27 Novembre 2022

Il dialogo tra sordi di Washington con Mosca e Pechino

Joseph Nye sostiene che gli Stati Uniti corrono il rischio di andare come sonnambuli verso il precipizio di una guerra con la Cina. Le ragioni risiedono nel montante nazionalismo cinese, che si accompagna ad una politica estera sempre più aggressiva, ma anche nel sovranismo populista che dilaga negli Usa, e soprattutto nella sempre più incontenibile ambiguità che caratterizza lo status e la sicurezza di Taiwan. Il recente sorvolo dell’isola da parte di circa 150 aerei militari cinesi era un chiaro messaggio intimidatorio, che faceva seguito alle ripetute esternazioni di Xi Jinping circa la sua volontà di mettere fine allo status indipendente di Taiwan “entro il termine del suo governo”.

E l’altra sera, parlando in pubblico, il presidente Joe Biden, alla domanda se gli Usa difenderanno militarmente Taiwan in caso di attacco cinese, ha risposto per ben due volte di sì. Apparentemente Biden non intendeva modificare la posizione ufficiale americana (confermata durante la sua audizione al Senato anche dal neo-nominato ambasciatore a Pechino, Nicholas Burns) che riconosce allo stesso tempo l’esistenza di una sola Cina e il diritto di Taiwan a difendersi se venisse attaccata. Tuttavia una conferma così netta dell’impegno militare americano in difesa di Taiwan non c’era mai stata.

Pochi giorni prima, Putin aveva deciso di chiudere il dialogo con la Nato, ritirando da Bruxelles sia i diplomatici sia i militari accreditati presso l’Alleanza Atlantica. In pratica ciò pone termine all’era di quel Consiglio Nato-Russia, creato dopo la fine della Guerra Fredda, che avrebbe dovuto favorire un nuovo clima di cooperazione tra europei. Ma questo è solo l’ultimo passo di un lungo processo di errori ed incomprensioni che ha favorito il ritorno dello scontro ideologico, politico e militare.

Durante la Guerra Fredda la Nato aderiva alla politica codificato nel cosiddetto Rapporto Harmel, del 1967, che coniugava insieme la sicurezza (la dissuasione) e la distensione. Ad assicurare l’equilibrio era da un lato la minaccia (che doveva essere credibile, e quindi intrinsecamente pericolosa per tutti) e dall’altro lato il dialogo che assicurava il cosiddetto “controllo degli armamenti”, e cioè le regole che consentivano di evitare che la minaccia diventasse incontrollabile e venisse messa in atto.

Purtroppo, finita la Guerra Fredda, l’Occidente vincitore non ha saputo amministrare con saggezza il suo successo. Il rapidissimo allargamento della Nato verso Est, assorbendo tutti i Paesi già membri del gruppo un tempo nemico (il Patto di Varsavia), salvo la Russia (ma incluse le tre repubbliche baltiche) spaventò Mosca, che si preoccupò ancora di più quando si cominciò a parlare di ingresso nella Nato di Ucraina e Georgia. Anche l’intervento occidentale contro la Serbia, benché giustificato da tutte altre ragioni, venne letto in Russia come un segnale molto negativo.

Il quadro è peggiorato quando gli americani hanno avviato un processo di abbandono di alcuni grandi accordi di controllo degli armamenti, iniziando da quello cruciale sui sistemi antimissile. Nel frattempo si affermava a Mosca il nuovo regime autoritario di Putin e la Russia sceglieva di tentare la riconquista del suo status di grande potenza puntando sul riarmo nucleare e sulla alleanza con la Cina. Tra le conseguenze di tutto questo arrivò la decisione del Cremlino di violare l’accordo Inf sugli euromissili, per cercare di riconquistare, almeno in Europa, la forza di un tempo, nonché le pressioni e gli attacchi militari contro l’Ucraina e la Georgia, fino all’annessione della Crimea.

L’attuale fase è quella di un dialogo tra sordi, che si sta avvicinando pericolosamente all’abisso del non-dialogo, quando a parlare sono solo le affermazioni e le mosse unilaterali. Nessuno dei tre maggiori interlocutori sembra capace o interessato a mettersi nei panni dell’altro.

Tutto questo però è estremamente pericoloso. La dissuasione da sola non basta a garantire gli equilibri e quindi la pace (per fredda che sia). La minaccia ha una grande forza dissuasiva proprio perché è molto minacciosa. Ma essa non controlla l’evolvere delle crisi e le decisioni dei governi, che possono sempre sbagliare i loro calcoli o male interpretare le scelte dell’avversario. Il dialogo (o, se si vuole chiamarlo altrimenti, il controllo degli armamenti) è una componente essenziale degli equilibri perché accresce la loro stabilità.

Apparentemente ora, tra Nato e Russia, non c’è più dialogo. Continua il dialogo/confronto tra Washington e Mosca e tra Washington e Pechino, ma c’è il rischio concreto che possa improvvisamente irrigidirsi. Gli europei dovrebbero preoccuparsi di questa situazione, e non semplicemente farsi spingere da parte come spettatori. Non potremmo certo restar fuori da nuove crisi globali. È giunto il momento di assumersi maggiori responsabilità.

Foto di copertina EPA/SERGEI ILNITSKY

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