5 Dicembre 2022

Lo scudo energetico tedesco e il rischio ‘blackout’ dell’Ue

Quello che non è riuscita a fare la pandemia rischia di farlo la crisi energetica. Di fronte all’emergenza Covid-19, che rischiava di accentuare le tensioni già forti che attraversavano l’Unione europea, quest’ultima ha saputo mostrare una capacità di risposta che le ha permesso di uscire rafforzata. Ora, invece, la mancanza di coordinamento europeo nel fronteggiare le conseguenze economiche derivanti dalla guerra (anche) dell’energia tra Russia e Ucraina rischia di scatenare un vero e proprio terremoto nell’Unione.

Schtzschirm, lo scudo tedesco

L’ultimo scossone viene dalla Germania, il Paese che, fino a poco tempo fa, ha tenuto il timone dell’Unione nella tempesta della pandemia. Lo scudo protettivo, lo Schutzschirm, contro le conseguenze economiche della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina è pacchetto di misure varato dal governo tedesco che porta la firma di Olaf Scholz, del ministro verde dell’economia Robert Habeck e del ministro delle Finanze, il liberale Christian Lindner. Si tratta di un pacchetto di provvedimenti estremamente ampio e articolato che non si limita a fissare un tetto ai prezzi di gas ed elettricità per famiglie e imprese. Tra le varie misure spicca, ad esempio, la decisione di tassare gli extra-profitti delle aziende energetiche.

Si tratta di una svolta che impone un ripensamento dell’approccio alla finanza pubblica da parte dei tedeschi. Già durante la pandemia il governo aveva accettato di attenuare la tradizionale ostilità al debito per permettere all’economia di reggere ai rigori dell’emergenza. Ora, però, si sta compiendo un passo ulteriore: gli strumenti attualmente in mano al governo tedesco sono il Fondo per la stabilizzazione economica e le risorse della Kreditanstalt für Wiederaufbau (che può essere grossolanamente paragonata alla Cassa Depositi e Prestiti italiana).

È però difficile immaginare che la Germania possa portare avanti questo pacchetto di riforme (alcune delle quali, come il taglio dell’Iva, con un forte impatto sul saldo di finanza pubblica) senza un ampio ricorso all’indebitamento. È questo un punto su cui in Germania si è scatenato il dibattito, con i sostenitori di una linea più conservatrice (ben rappresentati dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung) fortemente critici verso la filosofia ispiratrice del provvedimento.

L’effetto distorsivo del price cap

Lo scudo tedesco pone, inoltre, una serie di problematiche a livello europeo e internazionale. Le modalità attraverso cui ciascuno Stato cerca di calmierare l’impatto della crisi energetica rientrano nella sfera delle scelte nazionali. Pertanto, ciascuno Stato può scegliere il giusto mix di agevolazioni per sostenere il proprio sistema produttivo. Questo mix dipende anche dalla capacità che ciascuno Stato ha di generare ulteriore debito e qui la Germania si trova certamente in vantaggio rispetto ad altri paesi.

Vi è, però, un effetto distorsivo nella gestione a livello nazionale di questo dossier, soprattutto se è la Germania a portare avanti il piano di aiuti più consistente. Sfruttando la sua solidità economica e il suo debito più ridotto rispetto agli altri paesi maggiori, la Germania può sostenere il sistema produttivo al punto tale da permettergli di vendere a prezzi minori degli altri Paesi proprio perché le imprese tedesche sentiranno meno il peso della bolletta energetica. Sono questi gli effetti distorsivi di cui ha parlato Mario Draghi di recente e che rischiano di creare dei marcati disequilibri nel sistema economico dell’eurozona.

Si può poi aggiungere un altro fattore di preoccupazione. Tra le misure dello Schutzschirm vi è la ricerca di nuove fonti di approvvigionamento energetico: la Germania, mentre punta alle rinnovabili, sarà libera di cercare nuovi partner energetici. Questa ricerca viene al momento immaginata come un’attività portata avanti da consorzi paneuropei. Ma, se i rapporti con gli altri partner europei dovessero essere logorati da svolte nazionaliste, allora non è peregrino pensare che anche le strategie di diversificazione degli approvvigionamento diventerebbero sempre più “nazionali”.

Foto di copertina EPA/CLEMENS BILAN