Trump e l’Afghanistan: superficialità e inconsistenza

La superficialità e l’inconsistenza delle parole del Presidente Trump sul ruolo giocato dagli alleati nelle vicende afghane e in generale nelle operazioni condotte in coalizione ha generato echi che il tempo non attenua.

Al di là del conteggio dei caduti che, per quanto consistente, non è indice diretto degli impegni militari, contano i rischi coscientemente assunti e lo spirito proattivo nella compartecipazione a operazioni complesse, in ambienti dove le ostilità si possono improvvisamente manifestare, senza un percepibile preavviso.

Poco dopo l’avvio delle operazioni in Afghanistan, la partecipazione italiana alla coalizione che si era formata si concretizzò nella missione Nibbio con lo schieramento del 9° Reggimento della Taurinense nell’area di Kwost, a ridosso del confine con il Pakistan. Lo scopo era quello di impedire l’afflusso di uomini e materiali a sostegno dei Talebani: ambiente difficile e ostile, con alcuni scontri a fuoco e qualche ferito.

Con l’evoluzione della situazione sul terreno e l’assunzione da parte della Nato della conduzione delle operazioni (agosto 2003), il territorio dell’Afghanistan venne suddiviso in cinque zone operative e le forze armate italiane ebbero la responsabilità della regione occidentale di Herat – circa un quinto di tutto l’Afghanistan – oltre a mantenere una presenza a Kabul, con i corollari di Surobi a Nord Est, e della valle del Musai, a sud di Kabul, dove, prima dell’arrivo della nostra guarnigione, una colonna di un altro paese era stato oggetto di una sanguinosa imboscata. Gli scontri a fuoco erano frequenti, d’altronde Herat durante l’occupazione sovietica era considerata uno dei buchi neri dell’Armata Rossa.

Ma la nostra attività sul campo risultò facilitata dal tipo di relazione che riuscimmo a instaurare con le popolazioni locali, che in breve percepirono concretamente il miglioramento delle loro condizioni di vita garantito dalla presenza delle truppe italiane: io stesso partecipai all’inaugurazione di un consultorio medico in un villaggio della valle del Musai, dove i nostri medici militari si misero a disposizione per curare gli abitanti del luogo. In buona sostanza, grazie alla cura con cui preparavamo i militari prima di inviarli in teatro e alla postura della nostra presenza, riuscivamo a “prosciugare il laghetto in cui nuotavano i talebani”, riducendo in modo significativo la potenziale ostilità delle popolazioni locali verso truppe oggettivamente occupanti.

Non così si può dire di altri contingenti, il che aiuta a capire e spiegare le diverse dinamiche operative sul terreno e i conseguenti atteggiamenti che portavano a un’ostilità di fondo, la quale favoriva l’efficacia delle azioni dei talebani. In altre parole, il livello di violenza sperimentato da alcuni dei dispositivi militari alleati era in qualche modo alimentato da comportamenti considerati irrispettosi della cultura locale; pertanto, dal momento che lo scopo di ISAF era quello di assicurare il controllo del territorio e quindi l’agibilità dell’autorità governativa centrale, il contingente italiano, in tutti i lunghi anni della presenza in Afghanistan, era fra tutti quello che otteneva il risultato voluto, con il minor possibile uso della forza.

Ciò considerato, tuttavia, è indubitabile che gli elementi ostili erano efficacemente attivi sul territorio e che abbiamo dovuto lamentare perdite dolorose, quei 53 caduti che evidentemente sono considerati con indifferenza da un personaggio che ebbe a definire sfigati e perdenti le vittime americane dei conflitti in cui erano impegnate le forze Usa, un personaggio che a suo tempo riuscì a schivare la chiamata alle armi per la guerra in Vietnam, sfruttando abilmente tutte le possibili scappatoie.

Sarebbe doverosa un’aperta dichiarazione di scuse da parte del governo di Washington, ma temo che ormai l’argomento principe di questi giorni si stia concentrando su altre questioni di interesse più diretto per la leadership americana, questioni che avranno un impatto determinante sugli esiti delle prossime elezioni di medio termine, con la concreta prospettiva di un cambio di maggioranza al Congresso.

Ma tutto ciò non fa venir meno l’esigenza irrinunciabile che fra gli Alleati viga il principio assoluto del rispetto reciproco, essenziale se si vuole che sul campo di battaglia si operi con una mutua e incondizionata collaborazione, a salvaguardia della reciproca incolumità e nell’ottica del conseguimento del desiderato risultato operativo.

Generale e politico italiano esponente dell'Aeronautica Militare, ex capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica Militare e della Difesa.

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