La sfida Iran non ha soluzioni immediate

La guerra con Israele, il bombardamento americano del programma nucleare, il ritorno a un regime sanzionatorio di fatto universale, condizioni economiche sempre più deteriorate e proteste ricorrenti alimentano la narrazione di una Repubblica islamica dell’Iran prossima al collasso. La fine del regime sarebbe vicina per implosione interna o per effetto di un intervento armato esterno.

Non priva di elementi di realtà, questa narrazione poggia però su tre assunti problematici. Il primo è che il regime sia strutturalmente fragile. Il secondo è che esista un’alternativa politica immediatamente disponibile. Il terzo è che un’azione militare possa portare un rovesciamento del regime senza innescare una destabilizzazione interna e, plausibilmente, regionale.

La realtà è che non esiste una soluzione immediata, capace di conciliare obiettivi di sicurezza regionale e transizione politica interna. Questi obiettivi possono essere perseguiti solo in sequenza. Ciò implica scelte politicamente indigeste alla luce della repressione interna, ma con lo scopo ultimo di migliorare le condizioni di vita della popolazione che quella repressione subisce.

Assunti traballanti

Non vi è dubbio che la Repubblica islamica sia profondamente indebolita. Il programma di arricchimento dell’uranio e la rete di alleanze con le milizie regionali nota come “asse della resistenza”, promossi per anni dai Guardiani della rivoluzione con il pieno sostegno della Guida suprema Ali Khamenei, sono gravemente compromessi. Il primo è stato seriamente danneggiato dai bombardamenti israelo-americani, il secondo fortemente degradato dall’offensiva israeliana contro Hezbollah in Libano.

Sul piano interno, l’economia ristagna dal ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare nel 2018, che ha innescato una spirale culminata nel tempo in una specie di embargo internazionale. La traiettoria economica discendente, l’inflazione galoppante e un costo della vita sempre meno sostenibile, combinati con la corruzione e la malagestione del governo, hanno alimentato ondate di proteste sempre più frequenti, schiacciate nel sangue.

Il risultato è che la Repubblica islamica si regge ormai quasi esclusivamente sull’apparato repressivo – che, tuttavia, resta intatto. L’opposizione interna è diffusa e animata da aspirazioni radicali, ma resta frammentata, priva di un’agenda condivisa, leadership riconosciuta e accesso a strumenti coercitivi. Al momento non si vedono defezioni negli apparati di sicurezza, senza le quali una rivoluzione interna appare improbabile. Anzi, le minacce di intervento armato americano, la riattivazione delle sanzioni Onu ed europee e la designazione dei Guardiani della rivoluzione come organizzazione terroristica da parte dell’Ue possono averne rafforzato la coesione.

L’idea che la diaspora offra un’alternativa immediatamente praticabile è per lo meno dubbia. Da un lato, l’opposizione all’estero è divisa e litigiosa, come dimostra l’incapacità della figura più in vista – Reza Pahlavi, il figlio dello scià deposto nel 1979 – di fungere da catalizzatore. Dall’altro, essa dipende da un intervento degli Stati Uniti. Ma nelle ultime settimane il presidente Donald Trump ha mandato segnali contrastanti al riguardo.

Minacce militari e aperture diplomatiche

Dopo aver promesso aiuto ai protestanti, Trump ha annunciato una tariffa del 25% su qualunque Stato commerci con l’Iran e ordinato un massiccio schieramento navale nel Golfo a sostegno delle 40 mila truppe già schierate nelle basi Usa nell’area. Questo ha alimentato l’aspettativa di un attacco imminente .

Successivamente, però, il presidente Usa ha ricalibrato il messaggio. Il dazio del 25% (che avrebbe colpito partner commerciali come Cina, Turchia, India, Emirati Arabi Uniti e Pakistan) sembra accantonato, mentre la minaccia della forza è stata subordinata al raggiungimento di un accordo diplomatico. Significativamente, le richieste dell’Amministrazione Trump non fanno riferimento alle proteste, concentrandosi invece su tre dossier di sicurezza: nucleare, asse della resistenza e programma balistico.

La ricalibrazione sembra riflettere un dibattito in seno al governo Usa. L’idea di una spallata decisiva si scontra con i limiti le imprevedibili conseguenze di un intervento armato. Massicci bombardamenti aerei e missilistici, uso di droni e operazioni delle forze speciali possono devastare le capacità militari iraniane, ma non indurre un cambio di regime in assenza di un’opposizione interna organizzata o di un’occupazione del territorio. Quest’ultima è politicamente impraticabile. Trump, che ha più volte rinnegato l’interventismo liberale, non avrebbe sostegno della sua base né, probabilmente, del Congresso.

Dal canto suo, la Repubblica islamica si sta preparando allo scenario estremo di una lotta esistenziale, nell’ambito della quale potrebbe esternalizzare il conflitto con attacchi contro basi e forze Usa nella regione e sabotaggi delle rotte energetiche del Golfo. La sua prevedibile sconfitta militare difficilmente aprirebbe la strada a una transizione ordinata. Più probabilmente produrrebbe una destabilizzazione interna con potenziali tracimazioni regionali.

Neanche la decapitazione del regime, ovvero l’uccisione della Guida suprema e dei vertici di sicurezza allo scopo di destabilizzare o intimidire la Repubblica islamica, è una strada agevole. Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo ha rafforzato le procedure di successione nelle posizioni di comando. Inoltre, l’eliminazione di Khamenei, un leader non solo politico ma anche religioso, rischia di radicalizzare più che indebolire il regime. Infine, la struttura policentrica della Repubblica islamica è concepita per sopravvivere alla perdita di un singolo leader.

Ciò non significa che Washington sia priva di opzioni. Lo schieramento navale in corso, combinato con le capacità già presenti nell’area, può servire a interdire le residue esportazioni di petrolio iraniano (prevalentemente verso la Cina), rafforzare la deterrenza e la difesa contro attacchi iraniani, e lanciare operazioni militari, limitate o estese. La questione resta la definizione degli obiettivi strategici a cui subordinare l’uso di questi strumenti.

Obiettivi di breve e lungo termine

Il dibattito nell’Amministrazione Trump è alimentato anche da pressioni esterne. Israele spinge per lo meno per la distruzione dell’arsenale missilistico iraniano, privando Teheran della sua unica capacità di rappresaglia. Al contrario, Arabia Saudita, Turchia, Egitto e Qatar, spaventati delle conseguenze di una guerra regionale, premono per una soluzione diplomatica orientata al contenimento e non alla destabilizzazione dell’Iran.

Ammesso – ma non concesso – che un intervento su larga scala sia escluso, l’Amministrazione Trump può imboccare due strade. La prima è una variante del modello ‘Maduro’ e consiste nell’intensificare la pressione economica e militare con attacchi limitati  (magari spingendosi fino alla decapitazione del regime) per strangolare il regime e costringerlo a cedere. Questa linea d’azione comporta un alto rischio di escalation. Inoltre, i costi sarebbero sostenuti soprattutto dalla popolazione, ulteriormente impoverita e sempre più bersaglio di un regime paranoico che vede agenti nemici dappertutto.

L’altra strada è intercettare il desiderio della Repubblica islamica di uscire dal pantano. La leadership è disposta a concessioni sul nucleare ma non accetterà limitazioni sostanziali all’arsenale missilistico né il rinnegamento della narrativa anti-imperialista su cui si fonda la sua legittimità ideologica. Una strategia di lungo periodo che combini diplomazia, concessioni mirate con la pressione economica-militare ha più chance di conseguire gli obiettivi di sicurezza, stabilità regionale e transizione interna.

Il primo passo è usare la pressione per un accordo nucleare più restrittivo di quello abbandonato dagli Stati Uniti , accompagnato da un ridimensionamento dell’asse della resistenza ma anche da impegni sul fronte interno, come la sospensione delle esecuzioni e il rilascio dei manifestanti detenuti. In cambio, gli Stati Uniti devono accettare che l’Iran conservi le sue dotazioni missilistiche e un allentamento delle sanzioni, strutturato però a beneficio della popolazione più che dello Stato.

Le esportazioni di petrolio potrebbero continuare nella forma limitata di ora; e le sanzioni contro il regime e i suoi principali esponenti restare in piedi. Ma commercio e investimenti in alcuni settori non sensibili sul piano della sicurezza devono essere riaperti,, e le restrizioni su visti, contatti accademici e scambi culturali allentate. Nel tempo, potrebbero essere avviate forme di assistenza mirata in ambiti come sanità, gestione dell’acqua e lotta al degrado ambientale.

Una soluzione amara

Questa strategia lascia l’amaro in bocca a chi vuole vedere la Repubblica islamica punita per i suoi crimini. Ma  è una strategia volta a dare respiro e prospettive di miglioramento delle condizioni di vita degli iraniani. Peraltro si concilia con gli appelli di numerosi dissidenti interni che, anche dal carcere, hanno sempre accompagnato la richiesta di radicale cambiamento interno con l’opposizione a sanzioni e interventi armati.

Non esistono soluzioni facili alla sfida dell’Iran. La combinazione di pressione e aperture limitate può favorire nel tempo le condizioni di rinnovamento interno creando un ambiente esterno meno soggetto a sprofondare nella violenza o, peggio, nel caos.

Coordinatore delle ricerche e responsabile del programma Attori globali dell’Istituto Affari Internazionali. I suoi interessi di ricerca si concentrano sulle relazioni transatlantiche, in particolare sulle politiche di Stati Uniti ed Europa nel vicinato europeo. Di recente ha pubblicato un libro sul ruolo dell’Europa nella crisi nucleare iraniana,“Europe and Iran’s Nuclear Crisis. Lead Groups and EU Foreign Policy-Making” (Palgrave Macmillan, 2018).

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