La versione greca del naufragio di Pylos

Alla vigilia delle elezioni del prossimo 25 giugno i lidi dell’Egeo sono scossi da una nuova tragedia, che stavolta non è soltanto greca. Ormai è noto a tutti l’ennesimo disastro del mare a largo di Pylos senza cifre definitive riguardo ai morti (si parla di 700 corpi dispersi in mare), delle quali soltanto 78 sono i corpi recuperati. Come spesso accade quando si tratta di qualcosa che riguarda la Grecia si ascolta la versione di tutti tranne che dei greci.

Era già accaduto ai tempi della crisi economica del 2009, quando soltanto in pochi e troppo tardi dissero apertamente che le condizioni poste a garanzia degli aiuti erano un capestro. È accaduto ai tempi della fine del primo lockdown, si accusò la Grecia di interdire l’accesso agli italiani per l’estate 2020, quando le autorità elleniche si erano limitate a copiare le disposizioni di molte regioni italiane.

La versione greca del naufragio

Cerchiamo di vedere la situazione dalla prospettiva di dove è accaduto il naufragio. Il quotidiano Kathimerini, primo giornale del Paese riporta la dichiarazione di un funzionario della Guardia Costiera al giornale “Era un viaggio organizzato da molto tempo “.

Gli è stato chiesto di commentare le notizie relative al peschereccio rimorchiato dalla loro nave e ha dichiarato che poco prima delle 23 l’equipaggio della nave della Guardia Costiera ha illuminato l’imbarcazione con i riflettori e attraverso gli altoparlanti di bordo ha informato le persone che a causa dell’eccesso di peso erano in pericolo e che non sarebbero riuscite a raggiungere le coste italiane, meta del viaggio verificata in seguito. Gli uomini della Guardia Costiera hanno addirittura usato una corda per legarsi al peschereccio e controllare le condizioni al suo interno. Tuttavia qualcuno dice che l’attracco sia avvenuto soltanto dopo il “permesso” proveniente dalla nave.

In ogni caso, alcuni di quelli a bordo che non volevano essere trasferiti in Grecia invece che in Italia (No help! Go Italy gridavano), avrebbero slegato la fune per continuare la loro rotta verso nord. L’incidente si è verificato alle 23, diverse ore prima che affondasse la nave. Questa la versione ufficiale da parte greca. Ma da poco questa versione (cioè la meta in Italia e l’approdo con le funi) è stata di recente contestata dalla BBC.

Che cosa accadrà?

Nei giorni scorsi a Kalamata è arrivato anche il nuovo direttore esecutivo di Frontex, Hans Leitens. In una breve dichiarazione ha espresso il suo sostegno alle autorità greche. Nell’incontro a porte chiuse, secondo quanto riferito da Kathimerini, i funzionari greci hanno espresso le loro preoccupazioni per le difficoltà nella gestione di incidenti simili, che coinvolgono il traffico di un gran numero di migranti in alto mare.

Intanto le indagini sono cominciate pure sul fronte dei trafficanti.

Sono nove le persone accusate di essere gli organizzatori del viaggio sul peschereccio stipato all’inverosimile e affondato, ricordiamolo, in acque internazionali al largo di Pylos. Le accuse, formalizzate dal pubblico ministero, sono di associazione a delinquere finalizzata all’ingresso clandestini di migranti. Gli accusati sono tutti di nazionalità egiziana, di età compresa tra i 21 e i 40 anni, ma a oggi soltanto uno di loro ha ammesso la colpevolezza.

Le reazioni politiche

Come ogni tragedia che si rispetti, dal palcoscenico del mare il dramma si trasferisce sulla scena politica. Principale attore in ordine di tempo è stato Alexis Tsipras leader del partito di sinistra di opposizione Syriza. Tsipras dichiarato che “questioni delicate esigono risposte precise: quali sono i protocolli? Qual è la nostra priorità? La vita umana è la nostra priorità o no? È vero che l’attracco è avvenuto soltanto dopo il permesso dei trafficanti?”. Ma poi da politico accorto ha concluso “non voglio dare alcuna colpa agli uomini e alle donne della guardia costiera”. Insomma l’accusa non è dritto ai vertici portuali ma diretto al partito di Nuova Democrazia dell’ex premier Kyriakos Mitsotakis (probabile nuovo vincitore).

Pronta la risposta dei vertici di ND: “Mentre è ancora in corso l’operazione di ricerca per il salvataggio dei naufraghi da parte delle autorità portuali e mentre il nostro Paese gestisce con responsabilità e sensibilità la grande tragedia umanitaria avvenuta in acque internazionali, Tsipras si presenta come un ‘esperto-investigatore’ di incidenti marittimi e ‘pronto a dare risposte’ “.

Tsipras ha poi ulteriormente corretto il tiro, affermando che “non stiamo cercando di trarre conclusioni. Queste verranno fuori dal processo che ci sarà in seguito. Non siamo venuti qui per dare colpe. Anzi siamo venuti qui per congratularci con il personale della Guardia Costiera e delle Forze Armate che ha compiuto sforzi sovrumani per salvare vite umane”. Concetti ribaditi nella intervista a La Repubblica domenica scorsa dove ribadisce il sostegno alle autorità portuali ma punta il dito contro la politica del leader di ND.

Al di là del periodo elettorale molto caldo per i motivi noti (si vota domenica 25 giugno), c’è un aspetto spesso sottovalutato da chi giudica la Grecia (o perché non la osserva o perché presta poca attenzione) che viene dalla sua storia millenaria: quando i confini erano al sicuro le varie poleis si facevano la guerra l’una contro l’altra. Ma se il nemico proveniva dall’esterno le guerre intestine finivano e le forze di tutte le città facevano fronte comune e non c’era esercito più compatto.

Ora, non è una guerra e né i migranti né l’Ue sono dei nemici beninteso, ma attenzione a puntare tutti lo stesso dito contro la Grecia perché tutti faranno scudo e “se Atene piange nemmeno gli altri rideranno”.

Foto di copertina EPA/BOUGIOTIS EVANGELOS

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