Il quadro politico georgiano è caratterizzato da una contrapposizione sempre più netta tra il partito di governo, Sogno Georgiano, e un’opposizione frammentata ma fortemente mobilitata su temi democratici ed europeisti. Dopo anni di alternanza solo formale, la politica interna appare bloccata in una dinamica conflittuale che riduce drasticamente lo spazio per riforme strutturali e compromessi istituzionali. La polarizzazione non è soltanto ideologica, ma riguarda anche il controllo delle istituzioni, del sistema giudiziario e dei media, con accuse ricorrenti di uso strumentale dell’apparato statale a fini politici e personali.
Un elemento centrale di questo assetto è il ruolo informale ma determinante di Bidzina Ivanishvili, fondatore di Sogno Georgiano e l’uomo più ricco del Paese. Ivanishvili è considerato un’eminenza grigia la cui influenza economica lo ha portato a pesare sui processi decisionali pur in assenza di incarichi ufficiali. Questa forma di governance da parte di Ivanishvili alimenta la percezione di uno Stato parzialmente catturato da potenti oligarchi, rafforzando la sfiducia dell’opinione pubblica verso le istituzioni.
Un primo segnale di rottura con la società civile era già emerso nell’agosto 2024, con l’approvazione del controverso progetto di legge sugli agenti stranieri, che richiede alle ONG finanziate dall’estero per più del 20 per cento di registrarsi come perseguenti interessi di una potenza straniera. Considerata ispirata a modelli autoritari già sperimentati in Russia, la legge è stata letta come un tentativo di soffocare la società civile e i media indipendenti.
La tensione è poi esplosa nell’ottobre del 2024, immediatamente in seguito ai risultati preliminari delle elezioni parlamentari, in cui Sogno Georgiano si è dichiarato vincitore nonostante osservatori internazionali hanno sottolineato come le elezioni fossero state segnate da irregolarità, tra cui intimidazione degli elettori, in particolare sui dipendenti del settore pubblico.
Migliaia di manifestanti si sono radunati davanti al Parlamento a Tbilisi, denunciando una progressiva erosione degli standard democratici e chiedendo maggiore trasparenza istituzionale. La situazione è precipitata quando il Primo Ministro Irakli Kobakhidze di Sogno Georgiano ha annunciato che avrebbe sospeso il processo di adesione all’Unione Europea fino alla fine del 2028.
Come forma di protesta i manifestanti hanno bloccato il viale principale di Rustaveli a Tbilisi per alcune ore ogni sera. In risposta alle dimostrazioni il governo georgiano ha risposto con la repressione, sia ricorrendo alla violenza delle forze dell’ordine, sia creando nuovi reati e inasprendo le pene. Le forze dell’ordine georgiane sono state accusate di gravi maltrattamenti nei confronti dei manifestanti, oltre ad attacchi ai giornalisti da parte di gruppi vicini al partito di governo.
Alla base delle proteste vi è anche il sentimento pro-europeo, rafforzatosi dall’inizio della guerra russa all’Ucraina. La società civile – per la quale l’Ue rimane il principale punto di riferimento politico – ha espresso largo dissenso di fronte all’approccio pragmatico verso Mosca assunto da Sogno georgiano, che ha evitato di aderire pienamente alle sanzioni occidentali e ha mantenuto relazioni economiche stabili con la Russia. Tuttavia, l’assenza di una prospettiva di adesione chiara e credibile nel breve periodo, rischia di alimentare sentimenti di frustrazione in una società tra le più europeiste della regione.
È in questo quadro di tensioni irrisolte che si delineano, nel medio termine, tre scenari possibili per il futuro del Paese. Il primo è un avvicinamento strutturale all’Unione Europea, accompagnato da riforme istituzionali, dal rafforzamento dello stato di diritto e da una graduale riduzione dell’influenza russa e degli oligarchi locali. Le proteste che dal 2024 interessano il Paese potrebbero, in questa prospettiva, fungere da catalizzatore per una rinnovata pressione riformatrice, inducendo la classe politica ad allinearsi alle richieste provenienti dalla società civile e dalle istituzioni europee. Questo scenario è quello più auspicato dalla società civile, ma è anche quello politicamente più impegnativo. L’attuale assetto politico-istituzionale richiederebbe una ricomposizione della frattura politica interna e una volontà riformatrice tuttora mancante.
Il secondo scenario, è una cristallizzazione della situazione attuale. In questo caso la Georgia continuerebbe a oscillare tra dichiarazioni europeiste e pratiche di governo orientate al pragmatismo. In tale contesto le proteste, anziché produrre un cambiamento radicale, verrebbero progressivamente assorbite, se non addirittura neutralizzate, attraverso una combinazione di concessioni limitate e controllo istituzionale. Tale traiettoria garantirebbe una stabilità e un ritorno della democrazia almeno apparenti, ma esporrebbe il Paese a un progressivo logoramento democratico e a una crescente dipendenza da attori esterni, tra cui la Russia in primo piano. La mancanza di una chiara strada di accesso all’Unione Europea rende questo scenario attualmente come il più probabile, mantenendo la Georgia in un limbo.
Infine, non può essere escluso lo scenario, seppur al momento remoto, di una possibile nuova escalation nel Caucaso. In tal caso si profilerebbe un irrigidimento in senso autoritario causato dalle proteste, se non addirittura un nuovo intervento russo per “riappacificare” il Paese e portarlo saldamente nella propria orbita. In tale contesto, la Georgia rischierebbe di tornare a essere un teatro di competizione tra grandi potenze, con margini di manovra.
Orizzonti Politici (o OriPo) è un think tank giovanile italiano impegnato nell’analisi di politica internazionale, politiche pubbliche ed economia.






