Tutti i sondaggi più recenti indicano Donald Trump in netto calo di popolarità, più di quanto non sia accaduto, negli ultimi trent’anni, ai presidenti da Bush a Obama fino a Biden. Ma il problema, oggi, non è la guerra in Iran. A pesare sono piuttosto le difficoltà dell’economia americana e, soprattutto, l’aumento dei prezzi nei supermercati.
Una parte rilevante di queste difficoltà è riconducibile ai dazi generalizzati imposti dal presidente americano su quasi tutti i partner commerciali degli Stati Uniti a partire dal 2 aprile dello scorso anno, il cosiddetto Liberation Day. Trump li aveva presentati come una terapia d’urto per riportare in America fabbriche, posti di lavoro e sovranità economica. A un anno di distanza, il risultato che appare con maggiore evidenza è però un altro: un aggravio di costi per famiglie e imprese americane.
Chi paga davvero i dazi
Un primo punto, decisivo e spesso frainteso, riguarda chi abbia realmente pagato i dazi. Si ripete spesso – e Trump lo ha sostenuto apertamente – che a pagarli siano i paesi stranieri. Ma non è così. Sul piano formale, i dazi gravano sugli importatori, cioè sulle imprese che introducono merci negli Stati Uniti. Da lì, i costi possono essere assorbiti in tre modi: imponendo riduzioni di prezzo ai fornitori esteri, comprimendo i margini di profitto oppure trasferendo l’onere sui prezzi finali. In quest’ultimo anno ha prevalso soprattutto questa terza dinamica. La gran parte delle analisi economiche mostra, infatti, che l’aumento dei costi indotto dai dazi si è riversato sui prezzi pagati dai consumatori americani in misura fino al 96 per cento. I dazi di Trump, dunque, non sono stati un tributo che Cina, Europa o altri partner hanno versato a Washington. Sono stati, molto più semplicemente, una tassa sull’America.
I difensori della linea protezionista obiettano che i dazi non hanno innescato una vera spirale inflazionistica. Richiamano, a sostegno di questa tesi, il fatto che l’inflazione americana si sia mantenuta su livelli relativamente contenuti: il dato più recente, relativo a febbraio 2026, è pari al 2,4 per cento.
Ma il punto è un altro. Come hanno mostrato gli economisti della Harvard Business School, i dazi hanno fatto aumentare i prezzi di un ampio insieme di beni soggetti a tariffa – importati e domestici – dagli alimentari alle automobili, dai prodotti per la casa ai beni intermedi e ai componenti industriali. E tali prezzi restano elevati ancora oggi. Colpire le importazioni ha significato colpire anche la produzione domestica, aumentando i costi lungo la filiera e alimentando pressioni sui prezzi, soprattutto nei beni di largo consumo, rispetto alle tendenze precedenti all’introduzione delle tariffe. La ragione è semplice: l’economia americana è profondamente integrata nel sistema produttivo globale e gran parte della manifattura dipende da catene del valore complesse. È questo il dato che Trump e molti protezionisti continuano a rimuovere.
La promessa mancata della manifattura
L’argomento politicamente più forte di Trump a favore dei dazi era però un altro: riportare negli Stati Uniti fabbriche e posti di lavoro. Ed è proprio su questo terreno che il bilancio appare particolarmente deludente. Non vi è stato alcun ritorno massiccio di stabilimenti e i dati mostrano che, contrariamente alle promesse della Casa Bianca, l’occupazione manifatturiera si è ridotta nel 2025.
Alcuni comparti hanno tratto beneficio dalla protezione, in particolare quelli più direttamente schermati dalla concorrenza estera, come una parte della siderurgia. Ma il conto è stato pagato da molti altri settori: l’automotive, la meccanica, più in generale tutta la manifattura che utilizza acciaio, alluminio, componenti e macchinari importati. Aumentare il prezzo dell’acciaio per sostenere il settore siderurgico ha significato aumentare i costi per i produttori di automobili, per i fabbricanti di macchinari e, in ultima istanza, per il consumatore americano.
Neppure il boom di investimenti esteri promesso da Trump in occasione del Liberation Day si è materializzato nei termini annunciati.
Gli annunci non sono mancati. Molto più modesta, però, è stata la realizzazione concreta dei progetti evocati. Nel 2025 il totale degli investimenti diretti esteri si è attestato a 288,4 miliardi di dollari, al di sotto dei valori annui registrati tra il 2021 e il 2024. Le imprese hanno investito poco. E, al netto del comparto dell’intelligenza artificiale, gli investitori esteri sono rimasti prudenti. Comprensibilmente: difficilmente si investe in modo significativo in un contesto come quello americano dell’ultimo anno, segnato da una politica commerciale divenuta una sequenza di minacce, esenzioni, rinvii, accordi provvisori, eccezioni e contromisure. È l’opposto di ciò che richiede l’industria. Nessuno impegna miliardi in nuovi impianti se non conosce il quadro tariffario che avrà di fronte tra sei mesi o tra un anno. Gli investimenti richiedono prevedibilità e orizzonte lungo, non improvvisazione.
Il deficit commerciale che i dazi non correggono
Nemmeno l’altro grande obiettivo proclamato da Trump – la riduzione del deficit commerciale – risulta, a ben vedere, raggiunto. Alla fine dello scorso anno il disavanzo commerciale americano era rimasto pressoché invariato rispetto all’inizio dell’anno. Occorre, del resto, non confondere oscillazioni di breve periodo con risultati strutturali. In alcuni mesi il deficit si è effettivamente ristretto, ma in altri è stato ampliato dalla corsa ad anticipare le importazioni prima dell’entrata in vigore delle nuove tariffe.
Il nodo di fondo è noto da tempo: il disavanzo commerciale degli Stati Uniti non dipende dai rapporti bilaterali con questo o quel paese, ma da fattori macroeconomici assai più profondi, a cominciare dallo squilibrio tra consumi, investimenti e risparmio. In altri termini, gli Stati Uniti spendono più di quanto producano.
I dazi possono dunque spostare gli acquisti da un paese all’altro, ridefinire parzialmente le rotte commerciali, ma non correggono il problema di fondo del deficit. Per farlo servirebbe, prima di tutto, una politica fiscale più rigorosa. Gli Stati Uniti hanno dunque acquistato meno dalla Cina, ma non hanno per questo rilanciato automaticamente la produzione interna. Più spesso hanno semplicemente sostituito un fornitore con un altro, rivolgendosi soprattutto ad altri paesi asiatici.
Ma il danno forse più profondo prodotto dai dazi di Trump è di natura politico-strategica, perché ha inciso sul rapporto tra gli Stati Uniti e i loro alleati. Per decenni Washington è stata il perno dell’ordine commerciale internazionale. Non sempre in modo coerente, certo, ma comunque come potenza guida capace di offrire un minimo di stabilità, regole e affidabilità.
Il Liberation Day ha incrinato proprio questa fiducia. Gli alleati hanno compreso di poter essere colpiti da Washington non solo per ragioni economiche, ma anche per motivi politici, diplomatici, persino umorali. E quando un partner commerciale diventa imprevedibile, gli altri reagiscono in modo razionale: diversificano. Europa, Asia e altri attori hanno perciò intensificato accordi e relazioni commerciali anche senza gli Stati Uniti. Negli ultimi mesi, per esempio, l’Unione europea ha concluso accordi commerciali con il Mercosur, l’India e l’Australia; il Canada ha avviato negoziati con Thailandia e Filippine e lavora a un accordo di libero scambio con l’ASEAN; la stessa India, a lungo scettica verso il libero scambio, ha raggiunto intese non solo con l’Unione europea, ma anche con il Regno Unito e la Nuova Zelanda. Se l’obiettivo di Trump era riportare l’America al centro, il rischio oggi è opposto: accelerare la tendenza del resto del mondo a organizzarsi senza l’America.
Una sconfitta giuridica e politica
Va infine ricordato un fatto istituzionale di grande rilievo: la Corte Suprema ha bocciato i dazi universali di Trump, giudicandoli incostituzionali. I giudici hanno stabilito che il presidente non poteva servirsi della legge sui poteri di emergenza (IEEPA) per imporre tariffe senza l’approvazione del Congresso. In altri termini, è stato respinto il tentativo di trasformare la politica commerciale americana in una prerogativa personale dell’esecutivo, sottratta al ruolo ordinario del Congresso e alla stabilità garantita da veri accordi commerciali. Del resto, le intese concluse con 17 paesi nell’ultimo anno sono apparse soprattutto come una serie di Trump trade deals: fragili, asimmetrici, privi di reale reciprocità, facilmente modificabili e poco credibili nel medio periodo.
Dopo la pronuncia della Corte Suprema, l’amministrazione americana ha reintrodotto un dazio provvisorio di base del 10 per cento ai sensi della Sezione 122 del Trade Act del 1974 e, facendo leva sulla Sezione 301 dello stesso testo, ha avviato nuove indagini contro i principali partner commerciali per riprendere a imporre ulteriori dazi.
Non vi è dunque alcun ripensamento. Dopo un anno, il bilancio del progetto trumpiano appare chiaro: costi più alti per famiglie e imprese, stagnazione manifatturiera, deficit commerciale sostanzialmente invariato e un netto indebolimento della credibilità internazionale degli Stati Uniti. E tuttavia, invece di prenderne atto, il presidente americano sembra deciso a proseguire nella sua costosa illusione protezionista.
Consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali e ordinario di economia presso l'Università degli studi di Roma La Sapienza.




