L’attacco all’Iran offusca la Special Relationship

La campagna militare condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran a partire dal 28 febbraio sta avendo imponenti ripercussioni politiche e di sicurezza sullo scacchiere mediorientale e regionale, com’è inevitabile che sia. Allargando il quadro, però, è impossibile non notare anche i profondi effetti che la guerra in corso sta producendo sugli equilibri strategici europei e transatlantici. La mancanza di una solida base di diritto internazionale per giustificare l’intera operazione militare e gli scarsi riscontri di intelligence in merito all’imminenza di un attacco da parte di Teheran hanno sin qui frenato il coinvolgimento europeo. Le principali cancellerie del Vecchio Continente sono finora sembrate profondamente riluttanti a farsi coinvolgere in quella che, a tutti gli effetti, sembra una campagna militare priva di legittimazione, strategia e chiarezza. Il blocco dello Stretto di Hormuz sta inoltre contribuendo a un’impennata dei costi dell’energia che colpisce direttamente i portafogli dei cittadini europei e statunitensi, accrescendo l’impopolarità del conflitto presso l’opinione pubblica e aggravando la crisi del costo della vita. Se al momento il Presidente Trump sembra fare spallucce di fronte al rischio di una valanga elettorale che potrebbe travolgerlo alle Midterm di novembre, i governi europei sembrano molto più preoccupati. Il Regno Unito, in particolare, ha tenuto sin dall’inizio un atteggiamento cauto per niente apprezzato dalla Casa Bianca, con effetti di medio-lungo periodo che potrebbero contribuire a deteriorare quel che resta della celebre Special Relationship.

Tra diritto internazionale e problematiche interne

Se, come detto, la reazione europea alla guerra in Iran è stata fredda nel suo complesso, si sono comunque registrate sfumature diverse, frutto di allineamenti politici e strategici con gli Stati Uniti molto variegati tra loro. L’Italia, ad esempio, non ha apertamente condannato le azioni di Trump mentre la Spagna ha assunto sin da subito una posizione di ferma condanna. In questo quadro complesso, il Primo Ministro Starmer ha dovuto, come da sua abitudine, assumere una posizione prudente nei toni seppur chiara nei contenuti. Nell’immediatezza dell’avvio delle operazioni belliche il governo britannico ha negato all’esercito americano l’utilizzo delle basi militari dispiegate nella regione, come quelle localizzate nelle Chagos Island. Una posizione argomentata proprio sull’assenza totale di una base giuridica per gli attacchi, che avrebbe determinato la volontà del governo laburista di non farsi imbrigliare in un conflitto difficilmente giustificabile dinanzi a un’opinione pubblica ancora pesantemente scottata dall’esperienza della guerra in Iraq del 2003. Al netto delle questioni di diritto internazionale, è infatti il fronte interno ad aver pesato enormemente sulla scelta di Starmer. Secondo tutti i più recenti sondaggi, l’opinione pubblica britannica risulta nettamente contraria alla guerra e ancor più a un potenziale coinvolgimento del Regno Unito nel conflitto. In un quadro politico estremamente critico per il Primo Ministro, tra lo scandalo Mandelson e la sconfitta elettorale di Gordon and Denton, e un quadro economico che vede il costo della vita ormai a livelli difficilmente sostenibili, le priorità del governo laburista (e dei cittadini britannici) sembrano decisamente altre. È inutile dire che il governo temeva proprio quanto si sta verificando negli ultimi giorni con il blocco allo Stretto di Hormuz: un’impennata dei costi dell’energia dovuta alle incertezze causate dalla guerra e al blocco delle esportazioni di greggio che poi si riverbera direttamente sul potere d’acquisto dei cittadini. Di parziale (e involontario) aiuto alla causa di Starmer sono state le uscite pubbliche dei principali esponenti dell’opposizione. Nigel Farage ha da subito dichiarato pieno supporto alle azioni del sodale Trump, salvo poi fare repentinamente marcia indietro non appena intuita la complessità della vicenda. Peggio sono riusciti a fare i Tories, che dopo aver inizialmente sostenuto anche loro il conflitto si sono infilati in una terra di nessuno segnata da tentennamenti e posizionamenti tremebondi. Per quanta incoerenza possano mostrare i partiti di opposizione però, questa guerra peserà sul conto del governo. Più si allungheranno i tempi del conflitto, più salirà il conto economico da pagare per famiglie e imprese, e più la colpa di tutto ciò verrà imputata a Starmer e al suo esecutivo.

“Non è mica Winston Churchill…”

Quando il 2 marzo un attacco con droni, probabilmente lanciato da Hezbollah, ha colpito la base RAF di Akrotiri a Cipro, Starmer ha compiuto una parziale retromarcia consentendo l’uso delle basi militari per scopi difensivi. L’attacco ha però messo plasticamente in evidenza la debolezza strategica dell’esercito britannico esposto da anni a politiche di austerity che ne hanno drammaticamente ridotto la capacità operativa. Inoltre, la decisione di Starmer non è servita a ricucire i rapporti con Trump. L’Amministrazione Usa ha preso infatti molto male l’iniziale rifiuto di collaborazione da parte del Regno Unito. Un’insofferenza che non è stata neanche lontanamente nascosta nelle numerose uscite pubbliche a mezzo social e stampa dell’inquilino della Casa Bianca. La concessione delle basi a scopi difensivi è stata giudicata da Trump tardiva e inutile, un atto di lesa maestà più vicino a un tradimento che a una scelta politica. Fino all’affermazione, sprezzante quanto efficace, con cui Trump ha sottolineato la distanza di spessore umano e politico tra l’attuale inquilino di Downing Street e uno dei suoi più celebri predecessori: “non è mica Winston Churchill…”.

La cosiddetta Special Relationship, ovvero il legame atavico e simbiotico che legherebbe Londra e Washington attraverso cultura, storia e strategia comune, ha attraversato diverse fasi nel corso degli ultimi anni. Un rapporto capace di superare le diverse estrazioni delle leadership politiche dei due paesi e di promuovere una visione comune dell’Occidente e del mondo. Se negli anni Ottanta l’asse angloamericano aveva contribuito a incidere significativamente sulla sfera economica e politica globale sfruttando anche la vicinanza politica del duo Thatcher-Reagan, l’inizio del nuovo secolo aveva comunque registrato rinnovato slancio nella guerra al terrore sostenuta simbioticamente da George W. Bush e Tony Blair, repubblicano e laburista. Proprio la fallimentare campagna iraqena però, costata la damnatio memoriae a Blair, sembrava aver imposto una parziale battuta d’arresto. Neanche Brexit e il proposito di Londra di rilanciarsi come ponte transatlantico tra Bruxelles e Washington aveva efficacemente invertito la rotta di un rapporto rimasto indubbiamente solido ma né paritario né tantomeno impenetrabile all’usura del tempo. Nel corso del primo mandato Trump, la parziale vicinanza ideologica con i governi conservatori e una maggiore cautela mostrata dalla Casa Bianca avevano aiutato a non sottoporre eccessive fatiche al legame. La seconda Amministrazione Trump ha però spazzato via ogni antica traccia di alleanze e rapporti storici tra America ed Europa. Starmer, ideologicamente lontano anni luce dalla galassia MAGA, ha sin qui provato a fare buon viso a cattivo gioco, conscio dell’importanza strategica per Londra di non perdere la sponda transatlantica, e speranzoso di giocarsi questa carta nel processo di reset con l’Unione europea. Trump non è però uomo da apprezzare le mezze misure, e una politica internazionale ormai sempre più a somma zero non sembra lasciare spazio ai compromessi. O con Washington o contro Washington, è il messaggio. Londra sembra recepirlo ma in questa fase ignorarlo. Fino a quando, e se fino al punto di poter spezzare la Special Relationship, non è dato sapere.

Ricercatore nel programma “Ue, politica e istituzioni” dell’Istituto Affari Internazionali. I suoi interessi di ricerca includono la Politica estera e di sicurezza dell’Ue, i rapporti tra organizzazioni internazionali nel settore della difesa euro-atlantica, i rapporti tra Ue e Regno Unito in ambito di difesa e sicurezza, il terrorismo internazionale e la sicurezza climatica.

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