La rielezione di Donald Trump ha portato cambiamenti radicali in tutta l’amministrazione statunitense. Uno dei dipartimenti più interessati da queste riforme è quello della Difesa: già in campagna elettorale Trump aveva dichiarato di volerlo ricostruire, cancellando la cultura woke dalle forze armate e usando queste ultime contro «il nemico interno». Oggi, a un anno dalle elezioni, il Presidente e il suo Segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno già messo in pratica alcune di queste proposte. Da giugno la Guardia Nazionale è schierata in varie città, in una sorta di operazione Strade Sicure molto più controversa, viste le limitazioni all’utilizzo delle forze armate sul suolo americano. A settembre, Hegseth ha convocato generali e ammiragli a Quantico, dove ha tenuto un discorso sulla visione MAGA del ruolo delle forze armate. Nel frattempo, i programmi di Diversity, Equity and Inclusion sono stati cancellati, il dipartimento è stato rinominato Dipartimento della Guerra e le truppe americane sono state impiegate in raid aerei –di dubbia legittimità costituzionale – in Iran, nello Yemen e nei Caraibi.
Resta da vedere quanto sia ampio il divario tra i vertici civili e quelli militari e, di conseguenza, se l’imparzialità delle forze armate americane sia a rischio. In un contesto globale sempre più instabile, quanto può rimanere efficace lo strumento militare statunitense? Per far luce su questi punti, partiamo da tre delle priorità che il Dipartimento della Guerra ha individuato nella sua Year in Review: restaurare l’ethos guerriero, ricostruire le forze armate e ristabilire la deterrenza.
Non è un caso che l’etica guerriera sia al primo posto. Da tempo la parola «guerriero» è tornata nel vocabolario dell’esercito statunitense, da cui era stata assente fino agli anni Duemila. Nel 2003, per esempio, il termine venne inserito nel U.S. Soldier’s Creed, che afferma: «Sono un guerriero e membro di una squadra». Nello stesso periodo nascevano la Best Warrior Competition e il Warrior Leader Course, in reazione all’evoluzione delle forze armate, diventate negli anni precedenti più specializzate, tecnologiche e dedite a operazioni di peacekeeping. Nel timore che i militari perdessero la propria identità per diventare semplici tecnici o burocrati, politici e ufficiali scelsero di sottolinearne le virtù guerriere, esaltando chi più sembrava possederle: i membri delle forze speciali. Nacque così il culto dell’operatore, una tendenza che vede in corpi come i Navy Seal i rappresentanti ideali delle forze armate. Se le amministrazioni democratiche cercarono di convivere con questa tendenza, ponendovi alcuni limiti e ampliando l’inclusività in ambito militare, nel movimento MAGA il culto dell’operatore si sposa alla perfezione con l’idea di un esercito letale, patriottico e soprattutto mascolino, che trova il suo vero scopo nella guerra più che nella difesa. Da questa cultura derivano alcune delle novità apportate da Hegseth: oltre al nuovo nome del dipartimento, il Segretario alla Difesa ha cambiato gli standard fisici ed estetici dell’esercito, ha vietato il servizio militare alle persone transgender e ha allentato le regole d’ingaggio sul campo.
Queste operazioni, volte a cambiare la composizione, l’identità e il ruolo delle forze armate, sembrano opporsi alla volontà trumpiana di «ricostruire le forze armate». La Year in Review del Dipartimento della Guerra illustra infatti come Trump abbia deciso di investire in settori a prima vista lontani da questi ideali marziali. Lo sviluppo dello scudo spaziale Golden Dome, così come gli investimenti per l’acquisto di droni e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, sembrano più vicini a una rivoluzione tecnologica che non a un ritorno del guerriero. In realtà, questa contraddizione non esiste: se un esercito di soldati richiede materiale standardizzato, in quantità industriali e di qualità eccellente, uno di guerrieri avrà bisogno di armi speciali, wunderwaffen che da sole possano vincere i conflitti. D’altronde, la correlazione tra eccellenza fisica e tecnologica è anche il fulcro della cultura diffusa tra alcuni dei sostenitori più influenti di Trump: gli investitori della Silicon Valley.
Durante il 2025, le forze armate così riformate sono state impiegate nel mondo e negli Stati Uniti. A questo tema è dedicato il terzo punto della Year in Review. Le prime operazioni menzionate sono proprio quelle sul continente americano: il rinforzo della sicurezza alla frontiera, gli interventi nelle città statunitensi e i raid nei Caraibi. Solo dopo vengono citati la deterrenza nei confronti della Cina e i bombardamenti in Iran e Yemen. Nonostante i proclami di molti falchi conservatori, che negli scorsi anni esaltavano Trump come l’unico in grado di sfidare la Cina, l’ordine di questi obiettivi mostra subito quale sia il nemico principale del Presidente: quello interno.
Le tre priorità individuate dal Dipartimento della Guerra restituiscono un’immagine diversa da quella tradizionalmente associata alle forze armate americane, mettendo in luce un’inclusività ridotta, una grande enfasi sulla qualità e una politicizzazione maggiore. Queste tre caratteristiche sono però lontane da quelle che negli anni hanno reso gli Stati Uniti la prima potenze militare al mondo. Come dimostrato da ricercatori e storici, l’inclusione di persone di genere, etnia e background differenti ha permesso agli Stati Uniti di avere più reclute, con conoscenze e capacità variegate, migliorando quindi la performance delle forze armate più di quanto possano farlo programmi di fitness e slogan. Sebbene la qualità della tecnologia militare americana sia la prima al mondo, sono stati una politica industriale e un apparato logistico senza pari a permettere di vincere i conflitti: questo non cambierà in un’eventuale guerra con la Cina. Infine, in un Paese che è da sempre attraversato da forti tensioni interne, le forze armate hanno rappresentato a lungo uno dei pochi elementi in cui tutti potevano riconoscersi, a prescindere dall’appartenenza politica. Abbandonare queste tradizioni a favore delle riforme ideologiche rischierà di compromettere lo strumento militare americano nelle sfide che lo aspettano.
di Francesco Danieli
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