Sudan, il conflitto che divora lo Stato

Negli ultimi due anni il conflitto tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF) ha trasformato il Sudan in uno stato al collasso, dove la violenza diretta al controllo per le risorse naturali e il riconoscimento internazionale hanno progressivamente sostituito qualsiasi progetto politico nazionale.

La situazione politica e la lotta per il controllo di risorse e territorio

Dall’esplosione del conflitto ad aprile 2023, la mappa del potere è mutata ripetutamente: le SAF, guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le RSF di Mohamed Hamdan Dagalo hanno combattuto per il controllo di centri urbani, infrastrutture critiche e rotte commerciali. Dopo stadi alterni, nelle ultime fasi i fronti si sono stabilizzati in ampie aree di influenza divergenti: le SAF hanno riconquistato porzioni strategiche e, in certi momenti, hanno ripreso la capitale Khartoum, che a oggi controllano stabilmente. Le RSF attualmente controllano la porzione sud-ovest del Paese, comprendente aree del Darfur e del Kordofan. Gli attacchi che hanno interessato la strategica Port Sudan sul Mar Rosso e i combattimenti per il controllo di importanti nodi ferroviari e di zone ricche di risorse naturali mostrano come il conflitto sia meno una guerra dai contorni e dai fronti ben delineati e più una competizione per la conquista di asset logistici e risorse economiche con cui finanziare lo sforzo militare.

Il vuoto istituzionale è evidente. Le strutture statali comprendenti tribunali, amministrazioni locali, servizi pubblici, vengono spesso sostituite da autorità militari de facto o da figure locali. Le forze civili e democratiche che guidarono la transizione post-Bashir sono marginalizzate, esiliate o direttamente oggetto di repressione. L’esito è una militarizzazione dello spazio politico da parte dei due belligeranti, fenomeno che rende improbabile la ricomposizione rapida della scena pubblica attorno a un progetto civile in un’ottica di ricostruzione post-conflitto.

L’impatto economico della guerra civile

La guerra ha aggravato un’economia già profondamente in crisi. La produzione agricola è stata compromessa, le catene di approvvigionamento interne sono state interrotte e il sistema bancario funziona a intermittenza. Tutto ciò ha causato un aumento della povertà nel Paese, indebolendo ulteriormente la già limitata capacità dello Stato di fornire servizi minimi. L’interruzione delle attività economiche ha conseguenze immediate sui centri urbani, solitamente economicamente più resilienti, ma soprattutto sulle campagne, dove la popolazione dipende principalmente dall’agricoltura di sussistenza per vivere.

Parallelamente, la competizione per le risorse informali si è intensificata. Le miniere aurifere, le rotte di contrabbando e le infrastrutture petrolifere sono diventate fonti di finanziamento e potere per le fazioni. A tal proposito, sono particolarmente forti i legami instaurati tra le RSF e le varie ramificazioni commerciali impiegate per vendere l’oro estratto nei territori controllati da tale fazione come meccanismo di finanziamento, spesso passando per intermediari in Paesi del Golfo.

La crisi umanitaria

Il conflitto ha anche un forte e drammatico risvolto umanitario. Dallo scoppio delle ostilità sono oltre undici milioni le persone sfollate internamente e all’estero, a cui si aggiungono decine di migliaia di morti accertati e una popolazione estremamente vulnerabile che necessita di assistenza urgente. Le principali agenzie umanitarie registrano cifre che superano la decina di milioni di persone in stato di bisogno. La mancanza di accesso agli aiuti, la difficoltà nell’impiegare corridoi umanitari sicuri e i tagli al finanziamento internazionale per gli sforzi umanitari rendono la risposta inadeguata rispetto alle circostanze. L’occupazione di ospedali da parte delle forze in gioco e il danneggiamento delle infrastrutture sanitarie aumentano drasticamente il rischio di collasso sanitario e l’impatto della carestia.

L’escalation nelle aree urbane aggrava il rischio di atrocità diffuse e di un peggioramento incontrollato della situazione umanitaria. Inoltre, vi sono testimonianze e analisi satellitari che parlano di attacchi a quartieri civili, campi profughi e presunti crimini di guerra e contro l’umanità in alcune città del Darfur. La scarsità di corridoi umanitari affidabili rende molte aree effettivamente inaccessibili ai soccorsi.

Le SAF hanno negato l’accesso alle zone più colpite dalla crisi umanitaria, rivendicando la propria sovranità territoriale per cercare di bloccare gli aiuti, hanno cercato di ostacolare le indagini sulla carestia e gli sforzi per contrastarla, oltre ad aver espulso gli operatori umanitari e aver rifiutato i visti per i quest’ultimi. D’altro canto, le RSF hanno saccheggiato forniture umanitarie e ucciso operatori umanitari locali. Subito dopo la caduta di el-Fasher, nell’ovest del Paese, i combattenti RSF hanno rapito o ucciso circa 460 operatori sanitari e pazienti nell’ultimo ospedale funzionante della città.

Regionalizzazione del conflitto: sponsor, interessi e competizione per il Mar Rosso

Il conflitto non è più confinato all’interno dei confini del Paese, ma si è trasformato in una vera e propria competizione regionale in cui Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e, in misura crescente, la Russia – anche tramite i mercenari dell’ex compagnia Wagner – giocano ruoli concreti. L’Egitto vede nel Sudan una questione strategica legata alla sicurezza dell’approvvigionamento idrico legato al Nilo e alla stabilità regionale. Emirati e Arabia Saudita hanno interessi economici e politici che passano per il controllo delle rotte commerciali del Mar Rosso e risorse. La Russia, invece, ha mostrato un forte interesse per ottenere delle basi militari nel Mar Rosso, le quali sono state offerte dal governo sudanese in cambio di forniture d’armamenti. Questi interessi esterni complicano ogni via negoziale: appoggi esterni possono stabilizzare temporaneamente una fazione, ma nel medio termine prolungano il conflitto.

Il ruolo degli Emirati è particolarmente controverso. Gli Emirati vengono accusati di trarre profitto dall’oro commerciato più o meno illegalmente dalle aree controllate dalle RSF, fazione che riceve armamenti e rifornimenti proprio dal Paese del Golfo. Questi legami sono talmente profondi che il governo sudanese ha intentato causa contro gli Emirati accusandoli di complicità nel genocidio perpetrato dalle RSF.

I possibili scenari: tra stallo, negoziato e frammentazione

Osservando l’evoluzione del conflitto negli ultimi mesi, emerge come il futuro immediato del Paese rimanga sospeso tra tre traiettorie possibili, nessuna delle quali offre soluzioni capaci di portare rapidamente alla pace. L’ipotesi più plausibile, alla luce dei rapporti di forza attuali, è quella di uno stallo prolungato. Le SAF e le RSF non dispongono delle risorse, militari e non, per poter ottenere una vittoria decisiva. Tale equilibrio tende a consolidare assetti territoriali separati, rafforzando la percezione di un Sudan diviso in sfere di influenza concorrenti in balia di attori esterni, ognuno con i propri interessi.

Accanto allo stallo si mantiene la possibilità, più remota, di una trattativa credibile che richiederebbe tuttavia un profondo cambiamento negli atteggiamenti dei principali sponsor regionali. Al momento ciò non sembra profilarsi all’orizzonte. Anche laddove una possibile soluzione negoziale potesse essere presa in considerazione, rimarrebbe aperta la questione centrale dell’inclusione delle forze civili e dei movimenti pro-democrazia: senza di loro, qualsiasi accordo rischierebbe di essere un cessate il fuoco fra élite armate più che un percorso verso la ricostruzione.

Infine, lo scenario più drammatico è quello di una frammentazione ulteriore del Paese lungo linee etniche, comunitarie e territoriali. Le tensioni latenti nei territori periferici, soprattutto nel Darfur, unite alla proliferazione di milizie locali e alla totale assenza di un’autorità statale, creano un terreno fertile per conflitti multipli che potrebbero sovrapporsi al confronto SAF–RSF, rendendo il Sudan un mosaico di ulteriori violenze.

Cosa manca per invertire la rotta

Il Sudan si trova intrappolato in un ciclo di violenza che ha radici profonde nella storia recente del Paese, ma che negli ultimi due anni ha assunto proporzioni e dinamiche nuove. La sopravvivenza dei due principali belligeranti come attori politici e militari parzialmente autonomi, il collasso delle istituzioni civili e la crescente interferenza di potenze regionali creano un ambiente in cui la ricostruzione dello Stato non può limitarsi a un semplice cessate il fuoco.

Per avviare un vero percorso di pace, sarebbe necessario innanzitutto impedire alle fazioni in guerra di accedere ai circuiti finanziari e commerciali internazionali tramite cui si riforniscono. Al tempo stesso, senza una diplomazia regionale coerente e coordinata, capace di allineare gli interessi divergenti di Egitto, Paesi del Golfo e altri attori africani, ogni tentativo di mediazione rischierebbe di andare a cozzare contro le posizioni di ognuno di questi attori. Infine, sarebbe da considerare anche la ricostruzione di uno spazio politico per le forze civili in un’ottica di riconciliazione dopo un eventuale cessate il fuoco.

Il Paese non è destinato in modo irrevocabile al collasso, ma dopo quasi tre anni di violenza la finestra per un intervento efficace si sta progressivamente restringendo. Senza un impegno reale sul piano politico, economico e umanitario, unitamente a una strategia internazionale più coerente e talvolta assertiva, il Sudan rischia di restare intrappolato in un conflitto che devasta la sua popolazione e destabilizza l’intera regione del Corno d’Africa. La possibilità di intervenire in maniera efficace per invertire tale traiettoria esiste, ma richiede una volontà collettiva sudanese, oltre che regionale e globale, che finora è mancata.

Orizzonti Politici (o OriPo) è un think tank giovanile italiano impegnato nell’analisi di politica internazionale, politiche pubbliche ed economia.

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