L’Europa e il rifiuto dell’autocommiserazione

Nessuno può negare che l’Europa si trovi oggi ad affrontare sfide interne e internazionali di ampiezza eccezionale. Alcune di esse, come la crisi del rapporto transatlantico e la minaccia russa che si manifesta in modo cruento in Ucraina e in modo ibrido in molti altri casi, si possono considerare esistenziali per il futuro del continente. Un ostacolo colossale è rappresentato da un diffuso pessimismo. Quale che sia la questione che viene alla ribalta, gran parte dei media si affrettano a spiegare senza altri dettagli che, di fronte a quella particolare sfida, l’Europa è “divisa, inerte, assente, silenziosa, vassalla o impotente”. Parole che dovrebbero però invitarci a rileggere il vigoroso appello a non abbandonarsi alla tentazione di compiacersi nella sofferenza e nell’autocommiserazione, rivolto ne La montagna incantata di Thomas Mann dall’illuminista Settembrini al giovane Hans Castorp.

Se esaminiamo da vicino questa narrativa così diffusa nei media e nel dibattito politico, essa parte da una visione ideale di “come l’Europa dovrebbe essere”, per sfociare poi in una condanna senza appello della realtà di come l’Europa è. Viene infatti invocata un’Europa che deve essere in ogni circostanza al centro degli avvenimenti e capace di indirizzarne il corso, ma come? Facendosi difensore intransigente del diritto, della morale, del multilateralismo e della risposta al cambiamento climatico, erigendosi inoltre a guardiana dei valori occidentali di fronte al tradimento dell’alleato americano brutale, erratico e imprevedibile, dal quale quindi deve distaccarsi definitivamente. Deve peraltro aprirsi alle rivendicazioni del “sud globale”, ma allo stesso tempo essere attenta ai propri interessi economici e commerciali. Il tutto sulla forza delle parole, considerando implicitamente secondaria l’assenza dei mezzi concreti necessari perché alle parole seguano i fatti. All’enunciazione di obiettivi allo stesso tempo mitologici e sterili, segue quindi necessariamente la constatazione dell’impossibilità di raggiungerli. L

’effetto devastante sull’opinione pubblica di questa narrativa non può sfuggire a nessuno. A ciò si aggiunge il messaggio che siamo impotenti perché disuniti, quando forse la verità è invece che siamo disuniti perché impotenti. Sono in effetti la mancanza di mezzi adeguati a perseguire gli obiettivi auspicati e le debolezze strutturali della nostra economia che, togliendo credibilità all’ipotesi di “Europa potenza”, spingono i singoli paesi a ripiegare su sé stessi, privilegiando gli interessi contingenti e gli equilibri di politica interna.

Il paradosso è che questa narrativa autolesionista contrasta con la realtà di numerosi governi e delle istituzioni dell’Ue i quali, sia pure con esitazioni, in modo spesso disordinato e pur sforzandosi di non rompere con l’alleato americano al momento ancora indispensabile, si pongono invece l’obiettivo di porre mattone per mattone le fondamenta degli strumenti di cui l’Europa ha bisogno per esistere nel mondo attuale. Cominciando dalle sfide più urgenti, in primo luogo la difesa dell’Ucraina.

La distanza fra la narrativa prevalente e la realtà che i governi e le istituzioni operano per modificare, rischia però di compromettere questi sforzi. Non si può infatti non essere sorpresi dalla timidezza con cui i governi contrastano la narrativa prevalente, mentre invece sarebbe loro interesse impadronirsi del dibattito, liberandosi definitivamente di alcuni stereotipi. Gli esempi sono molteplici. È giusto sorprenderci e gioire per la straordinaria e per niente scontata unità mostrata dall’Europa di fronte all’aggressione russa all’Ucraina. Eppure, una parte dell’opinione è ancora sottoposta al messaggio che in realtà stiamo sostenendo e finanziando una “guerra per procura” per conto degli Usa. La consapevolezza dell’insufficienza dello sforzo europeo in materia di difesa è viva da decenni. Eppure, siamo riusciti a far prevalere il messaggio che la recente decisione della Nato in materia è stato un “cedimento al diktat di Trump”. Il rapporto di Draghi ha spiegato in modo convincente che alcuni aspetti della regolazione dell’economia digitale e dell’IA introdotti in Europa sono eccessivi e compromettono la capacità d’innovazione delle imprese europee. Queste stesse imprese veicolano con forza lo stesso messaggio. Eppure, sembra diffondersi la narrativa che i progetti di cambiamento delle regole che sono allo studio rappresentino un atto di sudditanza rispetto alle richieste americane. Si potrebbe continuare.

Un’analisi lucida ci permetterebbe invece di constatare che la maturazione della volontà collettiva dei governi e il ruolo delle istituzioni vanno sotto molti aspetti nella giusta direzione. Cosa manca? Governi e Commissione hanno prodotto abbastanza “progetti e bussole”; da parte loro, i “volonterosi” hanno prodotto numerosi incontri e comunicati. È giunto il momento di tradurli in misure e fatti che l’opinione può percepire concretamente. Cominciando da ciò che è immediatamente possibile perché la credibilità della tanto invocata autonomia strategica non si costruisce in un giorno. Nello sforzo di rafforzamento della difesa europea, bisognerà in particolare conquistare la fiducia dell’industria europea dell’armamento e delle tecnologie dual use, che ancora esita a investire nell’incertezza sulla portata e la continuità dell’impegno dei responsabili politici.

Lo sforzo necessario per percorrere quello che si può definire “l’ultimo miglio” dei percorsi strategici auspicati, riguarda tutte le priorità attuali dell’Europa. Innanzitutto, le decisioni che riguardano l’Ucraina e il rafforzamento delle capacità militari dell’Europa. Inoltre, il rilancio della produttività e della crescita all’interno (rapporti Draghi e Letta), senza il quale l’Europa non ritroverà fiducia nella propria forza. Infine, proseguire nella diversificazione dei nostri rapporti commerciali. Diversificazione che non ha solo un senso economico, ma anche geopolitico; per esempio, stringendo rapporti più stretti con altri alleati degli Stati Uniti, come il Giappone, l’Australia, la Corea e altri che devono affrontare dilemmi non lontani dai nostri. Affrontare in modo efficace queste priorità ci permetterebbe inoltre di acquistare credibilità anche rispetto alle altre sfide a cui siamo confrontati come la Cina, il Medio Oriente o l’Africa.

Percorrere l’ultimo miglio è necessario e urgente per vari motivi. Il primo è che le scelte dei paesi europei in materia di politica estera sono fortemente dipendenti dagli equilibri politici interni. Come si è visto per l’integrazione economica, solo realizzazioni concrete e durature creano quelle che Monnet chiamava “solidarietà di fatto”, che sottraggono la continuità delle scelte europee alla mutevole evoluzione delle politiche nazionali e possono anche combattere il disfattismo diffuso nell’opinione pubblica. Inoltre, il resto del mondo non aspetta le lentezze dell’Europa. Infine, il consenso raggiunto finora è importante ma fragile e deve quindi essere consolidato. Un test sarà rappresentato da une eventuale cessazione delle ostilità in Ucraina. Paradossalmente è proprio quell’evoluzione da tutti auspicata, che rischia di mettere in pericolo l’unità miracolosamente raggiunta in Europa. Un certo numero di paesi può infatti essere tentato di prendere per “pace” ciò che sarà solo una tregua, decidere che la minaccia russa è finita e che è quindi possibile riprendere con l’aggressore rapporti normali. Inoltre, l’esperienza insegna che l’imprevedibilità di Trump può in ogni momento metterci di fronte a nuove sfide.

Da questo processo, se avrà successo, uscirà un’Europa diversa. Rispondere alla minaccia russa vuol dire anche consolidare sul piano dei valori e dei principi la nostra frontiera orientale. Dovrà quindi trovare definizione la natura e l’estensione del nostro allargamento a est, per il cui successo la parte occidentale del continente non ha finora investito, per arroganza e presunzione, sufficienti energie politiche. Cambierà anche la natura e il funzionamento delle istituzioni che si troveranno modificate non da un progetto teorico, ma dalla forza degli avvenimenti. Nessuno può avere l’ambizione oggi di prevedere il risultato finale. L’importante è cominciare il cammino. Gli avvenimenti saranno abbastanza drammatici per indicare la strada.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore, fra l'altro, dei volumi 'L'Unione europea: una storia non ufficiale' e 'Stare in Europa: Sogno, incubo e realtà'

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