Dopo mesi di minacce esplicite, schieramenti militari senza precedenti nei Caraibi e una serie di operazioni contro imbarcazioni definite da Washington come coinvolte nel narcotraffico — operazioni che hanno causato oltre un centinaio di morti in circostanze riconducibili a esecuzioni extragiudiziali —, gli Stati Uniti hanno dato seguito a quanto annunciato. Con un’azione militare definita “esemplare”, forze Usa hanno catturato ed esfiltrato con la forza il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie, trasferendoli negli Stati Uniti. Poche ore dopo, Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti “will run Venezuela”, chiarendo che Washington governerà il paese presumibilmente attraverso un governo locale chiamato a seguire le istruzioni americane. A due giorni di distanza dagli eventi, è possibile avanzare alcune considerazioni di carattere generale sulle ragioni dell’intervento e sulle sue probabili conseguenze.
Le ragioni dietro il cambio di regime
Tre appaiono le ragioni centrali dell’operazione.
La prima riguarda le risorse, in particolare il petrolio. Trump ha esplicitamente affermato che l’intervento mira a recuperare beni espropriati alle compagnie americane e ad assicurare agli Stati Uniti un accesso pieno e diretto alle riserve petrolifere venezuelane, tra le più grandi al mondo. Si tratta di una giustificazione apertamente affaristica, che richiama pratiche di estrazione coloniale più che argomentazioni di sicurezza o di promozione della democrazia.
La seconda ragione è geopolitica: l’obiettivo di ridurre la presenza cinese in America Latina. Il Venezuela è stato negli ultimi anni uno dei principali partner regionali di Pechino, sia sul piano finanziario sia su quello energetico. Il cambio di regime offre a Washington l’occasione di colpire un perno della proiezione cinese nell’emisfero occidentale.
La terza riguarda la migrazione. Sotto Maduro circa otto milioni di venezuelani hanno lasciato il paese, molti dei quali sono arrivati negli Stati Uniti. Un controllo diretto o indiretto del Venezuela consentirebbe a Washington di favorire rimpatri, un argomento politicamente spendibile presso la base MAGA, alla quale non era stata promessa una politica estera interventista.
Non appare invece credibile la motivazione legata al narcotraffico. Il Venezuela non produce fentanyl e la gran parte della cocaina che transita dal paese è destinata ai mercati europei. A togliere ulteriore legittimità a questa giustificazione contribuisce la grazia concessa da Trump a un ex presidente honduregno condannato negli Stati Uniti per traffico di droga.
Conseguenze per il Venezuela
Le prospettive per una transizione democratica appaiono incerte. Trump ha liquidato senza esitazioni la leader dell’opposizione María Corina Machado, fresca premio Nobel per la pace, e non ha nemmeno menzionato il candidato che, secondo gli stessi Stati Uniti, avrebbe vinto le elezioni presidenziali dello scorso anno poi manipolate dal regime di Maduro. Questo chiarisce che la transizione democratica del Venezuela non sia una priorità dell’Amministrazione Trump.
Più plausibile è lo scenario di un “regime di Maduro senza Maduro” e allineato agli Stati Uniti. Le dichiarazioni di Trump e del Segretario di Stato Marco Rubio indicano aspettative precise nei confronti di Delcy Rodríguez, vicepresidente del regime e ora apparentemente figura di riferimento del nuovo assetto di potere, soprattutto sul fronte petrolifero e sul disallineamento dalla Cina.
Resta infine il rischio di destabilizzazione. Se il nuovo governo non riuscirà a costruire una base di consenso interna, potrebbe essere travolto da dinamiche centrifughe: rivalità tra fazioni del vecchio regime, organizzazioni paramilitari a cui era stato appaltato parte del controllo della sicurezza e forze di opposizione desiderose di sfruttare il vuoto di autorità.
Conseguenze per gli Stati Uniti
Sul piano della politica estera, l’intervento consolida un approccio che combina affarismo e coercizione, con tratti riconducibili a una logica di estrazione coloniale. Lo standing morale degli Stati Uniti subisce un ulteriore crollo, anche perché l’operazione è stata condotta senza alcuna autorizzazione del Congresso, accentuando una deriva pseudo-autoritaria interna.
Al tempo stesso, l’intervento rischia di generare tensioni all’interno del movimento MAGA, ostile all’interventismo militare all’estero.
Conseguenze per l’America Latina
L’azione in Venezuela rafforza una versione coercitiva della Dottrina Monroe, o “Donroe” nella formulazione trumpiana. Cuba, Colombia e Messico subiscono una pressione crescente, mentre si rafforza l’allineamento con governi di destra apertamente pro-Usa, come quelli di Honduras, El Salvador, Ecuador e Argentina.
Un ulteriore effetto riguarda il cosiddetto triangolo del litio e dei minerali critici — Cile, Argentina e Bolivia — destinato a diventare un nuovo terreno di competizione strategica. In parallelo, i governi di sinistra, con il Brasile in testa, cercano forme di contro-bilanciamento, probabilmente verso la Cina, anche se le prossime scadenze elettorali a Brasilia introducono elementi di incertezza.
L’allineamento pro o anti-statunitense, o anche il semplice non-allineamento, rischia di diventare la principale linea di faglia politica regionale, con un aumento delle interferenze americane che rischia di creare violenze e nuocere ai processi democratici o di democratizzazione endogeni.
Conseguenze per il mondo
L’intervento americano a Caracas, senza alcuna giustificazione legale, infligge un altro colpo al sistema di regole, norme e istituzioni internazionali. Esso fornisce una legittimazione ex post alle politiche imperiali della Russia nel proprio vicinato e, potenzialmente, una legittimazione ex ante a future azioni su Taiwan da parte della Cina. Anche se Mosca e Pechino non avevano bisogno di precedenti, l’episodio indebolisce gli argomenti normativi contro l’uso della forza e rafforza una logica di potenza che peraltro costituisce una fonte primaria di legittimazione interna per i regimi autoritari.
Conseguenze per l’Europa
Salvo la Spagna e, in misura minore, la Francia, le reazioni europee si collocano nel consueto mix di ipocrisia e ambiguità, senza una condanna esplicita di un’azione illegale sotto il profilo del diritto interno e internazionale. Ciò riduce ulteriormente la credibilità europea nel Sud Globale e la capacità di costruire una coalizione di medie potenze — come Canada, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia — interessate a preservare ciò che resta dell’ordine internazionale.
Gli europei sperano di mantenere gli Stati Uniti coinvolti nel sostegno all’Ucraina, ma lo spazio di manovra si riduce. Anche perché la dottrina “Donroe” si applica a un territorio sotto giurisdizione di un paese europeo, la Groenlandia, parte del Regno di Danimarca, che Trump ha più volte dichiarato di voler annettere.
Resta da capire se, dietro dichiarazioni sempre più contorte per evitare critiche a Washington, i leader europei stiano preparando contromisure per quando questa logica di potenza si manifesterà anche direttamente ai loro danni.
Coordinatore delle ricerche e responsabile del programma Attori globali dell’Istituto Affari Internazionali. I suoi interessi di ricerca si concentrano sulle relazioni transatlantiche, in particolare sulle politiche di Stati Uniti ed Europa nel vicinato europeo. Di recente ha pubblicato un libro sul ruolo dell’Europa nella crisi nucleare iraniana,“Europe and Iran’s Nuclear Crisis. Lead Groups and EU Foreign Policy-Making” (Palgrave Macmillan, 2018).






