Proprio come l’invasione dell’Iraq del 2003, la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran difficilmente porterà la democrazia nel Paese o la pace nella regione. Rischia piuttosto di causare ulteriore distruzione e instabilità. Se la Repubblica Islamica dovesse crollare improvvisamente sotto la pressione militare esterna, potrebbe emergere un vuoto di potere, portando potenzialmente alla comparsa di combattenti stranieri e gruppi militanti che potrebbero compiere attacchi per vendicare la morte di Ali Khamenei, come è avvenuto in altre zone di conflitto. L’Iran si trova a un bivio, con una serie di potenziali scenari che potrebbero concretizzarsi, influenzando il panorama politico del Paese e della regione.
Società e cultura iraniana
La società e la cultura iraniane costituiscono un complesso intreccio di memoria storica, mitologia e identità religiosa. Esse attingono all’eredità dell’antica Persia, comprese le epoche di Ciro il Grande e Dario il Grande; ai miti epici del celebre poeta persiano Ferdowsi, il cui Shahnameh (un poema epico scritto tra il 977 e il 1010 d.C. circa) celebra gli eroi iraniani che combatterono contro la tirannia sia interna che esterna; nonché all’Islam sciita, le cui narrazioni di martirio, giustizia e resistenza – in particolare la storia dell’Imam Husayn a Karbala – rimangono profondamente radicate nella coscienza culturale e religiosa di gran parte della popolazione.
Questo mix culturale, unito alla presenza di diversi gruppi etnici (tra cui curdi, baluchi, turchi e lori) e alle numerose lingue parlate in tutto il paese, come il turco, il curdo e l’arabo, ha reso la società iraniana particolarmente caratteristica nel Medio Oriente.
Inoltre, la società iraniana comprende da tempo sia gruppi favorevoli alle idee imperialiste sia altri che vi si oppongono con forza. Queste prospettive contrastanti influenzano il modo in cui i diversi segmenti della società interpretano gli avvenimenti attuali; ciò contribuisce a spiegare le reazioni nettamente contrastanti. Mentre alcuni hanno festeggiato e persino ballato in risposta alla morte dell’Ayatollah Khamenei, un altro segmento della società è sceso in piazza per piangerne la scomparsa, organizzando manifestazioni e raduni in sua memoria.
Gruppi sociali e nazionalismo
C’è anche un terzo gruppo di iraniani che non prova né soddisfazione né dolore per ciò che è accaduto alla Guida Suprema. Essi rifiutano sia l’intervento straniero sia il proseguimento del regime autoritario sotto l’Ayatollah Khamenei. Molti all’interno di questo gruppo provano un senso di umiliazione per il fatto che gli eventi abbiano raggiunto un punto in cui gli Stati Uniti e Israele possono intervenire in modo così diretto negli affari dell’Iran. Essi rimangono profondamente consapevoli della lunga storia di interferenze straniere nel Paese, e il rovesciamento del primo ministro Mohammad Mosaddegh nel 1953 è ampiamente ricordato come un esempio emblematico.
Nella società iraniana è diffuso un senso di insoddisfazione, sebbene interpretato in modi molto diversi. Alcuni ritengono che la Repubblica Islamica stessa sia la ragione principale per cui l’Iran non ha raggiunto la grandezza che un tempo possedeva come impero. Altri sostengono che le pressioni esterne e le interferenze straniere abbiano impedito all’Iran di diventare quella che considerano una vera società sciita secondo la tradizione duodecimana. Un terzo gruppo ritiene che sia le politiche della Repubblica Islamica sia l’intervento straniero abbiano contribuito alle attuali difficoltà del Paese.
Ciò che unisce gli iraniani, tuttavia, è l’«Iran». Come scrisse Ferdowsi: «Se non c’è l’Iran, che io non esista». Ciò riflette un profondo senso di nazionalismo e patriottismo che attraversa molti segmenti della società iraniana. Allo stesso tempo, diversi gruppi politici cercano spesso di invocare questo sentimento per promuovere i propri obiettivi. Ciascuno di questi gruppi vede la situazione attuale come un’opportunità per perseguire la propria visione politica.
Successione e scenari futuri
L’8 marzo 2026, dopo una settimana di voci diffuse – e senza che ciò costituisse una sorpresa per chi segue la politica interna iraniana – Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei, che ha governato l’Iran per 36 anni prima della sua morte, è stato designato come nuova Guida Suprema dall’Assemblea degli Esperti per la Leadership. Questa istituzione è stata fondata dopo la Rivoluzione Islamica del 1979 proprio per selezionare la Guida Suprema in momenti così critici.
L’Assemblea è composta da 88 membri eletti dal popolo ogni otto anni. Alcuni osservatori sostengono che questo processo dimostri che l’Iran non è una monarchia, poiché la Guida Suprema viene formalmente scelta attraverso un meccanismo elettorale indiretto.
Tuttavia, tutti i candidati all’Assemblea degli Esperti devono prima essere approvati dal Consiglio dei Guardiani, che è più o meno direttamente sotto il controllo della Guida Suprema. Di conseguenza, gli 88 membri dell’Assemblea che alla fine hanno scelto Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema sono stati approvati attraverso un sistema controllato, in ultima istanza, da Ali Khamenei prima della sua morte, il che solleva preoccupazioni riguardo alla successione ereditaria.
A prescindere da chi alla fine guiderà l’Iran dopo l’attuale conflitto, per il Paese sembrano possibili due grandi traiettorie: uno scenario pessimistico e uno più ottimistico.
Lo scenario pessimistico – che molti osservatori ritengono più probabile nel breve termine – comporterebbe il proseguimento e l’intensificazione dell’attuale posizione strategica dell’Iran. In questo scenario, il sistema politico porrebbe l’accento sulla resistenza e sul confronto ideologico all’indomani della guerra, presentandosi sul piano interno come una forza che resiste con fermezza a ciò che la leadership descrive come aggressione straniera o imperialismo. L’Iran potrebbe allontanarsi ulteriormente dalla comunità internazionale, ridurre in modo significativo l’impegno diplomatico con i paesi occidentali e adottare una politica regionale e globale più conflittuale. Subire attacchi militari diretti potrebbe anche rafforzare, all’interno dell’apparato di sicurezza iraniano, l’argomentazione a favore dell’accelerazione delle capacità nucleari come deterrente strategico. In tali circostanze, la fatwa (decisione religiosa) emessa da Ali Khamenei, che dichiara proibite le armi nucleari, potrebbe essere reinterpretata o rivista se le circostanze cambiassero, il che significa che il divieto non è necessariamente permanente. Il paese potrebbe assomigliare sempre più a uno Stato fortemente militarizzato e isolato, simile per alcuni aspetti alla Corea del Nord, che privilegia la sopravvivenza del regime, la forza militare e la resistenza ideologica rispetto all’integrazione economica e alla cooperazione diplomatica. Una simile evoluzione rischierebbe di accentuare l’isolamento internazionale dell’Iran, prolungare le difficoltà economiche e limitare ulteriormente lo spazio politico all’interno del Paese.
Un percorso alternativo, più ottimistico, comporterebbe un graduale orientamento verso lo sviluppo economico e un maggiore impegno internazionale, pur mantenendo le strutture fondamentali dell’attuale sistema politico. In questo scenario, la leadership iraniana potrebbe inizialmente puntare sulla continuità per assicurarsi la fedeltà delle istituzioni chiave – in particolare il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e la base politica principale della Repubblica Islamica, che secondo le stime rappresenterebbe circa il 15-20% della popolazione.
Nel corso del tempo, tuttavia, la leadership potrebbe riconoscere i costi economici e politici di un isolamento e di uno scontro prolungati. Potrebbe quindi emergere una strategia più pragmatica, che dia priorità alla ripresa economica, al miglioramento delle relazioni regionali e a un coinvolgimento selettivo nei mercati globali. Una strategia di questo tipo potrebbe assomigliare al modello perseguito dal principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman, che ha cercato di combinare una forte autorità politica centralizzata con ambiziose riforme economiche e una maggiore apertura ai mercati globali.
In definitiva, l’attuale conflitto potrebbe rappresentare un momento decisivo per il sistema politico iraniano nel suo complesso. Al di là della priorità immediata di gestire la guerra e garantire la stabilità politica, il Paese si troverà di fronte a una scelta fondamentale tra un’accentuazione dell’isolamento e della militarizzazione o il perseguimento graduale dello sviluppo economico e di un maggiore coinvolgimento nella comunità internazionale.

