L’Industrial Accelerator Act e il test dell’autonomia strategica europea

L’Industrial Accelerator Act (IAA), già previsto per l’ultima parte del 2025, è stato rinviato per la terza volta in tre mesi e verrà presentato il 4 marzo. Secondo il Commissario per la Prosperità e la Strategia Industriale Stephane Séjourné, questo ulteriore slittamento servirà a sanare le divergenze ancora presenti tra gli Stati membri e fra le stesse fila della Commissione.

Un cantiere aperto, quello riguardante l’IAA, ossia il nuovo regolamento dell’Unione Europea descritto come decisivo per colmare il gap con Stati Uniti e Cina. Le due grandi potenze hanno da tempo intrapreso una svolta protezionistica orientata alla logica della somma zero, per cui l’impianto commerciale multilaterale è di fatto subordinato agli obiettivi di sicurezza economica ed autonomia strategica. Sussidi statali, appalti pubblici tramite criteri non monetari e requisiti di provenienza vincolanti sono usati come strumenti ordinari di politica industriale per favorire le aziende domestiche rispetto a quelle straniere. L’UE, rimasta fedele alle regole del WTO e alla filosofia del mercato aperto, si è trovata esposta ai venti della competizione più sfrenata. Va detto che l’IAA non sarebbe la prima misura di stampo protezionista della seconda Commissione von der Leyen: le tariffe sull’acciaio e le misure anti-dumping sull’automotive – e in particolare sui veicoli elettrici cinesi – segnalano già un cambio di postura. Ora il tentativo di colmare questo divario è osteggiato dalle divisioni interne.

Dalla decarbonizzazione alla competitività: com’è cambiata la proposta?

Il regolamento è comparso per la prima volta nel gennaio del 2025 con la pubblicazione del Competitiveness Compass, il documento programmatico della Commissione von der Leyen che definiva le priorità industriali della legislatura. Nato come Industrial Decarbonisation Accelerator Act, rientrava nell’agenda del Green Deal e puntava a legare il raggiungimento degli obiettivi climatici alla competitività industriale. Nel settembre 2025 la parola Decarbonisation è stata depennata, segnale di uno slittamento di priorità interno alla Commissione verso la competitività industriale. Tendenza che l’acuirsi delle tensioni geopolitiche e commerciali – complici le pressioni commerciali di Washington – avrebbe poi ulteriormente consolidato.

Nella sua forma attuale, il regolamento si basa su tre pilastri. Il primo e più controverso riguarda la creazione di mercati guida (lead markets) per i prodotti industriali a basse emissioni. Lo strumento principale è la spesa pubblica: le amministrazioni europee spendono ogni anno circa 2.500 miliardi di euro in appalti, pari al 16% del PIL dell’Unione, gestiti finora quasi esclusivamente sul criterio del prezzo più basso. Non si tratta di un approccio del tutto inedito – già il Net Zero Industry Act include criteri non monetari negli appalti pubblici – ma l’IAA intende estendere e rafforzare questa logica in modo sistematico. È prevista quindi l’introduzione di requisiti minimi di contenuto europeo negli appalti – il “Made in Europe” – tale da condizionare certi incentivi statali all’utilizzo di prodotti che rispettino standard di origine e sostenibilità. In sostanza, usare la spesa pubblica non solo per comprare, ma per orientare le scelte produttive dell’industria. Esattamente la logica che USA e Cina applicano da anni, e che l’Europa ha a lungo evitato per non entrare in conflitto con le le regole del mercato comunee per evitare distorsioni. Il secondo pilastro riguarda la semplificazione e l’accelerazione delle procedure di autorizzazione per i progetti industriali strategici, dalla costruzione di nuovi impianti alla modernizzazione – e in particolare di efficientamento energetico – di quelli esistenti in settori come la siderurgia, la chimica e l’automotive. Il terzo pilastro è l’introduzione di un’etichetta volontaria di intensità carbonica, inizialmente applicata all’acciaio e successivamente al cemento. L’etichetta servirebbe a fornire informazioni comparabili agli acquirenti, con l’obiettivo di consentire alle aziende più virtuose di ottenere un premio di mercato per i propri prodotti. L’efficacia di questo meccanismo dipenderà tuttavia dalla capacità di stimolare una domanda reale: al momento il mercato dell’acciaio verde soffre di domanda insufficiente, con acquirenti che resistono ai prezzi premium e produttori che segnalano come la certificazione da sola non basti a smuovere i volumi. La scelta dell’acciaio come settore pilota non è casuale in quanto si tratta del comparto in cui la pressione competitiva esterna è più acuta, con un calo costante della produzione europea.

La mappa delle divisioni interne

Il rinvio al 4 marzo non rientra all’interno dei classici tira-e-molla istituzionali, ma è dovuto ad un dibattito ancora aperto su più livelli. Le divisioni non coinvolgono soltanto gli Stati membri, ma attraversano gli stessi uffici della Commissione. Diverse Direzioni Generali avrebbero sollevato obiezioni sul testo, segnale di quanto la proposta tocchi equilibri sensibili tra competitività, commercio, ambiente e mercato interno. Il nodo centrale rimane invariato: requisiti del “Made in Europe” devono valere solo per prodotti fabbricati nell’Unione, oppure possono estendersi a quelli di paesi terzi considerati partner affidabili?

Da un lato la linea del più ferreo “buy European” ha trovato espressione nella figura del commissario Séjourné – che pur essendo formalmente un commissario europeo e non un rappresentante dell’interesse nazionale francese, ha fatto propria la visione di un’Europa che protegge attivamente la propria industria in chiara discontinuità con i principi di libero mercato degli ultimi decenni.

Dall’altro lato si collocano Germania e Italia. Entrambe ritengono che requisiti di contenuto locale troppo stringenti rischino di provocare ritorsioni da parte di Washington e  di frammentare le value chains esistenti. Vi è poi il timore che aumentino i costi per i settori a valle che dipendono da componenti prodotti fuori dall’Ue, come l’automotive, in sofferenza in entrambi i Paesi. La loro posizione è quella del “Made with Europe”, un approccio più aperto che includa i partner commerciali affidabili anziché escluderli.

 

C’è poi una terza posizione: i Paesi nordici e baltici difendono il libero mercato e, pur non opponendosi nettamente all’IAA, temono che misure di protezionismo possano scoraggiare ulteriormente gli investitori. La bozza di regolamento circolante riflette un compromesso tra queste posizioni inserendo una categoria di paesi terzi “equivalenti”. Sarà la Commissione a decidere caso per caso chi è un “partner affidabile” e chi invece non lo è, e potrà revocare questo status in caso di “gravi violazioni degli impegni”. È una soluzione che aggira la frattura interna senza risolverla, delegando alla diplomazia esecutiva ciò che la politica fatica a definire in sede legislativa. Di fatto, la Commissione rischia di produrre l’ennesimo compromesso che accontenta tutti sulla carta ma non impegna nessuno nella sostanza.

Il vero rischio non è il protezionismo, ma l’irrilevanza

I leader dei 27 Stati membri si troveranno a discutere l’IAA durante il Consiglio europeo del 18 marzo: non si giocherà solo il destino del regolamento, ma la credibilità della risposta europea alla sfida di competitività che il rapporto Draghi aveva fotografato con impietosa lucidità. Se l’IAA esce dal Consiglio ridotto ai minimi termini, e quindi senza requisiti di contenuto locale credibili, senza un meccanismo di selezione dei partner trasparente e non opaco, senza un’etichetta-carbonio vincolante, sarà difficile sostenere che l’Europa sia in grado di fare politica industriale nel senso pieno del termine e non solo di produrre dichiarazioni d’intenti. Non è meramente una questione di protezionismo contro libero mercato, piuttosto un test per la prontezza europea. Gli Stati membri e la Commissione sono in grado di rispondere tempestivamente ai mutamenti dello scenario globale, e di farlo con scelte che impegnino al rispetto della normativa anziché rimandare a successivi atti delegati? Al momento, l’incertezza è il fattore x che mette a rischio non solo la competitività europea, ma la sua capacità di essere un attore – e non solo uno spettatore – nella competizione economica globale.

Edoardo Arcidiacono

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