Sono continuati anche nel 2026 gli incontri della “Coalizione dei volenterosi”, per discutere delle iniziative di supporto all’Ucraina messe sul tavolo dai paesi leader del gruppo, Francia e Regno Unito, in particolare il possibile invio di una “forza multinazionale” per svolgere attività di peacekeeping e training delle forze ucraine.
La posizione dei Paesi europei e la missione in Ucraina
Una missione europea su territorio ucraino rappresenta l’iniziativa più dibattuta e divisiva all’interno della coalizione, tanto che nel comunicato dell’ultimo vertice di gennaio si prospetta un contributo di “volenterosi tra i volenterosi”, ossia di un gruppo ristretto all’interno della coalizione. La Coalizione dei volenterosi presenta un formato, quello per l’appunto descritto dal nome, reso necessario dalla prospettiva dell’imposizione di un veto di Paesi come Ungheria e Slovacchia in ambito UE, e da un rifiuto americano di un coinvolgimento diretto della NATO, rispetto ad un’iniziativa di supporto all’Ucraina come quella messa sul tavolo dal Regno Unito e dalla Francia.
La coalizione include formalmente anche paesi che condividono le posizioni di fondo del gruppo, in particolare l’importanza della capacità dell’Ucraina di difendersi e il primato della sua sovranità come pilastro di un accordo di pace, ma che non hanno intenzione, per ragioni diverse, di mandare truppe in territorio ucraino. L’Italia è un esempio eminente di questa categoria di Paesi. Per quanto concerne quindi l’impiego di personale militare, che sia in ambito terrestre, navale o aereo, si profila l’emergere di una coalizione di volenterosi all’interno della coalizione dei volenterosi, con alla guida Francia e Regno Unito. L’iniziativa si presenta dunque come una piattaforma di carattere multilaterale all’interno della quale costruire consenso e adesione circa un’iniziativa potenzialmente più incisiva come l’invio di truppe, con un coinvolgimento di altri membri in formato ridotto.
La coalizione non è la sola novità multilaterale fuori dai quadri NATO e UE quanto a sicurezza dell’Europa emersa negli ultimi anni. Dalla fine del 2024 i Ministri della Difesa, e a volte degli Esteri, di Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito – il cosiddetto formato E5 – hanno iniziato a incontrarsi regolarmente per discutere di Ucraina e non solo. Il fatto che tre capitali del formato E5 – Berlino, Roma e Varsavia – rimangano al momento fuori dalla paventata missione di peacekeeping, oltre che rilevante sul piano politico per il peso di questi Paesi, esclude il contributo della prima potenza economica e di alcune delle principali potenze militari in Europa. In particolare, la Germania, nella persona del cancelliere Merz, si pone in modo molto cauto rispetto ad un rischio di escalation con la Russia, pur confermando il proprio significativo supporto di carattere economico, mentre per la Polonia si tratta di una valutazione strategica, che riserva l’impiego delle proprie forze armate per la propria difesa nazionale a fronte di un attacco russo ritenuto possibile se non probabile nell’orizzonte del 2030.
Le implicazioni dell’assenza di USA e NATO dalla partita
Il rifiuto o il tentennamento di diversi paesi rispetto all’invio di truppe in Ucraina è da imputare in parte significativa anche all’incertezza del supporto americano, dato che rimane indefinito se e come si manifesterebbe, sia nel contesto operativo di una missione di peacekeeping sia in caso di escalation da parte della Russia. Un altro importante ostacolo a livello operativo, oltre all’incertezza di poter contare sugli abilitatori strategici forniti dagli Stati Uniti come, ad esempio, le capacità di intelligence e ricognizione, deriva dalle complessità di pianificare e dispiegare una simile missione fuori dalla NATO, senza dunque un comando militare integrato ed una struttura di staff civile già esistenti su cui poter contare. A questo si aggiunge poi che un eventuale invio di truppe non rientrerebbe negli attuali piani regionali di deterrenza e difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica, e richiederebbe dunque uno sforzo ulteriore rispetto al robusto contributo già fornito dagli stessi Paesi europei alla postura difensiva NATO.
In questo contesto, uno sviluppo positivo rispetto alle ipotesi iniziali, che prevedevano sostanzialmente una forza esclusivamente di terra, è l’allargamento della missione anche ad altri dominii operativi, navale ed aereo, che permette contributi mirati da parte di più Paesi allargando così il bacino di forze disponibili. Il contributo, ad esempio, della Turchia si sostanzierebbe in assetti navali, mentre quello della Svezia nel dispiegamento dei propri velivoli da combattimento.
Negoziati di pace e forza di peacekeeping
Un ulteriore elemento di complessità deriva per gli stati europei dal fatto di essere stati finora di fatto marginalizzati nelle negoziazioni, a guida americana, per raggiungere il cessate il fuoco che è necessario per procedere poi con la missione di peacekeeping. Questo contribuisce infatti a rendere ulteriormente incerte le prospettive di questa missione. Non essere pienamente coinvolti nella negoziazione di un accordo, e avere dunque un’influenza limitata sulla definizione di quest’ultimo, significa non poter influenzare lo scenario nel quale un’eventuale operazione militare della coalizione dovrebbe operare. Non è possibile, ad esempio, considerare scollegati due elementi come i termini di un eventuale accordo tra Russia e Ucraina e le regole di ingaggio a cui dovrebbero sottostare le forze dei Paesi europei. A settembre 2025 Putin ha affermato che truppe europee dispiegate in Ucraina sarebbero un bersaglio legittimo per le forze armate russe. Questa posizione si riflette nel più volte reiterato rifiuto manifestato dal Cremlino rispetto ad un eventuale dispiegamento di truppe NATO in Ucraina nel quadro delle garanzie di sicurezza richieste da Zelensky. Essere parte dei negoziati per un accordo di pace potrebbe invece profilare i paesi europei come interlocutori da tenere in altra considerazione, contribuendo a rendere più robusta la posizione della missione di peacekeeping che seguirebbe. In altre parole, un’accettazione da parte della Russia di truppe europee in Ucraina dovrebbe necessariamente passare per la negoziazione del cessate il fuoco.
I rischi per l’Europa di una ripresa dell’offensiva russa
Dispiegare una forza simbolica nel numero a fini di deterrenza rispetto ad una possibile ripresa dell’offensiva russa in Ucraina post-cessate il fuoco è una scommessa pericolosa nel momento in cui l’Europa non si considera pronta ad affrontare un conflitto con la Russia. Data inoltre la scarsa fiducia che gli stessi europei esprimono a tal riguardo, il bluff rischia di essere chiamato troppo facilmente da Mosca, rendendo la missione di peacekeeping uno strumento puramente simbolico, destinato a svanire nel momento in cui Putin dovesse decidere di tornare ad attaccare l’Ucraina. Se così fosse, un’eventuale ritirata europea dall’Ucraina alla ripresa delle ostilità russe avrebbe conseguenze estremamente più gravi per la credibilità dell’Europa quanto a sicurezza e difesa, e per la stessa pace e stabilità del Vecchio Continente, del ritiro NATO dall’Afghanistan nel 2021. Infatti, abbandonare Kyiv dopo essersi esposti in loco per difenderla, aumenterebbe il rischio che il Cremlino, una volta caduto malamente il velo della missione di peacekeeping, voglia testare direttamente la coesione della NATO e dell’Unione Europea con un attacco ad uno Stato membro.
Tornando alla situazione attuale, i risultati della coalizione dei volenterosi fino ad ora potrebbero limitarsi ad aver sottolineato i limiti dell’UE per via degli impedimenti ad un decision making unanime e coerente a causa di paesi come l’Ungheria e la Slovacchia, e ad un esercizio di political signaling, per dimostrare agli Stati Uniti che l’Europa vuole e può assumersi la responsabilità della propria difesa e sicurezza. Ma se questa volontà, che si dimostra comunque frammentata su aspetti cruciali come l’invio di truppe sul terreno, non dovesse riuscire a convertirsi in capacità, il potenziale della coalizione si esaurirebbe prima del raggiungimento di risultati concreti.
Ricercatore junior nel programma “Difesa, sicurezza e spazio” dell’Istituto Affari Internazionali.






