Ridisegnare il medioriente. La strategia di Netanyahu

Molti osservatori hanno sottolineato il ruolo di Netanyahu nell’aver scatenato l’ondata di violenze che sta travolgendo il Medio Oriente. A 76 anni, il primo ministro israeliano più longevo si trova a fare i conti con la propria eredità politica. Da quando è salito al potere trent’anni fa, ha trascorso più della metà di quel tempo in carica, riuscendo ripetutamente a sopravvivere alla politica israeliana, spesso conflittuale, e rimodellando al contempo il Paese come entità politica.

Più che una questione di sopravvivenza politica, la guerra attuale rappresenta il culmine di un lungo percorso che Netanyahu ha tracciato nel corso della sua vita politica. Tre dimensioni sono alla base di questa traiettoria.

Dimensioni della strategia di Netanyahu

In primo luogo, la sua preferenza per la coercizione rispetto a un vero negoziato e la sua disponibilità a sfruttare la potenza militare statunitense per affrontare le minacce regionali percepite.

In secondo luogo, la sua capacità di manovrare dall’interno la politica americana, culminata nell’intesa raggiunta con Donald Trump, che è alla base della guerra.

In terzo luogo, il perseguimento di tre obiettivi interconnessi: impedire la creazione di uno Stato palestinese; eliminare la minaccia strategica regionale rappresentata dall’Iran e dai suoi alleati; e normalizzare le relazioni con gli Stati arabi.

La carriera politica di Netanyahu è stata caratterizzata dalla resistenza a compromessi significativi, contraddistinta da un mix di pressioni, manovre tattiche e repentini dietrofront.

Sebbene abbia firmato accordi con i palestinesi, come il Protocollo di Hebron del 1997 e il Memorandum di Wye River del 1998 – entrambi durante il suo primo mandato come primo ministro –, si è trattato di mosse tattiche volte a fare apparenti concessioni, rafforzando al contempo il controllo israeliano sulla Cisgiordania.

Le sue azioni negli ultimi trent’anni documentano in modo inequivocabile la sua sistematica opposizione alla creazione di uno Stato palestinese. In qualità di leader dell’opposizione, quando il primo ministro Yitzhak Rabin portò avanti gli Accordi di Oslo, Netanyahu mobilitò le forze di destra contro il processo di pace, contribuendo al clima politico teso in cui Rabin fu infine assassinato nel 1995. Un decennio dopo, si dimise dalla carica di ministro delle Finanze nel governo di Ariel Sharon per protestare contro il ritiro di Israele da Gaza. In seguito alla guerra civile che ha contrapposto Fatah a Hamas, ha intensificato la sua politica di interlocuzione con quest’ultimo, volta a indebolire l’Autorità Palestinese e a minare le prospettive di uno Stato palestinese.

Relazioni con gli Usa e pressioni regionali

Inoltre, su questioni regionali chiave, Netanyahu ha mostrato propensione verso soluzioni radicali sotto l’ombrello della sicurezza americana e ha cercato di spingere Washington verso azioni volte a eliminare gli avversari di Israele. Un esempio chiave è il suo sostegno all’intervento americano in Iraq, come esemplificato nel suo editoriale del 2002 sul Wall Street Journal, “The Case for Toppling Saddam” (I motivi per rovesciare Saddam). Il suo sostegno alla campagna di “massima pressione” lanciata da Donald Trump nel 2018 rientra nello stesso schema.

Gli Stati Uniti sono stati il partner strategico di Israele sin dai primi anni della sua storia, ma l’esperienza personale di Netanyahu gli ha permesso di acquisire una comprensione particolarmente approfondita dei meccanismi del sistema politico statunitense. In totale, ha vissuto quasi vent’anni nel Paese, da alcuni periodi della sua infanzia fino al suo incarico come vice capo missione di Israele a Washington e ambasciatore presso le Nazioni Unite.

Tale conoscenza gli ha permesso di trarre vantaggio dalla polarizzazione politica statunitense, provocando regolarmente le amministrazioni democratiche e sfruttando i profondi legami con il Partito Repubblicano. I suoi discorsi del 2015 e del 2024 al Congresso a maggioranza repubblicana – è il leader straniero che si è rivolto più volte al Congresso, superando Winston Churchill – sono avvenuti entrambi in un clima di forte tensione con le amministrazioni Obama e Biden. Tali passate controversie con i presidenti democratici hanno certamente aiutato Netanyahu a guadagnarsi i favori di Donald Trump.

Il rapporto di Netanyahu con quest’ultimo – è di gran lunga il leader straniero che ha incontrato più spesso durante il suo secondo mandato, con sette incontri – segna quindi il culmine di uno sforzo decennale volto a plasmare la politica statunitense in Medio Oriente.

Influenza su Trump e obiettivi strategici

Ma il modo in cui Netanyahu ha persuaso Trump a impegnarsi in un intervento militare merita un’attenta analisi, poiché Trump è senza dubbio il presidente che ha esercitato la maggiore capacità di pressione su Israele. Inoltre, il presidente americano ha denunciato le guerre senza fine, ha espresso la preferenza per un negoziato con l’Iran e ha perseguito una politica esteraAmerica First”.

Eppure Trump sta conducendo una guerra in cui lui e la sua amministrazione si schierano apertamente con Israele, affermando che la nuova leadership iraniana dovrebbe “trattare bene gli Stati Uniti e Israele” e dicendo che deciderà insieme a Netanyahu quando la guerra finirà.

Questo cambiamento può essere interpretato come il risultato delle manovre di Netanyahu, grazie alle quali egli ha saputo sfruttare due dinamiche fondamentali che hanno plasmato il secondo mandato di Trump.

Una caratteristica degna di nota del discorso inaugurale di Trump è stata il suo tono religioso: ricordando l’attentato a cui era sopravvissuto durante la campagna elettorale, ha dichiarato di essere stato «salvato da Dio per rendere di nuovo grande l’America». Questa affermazione trasmetteva un senso di missione più ampio che avrebbe permeato la sua presidenza. In questo contesto, Israele – una questione simbolicamente potente nella politica statunitense – e l’Iran, associati sia nella mente del presidente che nella psiche americana a un senso di umiliazione nazionale sin dalla crisi degli ostaggi del 1979-1981 (e dalla fallita missione di salvataggio), hanno offerto a Trump due terreni su cui dare seguito a quanto aveva promesso nel suo discorso inaugurale: che la sua elezione sarebbe stata «la più grande e significativa elezione della storia” degli Stati Uniti, suscitando rispetto in tutto il mondo.

Un secondo elemento è una rinnovata tendenza all’espansionismo americano, strettamente legata alla ricerca di risorse naturali, unita a una forte fiducia nella potenza militare statunitense come strumento efficace di politica estera. L’intervento in Venezuela ha mostrato questa logica nella pratica: un’operazione rapida ha rimosso un leader ostile e insediato un governo più favorevole agli interessi statunitensi, in particolare nel settore petrolifero, senza smantellare il regimeimpegnarsi nella ricostruzione del Paese. Lo stesso Trump ha indicato l’episodio venezuelano come un possibile modello per affrontare la futura leadership iraniana nel dopoguerra.

Obiettivi convercenti di Netanyahu

La guerra in corso in Medio Oriente ha coinvolto più di una dozzina di paesi, causando migliaia di vittime e costringendo centinaia di migliaia di persone a fuggire dalla più intensa campagna aerea degli ultimi decenni. Dalle ceneri di questa conflagrazione, Netanyahu cerca di ridisegnare il Medio Oriente sulla base di tre obiettivi convergenti.

Il primo riguarda l’eliminazione dell’idea di uno Stato palestinese – un obiettivo per il quale la guerra in corso, il consolidamento dell’alleanza con gli Stati Uniti e il sostegno di altri paesi occidentali offrono una copertura diretta. Nei territori palestinesi, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha descritto le misure e gli atti di violenza contro i civili come «motivo di preoccupazione per una possibile pulizia etnica». In Cisgiordania, una risoluzione della Knesset del luglio 2025 e due disegni di legge dell’ottobre 2025 a sostegno dell’annessione del territorio sono stati seguiti da una decisione del gabinetto di sicurezza del febbraio 2026 che ha modificato le norme in materia di edilizia e proprietà terriera a favore dei coloni, indicando un processo in atto di annessione strisciante.

Il secondo riguarda la graduale escalation contro l’«Asse della Resistenza» guidato dall’Iran, di cui l’attuale guerra rappresenta il culmine. Avvalendosi di una chiara superiorità in termini di intelligence, tecnologia e forza aerea rispetto ai propri avversari, Netanyahu ha progressivamente modificato le regole d’ingaggio con questa coalizione, superando successive soglie operative e psicologiche. L’attacco dell’aprile 2024 al consolato iraniano a Damasco ha segnato l’inizio di una campagna che si è presto estesa agli omicidi mirati di personalità di spicco – tra cui il leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran (luglio) – nonché agli attacchi diretti di Israele sul territorio iraniano nell’ottobre 2024 e, infine, alla Guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025.

La terza e ultima dinamica riguarda la normalizzazione con gli Stati arabi, primo fra tutti l’Arabia Saudita. Negli ambienti israeliani è stata espressa la speranza che l’attuale guerra possa incentivare gli Stati della regione a cercare una più stretta cooperazione con Israele, nel tentativo di protegtersi dai missili iraniani e di valutare possibili ritorsioni. Ciò, a sua volta, favorirebbe l’allineamento tra Israele e gli Stati del Golfo, contribuirebbe a rompere l’isolamento di Israele nella regione e oltre, e rilancerebbe gli Accordi di Abramo.

Conclusione: eredità e pace impossibile

In conclusione, l’attuale deflagrazione dovrebbe essere interpretata, in parte, come il tentativo di Netanyahu di assicurarsi un posto tra le figure più influenti della storia del movimento sionista, al fianco del suo fondatore, Theodor Herzl, e del primo Primo Ministro di Israele, David Ben-Gurion. Di fronte alla resistenza degli Stati della regione, resta da vedere se i tre obiettivi sopra elencati saranno raggiunti, garantendo così il dominio di Israele e degli Stati Uniti nella regione per gli anni a venire. In mezzo a tali grandi manovre, umiliazione e “morte e distruzione”, la pace rimane improbabile.

Akram Zaoui

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