L’ICE è l’ultimo esito della militarizzazione della polizia americana

Di Francesco Danieli

Il 7 gennaio scorso, a Minneapolis, l’agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) Jonathan Ross ha ucciso la cittadina statunitense Renée Nicole Good nella sua auto, dopo che questa era stata fermata. Il 24 gennaio altri agenti hanno ucciso l’infermiere Alex Jeffrey Pretti: il Department of Homeland Security ha sostenuto che Pretti stesse aggredendo i federali, ma i video diffusi online e la testimonianza dei cittadini presenti contraddicono questa versione. Nei giorni successivi, due agenti sono stati sottoposti a congedo amministrativo per aver sparato durante la colluttazione: secondo le informazioni ottenute dall’organizzazione ProPublica, si tratterebbe degli agenti Jesus Ochoa e Raymundo Gutierrez.

I due omicidi giungono dopo un anno in cui la violenza da parte dell’ICE è incrementata sia nei numeri che nell’estensione, raggiungendo un livello record di arresti e di morti durante la detenzione (32 nel 2025). Dall’inaugurazione della seconda presidenza Trump si calcola che siano state espulse più di mezzo milione di persone dagli Stati Uniti, mentre altre 70.000 circa siano oggi detenute (tre quarti delle quali sono incensurate). Questi numeri record, a cui la popolazione statunitense ha risposto con una mobilitazione di massa, hanno contribuito a riaprire un dibattito più ampio, che tocca tutte le forze dell’ordine americane.

Infatti, se da un lato molti commentatori sono rimasti sorpresi dalla velocità con cui Trump ha reso questa agenzia uno dei suoi strumenti più violenti, dall’altro le caratteristiche principali dell’ICE, come l’uso ingiustificato della forza, l’organizzazione di tipo paramilitare e la mancanza di accountability nel suo operato, sono tutti fenomeni che hanno origini lontane nel passato. Nonostante il contesto in cui opera l’ICE sia inedito, la sua evoluzione può essere considerata l’esito estremo di una militarizzazione della polizia americana che avviene da anni. I semi di questo cambiamento furono piantati durante gli anni Sessanta, ma crebbero poi nei decenni successivi, prima durante la guerra alla droga e poi di fronte alle stragi di massa e alla guerra al terrorismo.

Come racconta il giornalista Radley Balko nel suo Rise of the Warrior Cop: The Militarization of America’s Police Forces, uno dei capitoli principali che segnò questa evoluzione fu la nascita delle SWAT, le unità Special Weapons and Tactics, oggi presenti sia nei corpi di polizia federali che statali. Le prime squadre SWAT nacquero nel 1965, nel clima di insicurezza dovuto alle lotte per i diritti civili e alla crescita del crimine. Los Angeles era particolarmente colpita da questi fenomeni: nel 1965, per esempio, il distretto di Watts fu al centro di grandi tumulti, che videro scontrarsi manifestanti e poliziotti per cinque giorni a causa delle crescenti tensioni razziali, causando 3.438 arresti, 1.032 feriti e 34 morti. Per combattere l’impreparazione che la polizia aveva mostrato in occasioni come questa, l’ispettore Daryl Gates e altri ufficiali pensarono di ispirarsi alle tattiche di controguerriglia che l’esercito stava usando in Vietnam. Nel 1966 a Gates venne affidata una nuova unità di polizia, la Tactical Operations Planning, dalla quale creò la prima SWAT. Addestrata con l’aiuto di un gruppo di marines, la squadra era organizzata e armata come un plotone militare e doveva intervenire in occasioni particolarmente rischiose, come operazioni antisommossa o antiterrorismo. Su esempio della SWAT di Los Angeles, altri dipartimenti di polizia crearono unità simili, mentre il 1968 metteva alla prova la società statunitense.

In quei mesi, le forze di polizia americane iniziarono ad acquisire in massa i loro primi veicoli pesanti, le armi automatiche e una cultura marziale che fino ad allora erano stati riservati alle forze armate. Le condizioni straordinarie lo giustificavano, ma quando l’ondata di tensione si affievolì le nuove idee rimasero, pronte per essere utilizzate durante la nascente guerra alle droghe. Tra gli anni Settanta e Novanta, prima le amministrazioni di Nixon e Reagan, poi quelle di Bush Sr. e Clinton schierarono uomini e finanziamenti sempre più elevati per combattere la diffusione di eroina, cannabis, cocaina e metanfetamine. Tra le varie misure adottate, venne incentivata una maggiore collaborazione tra il Dipartimento della Difesa e le forze di polizia con il Military Cooperation with Civilian Law Enforcement Agencies Act del 1981. La legge contribuì a rendere più labili i confini tra queste forze e permise poi iniziative come i programmi 1208 e 1033. Approvati nel 1990 e 1996, essi prevedono ancora oggi la possibilità per le forze armate di trasferire gratuitamente armi, veicoli ed equipaggiamenti alle agenzie di polizia civili. Negli anni, più di due terzi delle agenzie di polizia statali e federali hanno ricevuto materiale militare in questo modo: gran parte di esso consiste in forniture non letali, come generatori elettrici, medicinali o uniformi, ma insieme ci sono anche veicoli corazzati, fucili d’assalto e armi pesanti, che finiscono così spesso in mano a ufficiali che non sono addestrati per il loro utilizzo e li impiegano a sproposito.

Dopo che la war on drugs ebbe sdoganato l’idea che si potesse muovere guerra contro fenomeni di carattere domestico, la guerra al terrore seguita all’11 settembre 2001 fu l’ultimo tassello per assicurare l’unione tra sicurezza interna ed esterna. Di fronte a una minaccia mai vista prima, la presidenza di George W. Bush decise di schierare forze e misure speciali. Nell’ottobre 2001, il Patriot Act estese la sorveglianza dello Stato sui cittadini, amplificò il potere e il raggio d’azione delle agenzie federali e permise l’incarcerazione indefinita di immigrati sospetti. Nel 2002, invece, l’Homeland Security Act stabilì la nascita del Department of Homeland Security, accorpando in un unico organo strutture civili e militari come lo US Citizenship and Immigration Services, la Guardia Costiera, lo US Customs and Border Protection e lo US Immigration and Customs Enforcement. L’ICE che oggi imperversa nelle città americane nasce qui, e si distingue subito per essere una tra le agenzie più militarizzate, venendo incaricata di contribuire a iniziative come la Joint Terrorism Task Force e di agire contro le attività delle gang e dei cartelli della droga.

Nei sessant’anni dall’inizio di questa storia, molti dei provvedimenti che abbiamo visto sono stati cambiati, riscritti o cancellati. Ciò nonostante, come dopo il 1968, le idee e la cultura che questi provvedimenti hanno diffuso sono ormai profondamente presenti nella società americana, permettendo in questo modo a un corpo di polizia di trattare i propri cittadini alla stregua di nemici pubblici. Una differenza rispetto al passato, però, c’è. Come ha affermato sempre Radley Balko in un recente articolo, un tempo, quando il potere della polizia provocava abusi e violenze le amministrazioni, i tribunali e gli ufficiali di polizia stessi, a parole, cercavano di mantenere una certa solennità e imparzialità (anche se spesso venivano poi smentiti dalle sentenze). Invece, di fronte ai crimini compiuti dai suoi sottoposti, l’amministrazione Trump ha rinunciato anche a queste apparenze, fingendo solo negli ultimi giorni di voler assicurare qualche sorte di giustizia, dopo le crescenti manifestazioni per l’omicidio di Alex Pretti. Come scrive Balko, questo comportamento non è quello di qualcuno che vuole nascondere quel che ha fatto, ma di colui che vuole mostrare di poter farla franca lo stesso. Ora sta ai cittadini americani, con le loro azioni e con le prossime elezioni, determinare se questo sarà vero o no.

Jefferson-Lettere sull'America è un portale d'informazione interamente dedicato agli Stati Uniti d'America, fondato e diretto da Matteo Muzio, giornalista e americanista.

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