pressione, aumentando al contempo il rischio di incidenti e di errore di calcolo. In tale contesto, il “ghiaccio” in cui è cristallizzato il conflitto tende progressivamente a scaldarsi, senza tuttavia rompersi: la stabilità non deriva dalla fiducia reciproca, ma dalla crescente difficoltà di distinguere tra routine operativa e atto ostile deliberato nello Stretto di Taiwan.

Prospettive future

Le prospettive del frozen conflict taiwanese dipendono in larga misura dal calcolo strategico delle leadership coinvolte. Per la Repubblica Popolare Cinese, la questione di Taiwan è strettamente intrecciata alla legittimità politica di Xi Jinping e al progetto di “rinascita nazionale” entro il 2049. Tuttavia, un’azione militare su larga scala comporterebbe costi elevati sul piano economico, militare e internazionale, rendendo nel breve-medio periodo più coerente il ricorso a strumenti coercitivi graduali rispetto a un’invasione diretta.

Sul fronte statunitense, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca non ha segnato una rottura sostanziale con la logica della deterrenza ambigua. Washington continua a sostenere la capacità difensiva taiwanese senza giungere a un riconoscimento formale, mantenendo un equilibrio tra dissuasione verso Pechino e contenimento delle spinte indipendentiste di Taipei. In questo senso, le dichiarazioni di Joe Biden, che nel 2022 aveva esplicitamente affermato la disponibilità degli Stati Uniti a intervenire in difesa di Taiwan, rappresentano un’eccezione rispetto alla tradizionale ambiguità strategica americana, piuttosto che un suo superamento strutturale.

Parallelamente, la questione taiwanese è divenuta sempre più centrale nelle dinamiche di sicurezza dell’Indo-Pacifico, con un coinvolgimento crescente degli attori regionali. Il Giappone, in particolare, ha progressivamente esplicitato il legame tra la propria sicurezza nazionale e la stabilità dello Stretto di Taiwan. Anche l’Unione Europea ha intensificato le relazioni con Taiwan in ambiti funzionali, quali commercio, tecnologia e sicurezza delle catene di approvvigionamento. Questa crescente pluralità di attori e livelli di coinvolgimento contribuisce a rafforzare la persistenza del conflitto congelato, ma al prezzo di una maggiore complessità strategica e di un’accresciuta esposizione al rischio di escalation non intenzionale.

Un fragile equilibrio: il congelamento come processo dinamico

La questione taiwanese mostra come il concetto di frozen conflict debba essere inteso non come immobilità, ma come gestione continua di un equilibrio ad alta tensione. Il conflitto rimane sospeso non per convergenza politica tra le parti, bensì perché i costi di una rottura aperta dello status quo (come, ad esempio, una dichiarazione formale di indipendenza da parte di Taiwan, intesa come trasformazione dell’attuale Repubblica di Cina in uno Stato formalmente distinto dalla Cina) o un attacco militare diretto da parte della Repubblica Popolare Cinese, sono attualmente percepiti come superiori ai benefici. Deterrenza, ambiguità strategica e pressione sottosoglia costituiscono i pilastri di questo congelamento instabile

Il fattore centrale resta il calcolo strategico di Pechino. Per Xi Jinping, Taiwan è parte integrante della legittimazione politica e del progetto di “rinascita nazionale”, ma il presidente cinese non ignora che l’uso della forza comporterebbe rischi sistemici per la Repubblica Popolare Cinese sul piano economico, militare, sociale e internazionale. Questo favorisce la preferenza per strumenti di pressione graduali rispetto ad un conflitto aperto.

Questa presa d’atto però non può e non deve tradursi nella descrizione di uno scenario stabile e scevro di rischi di escalation. Il congelamento del conflitto è infatti man mano reso più fragile dalla crescente densità militare, dall’assertività dell’attuale leadership cinese e dal deteriorarsi della situazione internazionale.

Orizzonti Politici (o OriPo) è un think tank giovanile italiano impegnato nell’analisi di politica internazionale, politiche pubbliche ed economia.

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