Deglobalisation, demographics, decarbonisation, digitalisation, defence: dipenderà dalla capacità di affrontare queste sfide se l’Europa potrà sopravvivere e non scivolare verso l’irrilevanza politica e una crescente marginalità strategica. Il quadro internazionale è di quelli che non consentono facili previsioni, ma la sfida potrà essere forse superata, se un’Europa non necessariamente coincidente con i confini dell’attuale UE riuscirà a recuperare una capacità di proiezione politica condivisa.
È un ottimismo moderato unito ad un approccio di taglio molto “anglosassone” a caratterizzare le pagine de “Can Europe Survive” (Yale University Press, 2026, pagg. 484), dove pure vengono messe in luce le contraddizioni e i ritardi che continuano ad ostacolare il percorso verso una dimensione politica europea che viene ritenuta ad un tempo necessaria e difficilmente raggiungibile. David Marsh ha scritto un libro dalla bibliografia sterminata, in cui ripercorre l’evoluzione del quadro europeo a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, arricchito da una grande quantità e autorevolezza di testimonianze – da Kohl a Merkel, da Macron a Draghi e a Delors, da Gorbachev a Lagarde, in un vero florilegio mondiale – che permettono di mettere meglio a fuoco le circostanze politiche descritte nel volume e che sono spesso inedite. C’è un altro aspetto di interesse per un lettore italiano: la sua conoscenza approfondita della Germania, oltre alla lunga esperienza con il Financial Times, lo portano a dare una lettura di momenti e moventi sotto un angolo visuale di impronta tedesca – e a volte britannica – di cui è utile il confronto con la lettura italiana a volte diversa degli stessi momenti.
Gli avvenimenti a partire dal 2024 sono descritti nell’introduzione e nell’ultimo capitolo, mentre i restanti capitoli sono dedicati ad una analisi approfondita della Germania e delle implicazioni dell’unificazione tedesca, della Russia e del ruolo di Putin, del Regno Unito e della brexit, dell’Europa e delle prospettive dell’Unione economica e monetaria. Una apparente dicotomia dettata probabilmente da ragioni editoriali, che nulla toglie alla validità del testo anche se ne rende a volte più complesso il fluire.
Della caduta del Muro di Berlino e della riunificazione tedesca viene sottolineato il ruolo fondamentale di Kohl, che dimostrò il lungimirante coraggio di andare oltre le perplessità, per non dire altro, di una parte consistente della sua opinione pubblica per realizzare un sogno coltivato per tutta la vita, che non aveva mai creduto di poter veder realizzato. Delle ambiguità mitterandiane si parla di sfuggita, mentre viene molto insistito il ruolo che avrebbero giocato gli Stati Unit, i quali furono si importantissimi ma forse non così fondamentali come viene descritto. Senza l’unificazione tedesca, osserva Marsh, non si sarebbe mai avuto l’euro e l’Europa non avrebbe potuto compiere il salto di qualità nella sua integrazione: si trattò di uno scambio che permise a Kohl di superare una forte fronda interna, a vantaggio di tutti (anche se Marsh sulla natura, e soprattutto sul futuro dell’Unione economica mantiene qualche riserva). Quella fu avvero una breve stagione in cui sembrò che l’orologio della storia potesse spostare in avanti la sua lancetta; il fatto che non sia durato molto non toglie nulla alla sua importanza e alla legittimità delle aspettative che si erano create.
L’origine, l’ascesa e l’evoluzione di Putin occupano una parte rilevante del libro, con una ricostruzione storica dettagliata delle aspettative create e delle successive delusioni. Sulla situazione e sulla crisi ucraina (che resta in parte fuori della narrazione), non vi sono dubbi possibili. Resta tuttavia la sensazione di una opportunità perduta: Marsh evoca il Consiglio di cooperazione NATO-Russia degli anni novanta, che oggi appare inconcepibile mentre all’epoca segnalò una possibile via di inclusione dell’ex URSS nel concerto europeo che si andava delineando. Resto convinto con l’autore che una riflessione sugli errori di allora da entrambe le parti, sarebbe opportuna. Sull’onda di quella che appariva la via verso una nuova unipolarità democratica si prestò forse una attenzione insufficiente a quanto si muoveva sotto la superficie in un impero sconfitto, che prima di spazio cercava legittimazione. Oggi come oggi, l’aggressione di Putin taglia la via a qualsiasi altro discorso: guardando molto più avanti tuttavia, c’è da chiedersi se l’interesse occidentale – della sua stabilità e del suo sviluppo – sarebbe meglio garantito da una Russia agli ordini di Pekino piuttosto che da un suo graduale recupero come potenza soprattutto europea, nell’alveo di un occidente plurale e capace di gestire democraticamente le proprie contraddizioni.
Marsh è filoeuropeo, ma lo è in maniera molto britannica. Rilancia l’idea di una Europa a cerchi concentrici, ma non si spinge ad suspicare una scomposizione del processo europeo nell’ambito di una adesione a valori condivisi di civiltà, e sembra promuovere una cooperazione fra gruppi di nazioni non sempre nella stessa composizione, in nome di interessi comuni e senza il peso di troppe bardature istituzionali. Afferma che il futuro dell’unione economica è ragionevolmente positivo, ma sostiene che essa si potrà realizzare solo in forme più flessibili, non includendo tutta l’attuale UE ed aprendo invece a paesi come la Gran Bretagna e la Norvegia. C’è nel ragionamento la contraddizione di sempre, perché se da un lato si sostiene la massima flessibilità, dall’altra si afferma che di unione economica si potrà difficilmente parlare se questa non sarà accompagnata da una vera unione politica, le cui caratteristiche sarebbero per forza sovranazionali ma vengono lasciate nel vago. Marsh afferma che la Gran Bretagna tornerà a collaborare più strettamente, ma non sono maturi i tempi per un suo ritorno a una piena integrazione: non lo sono oggi e non lo saranno domani. Nel frattempo molti inglesi – fra cui lo stesso autore – si sono cautelati acquisendo la cittadinanza di un paese UE. L’ Unione economica, e a maggior ragione l’Unione politica, non potranno farsi contro gli Stati Uniti, con i quali si imporrà un negoziato attento e a molti livelli. L’ostilità di Washington verso l’Europa politica data sin dai suoi albori, negli anni Novanta (Trump è semmai un revenant): passata la temperie dell’attuale Presidente si vedrà; dagli Stati Uniti non si potrà comunque prescindere e sarà un cammino irto di ostacoli, non ultimo il ruolo del dollaro e le ambizioni (fantasiose) per l’euro.
Del ruolo dell’Italia si parla piuttosto poco, in linea con una tradizione consolidata di molta saggistica soprattutto inglese, che tende ad attribuire al nostro paese un ruolo secondario nella dinamica degli equilibri europei, Marsh è stato uno dei maggiori storici delle vicende dello SME; allora di Italia aveva ripetutamente parlato ed è un estimatore di Draghi, più come Presidente della BCE che come Primo Ministro. L’ascesa di Giorgia Meloni costituisce una novità nella visibilità internazionale del paese; Marsh la registra con interesse ma stenta a capirne le motivazioni di fondo e la reale portata della virata pro-europea, che sembra allontanarla dal resto dele formazioni della destra estrema in Europa, ma resta carica di ambiguità. Si limita così a riprendere un giudizio di Giuliano Amato, il quale dice di lodare il suo ruolo di capo del governo e di apprezzarne la dexterity.
Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia.





