La guerra in Iran vista da Cipro

Tutto è cominciato con il bombardamento iraniano delle basi britanniche di Akrotiri, in territorio cipriota il 1° marzo 2026. Anzi, tutto è cominciato nel febbraio del 1959, quando fu firmato a Londra il Trattato tra Regno Unito, Grecia e Turchia, che prevedeva per l’anno successivo l’indipendenza dell’isola di Afrodite (detta appunto la Cipride). Tra i contenuti del Trattato, il mantenimento nel sud dell’isola delle Basi Sovrane di Akrotiri e Dhekelia.

La convivenza tra connazionali indipendenti, tra le comunità greco-cipriota e turco-cipriota, non decollò; e dopo il golpe del 1974 – ad opera dei paramilitari EOKA-B e della Guardia Nazionale Cipriota, sostenuti dal regime dei colonnelli greci, che spodestarono il Presidente, l’Arcivescovo Makarios – l’esercito turco invase l’isola. Ancora oggi, dopo il ritorno del legittimo governo, ne occupa il 40%.

Reazione dell’opinione pubblica

“Guerra senza obiettivo, mondo senza via d’uscita”: così titolavano alcuni giornali.

Qualcuno avanza paragoni con l’invasione dell’Iraq del 2003, ai tempi di Saddam Hussein, quando si andò per le armi di massa: né queste furono trovate, né l’abbattimento di Saddam fu la soluzione dei problemi, poiché il conflitto tra sunniti e sciiti riprese, così come lo Stato Islamico – tanto che gli stessi Usa lo presero come modello da evitare. Tutto ciò diede ancora meno stabilità alla regione che, come hanno ricordato le bombe iraniane, da queste parti è molto vicina. Più vicina a Cipro che all’Europa. Se il conflitto va avanti, la preoccupazione non diminuisce né per Cipro né per la Grecia.

Alcuni osservatori ciprioti fanno notare che l’interesse di Netanyahu è destabilizzare l’area e distrarre l’attenzione dalla questione palestinese, e che l’Occidente non ha ancora capito che non può imporre al resto del mondo il proprio punto di vista.

Da questo lato i ciprioti sono osservatori privilegiati: se politicamente sono membri dell’Ue (e in questo semestre ne dirigono la Presidenza), geograficamente si trovano di fronte al Libano, quindi in pieno Medio Oriente – un’ideale proiezione geopolitica dei Balcani, che nel corso dei secoli hanno conosciuto la conflittualità interetnica e interreligiosa.

Reazioni delle istituzioni cipriote

Il Presidente Nikos Christodoulides, nel suo messaggio dopo l’attacco con drone alla base di Akrotiri, ha dichiarato: “Non prenderemo parte a un’operazione militare”, chiarendo che il popolo cipriota sarà fedele al ruolo che ha sempre svolto: mettere sempre prima le persone. Una missione umanitaria dunque. “Saremo sempre parte della soluzione e non del problema. E continueremo a operare con la stessa responsabilità. Facciamo ciò che dobbiamo, avendo come priorità la sicurezza del Paese e dei suoi cittadini”, ha concluso.

Vertice trilaterale

Intanto a Nicosia (Lefkosia per i ciprioti) si è svolto l’incontro trilaterale tra il Presidente, il premier greco Kyriakos Mitsotakis e il Presidente francese Emmanuel Macron.

Nikos Christodoulides ha recitato il copione del perfetto padrone di casa sottolineando:

  • il legame con la Grecia poiché la fregata ellenica “Kimòn” che pattuglia i mari ciprioti prende il nome dal famoso condottiero Cimone, altra coincidenza, per avere sconfitto i Persiani
  • il legame con la Francia che si conferma forte partner strategico
  • il legame con il popolo di Spagna, Francia e Italia per il loro appoggio che è una dimostrazione della solidarietà europea e deve suonare come monito per un legame con l’Europa tutta intera.

Non meno importanti gli altri messaggi rivolti alle parti geograficamente più vicine. Ai suoi oppositori interni dice: “Non siamo coinvolti in operazioni militari. Il nostro ruolo è puramente umanitario”; e poi arriva la stoccata alla Turchia: “Sappiamo bene cosa significa la guerra. Siamo vittime di un’occupazione”. Quando si parla di oppositori interni si parla di coloro che stanno protestando per la chiusura delle basi britanniche. “Out! Out! British bases out!” gridano in corteo.

Emmanuel Macron ha ricambiato il favore, ribadendo che l’operazione “Scudo Europeo” è una missione umanitaria e soprattutto europea: “chi attacca Cipro attacca l’Europa”; ha inoltre comunicato che la portaerei Charles de Gaulle al momento si trova vicino a Creta.

Kyriakos Mitsotakis ha sottolineato il pericolo dell’estensione del conflitto, dichiarando apertamente la sua solidarietà al popolo libanese che – ripetiamo – è dirimpettaio di quello cipriota.

In Grecia l’ex leader di SYRIZA Alexis Tsipras ha affermato che Grecia e Cipro devono avere garanzie di sicurezza che non si possono ricercare attraverso alleanze internazionali che palesemente violano il diritto internazionale e che hanno il solo scopo di accaparrarsi le riserve petrolifere.

L’ex premier ha mosso un attacco frontale al governo, mossa che viene letta dai più come il segnale di un’imminente nascita del suo nuovo partito.

I rapporti Cipro-Turchia

Va ricordato che Cipro non fa parte della Nato; già in passato era stata avanzata l’ipotesi del suo ingresso come garanzia di sicurezza. Ma, fanno notare sia in Grecia che nella stessa Cipro, sarebbe vero l’esatto contrario: ogni modifica di tale portata dovrebbe essere ratificata dall’ONU, dove non è indifferente la voce di Russia e Cina, due giganti che tutto vogliono fuorché una presenza di truppe NATO nell’area.

Ma non bisogna dimenticare nemmeno la posizione della Turchia che, come membro della Nato, la farà sentire nei modi che possiamo immaginare sulla scorta del recente passato, durante l’adesione di Svezia e Finlandia. La Turchia non darebbe mai il proprio via libera se prima non fosse risolto il problema di Cipro (in greco to kypriakò). Quale sarebbe allora la soluzione? Quella proposta dall’Onu anni fa (il cosiddetto Piano Annan) prevedeva una federazione tra le due attuali zone: quella a maggioranza greca, riconosciuta da tutti, e quella occupata (in greco ta katechòmena), riconosciuta soltanto da Ankara.

Da tempo la soluzione proposta sia da Ankara che dai turco-ciprioti è quella dei due Stati, ovvero la spartizione di Cipro: in una parola, la “ratifica” dell’occupazione del 1974. Su questo tema fonti diplomatiche sottolineano i pericoli della retorica adesionista, poiché prima o poi Trump metterebbe bocca nella vicenda.

Lo scenario attuale è il seguente:

  • 40.000 soldati turchi presenti nell’isola;
  • il Presidente Christodoulides che, in linguaggio diplomatico, ha ribadito la sua intenzione di adesione, ma ne ha rinviato il momento a quando il contesto internazionale sarà diverso;
  • i diplomatici che fanno notare che, Turchia a parte, questa è la NATO dell’era Trump.

Ed è qui che entra in gioco l’art. 5 dell’Alleanza Atlantica: in teoria è la norma che garantisce la difesa di uno Stato membro contro l’attacco esterno; in pratica, Trump lo ha messo in discussione nel caso dei Paesi baltici. Con tutto ciò, la tesi “Nato = sicurezza dalla Turchia” non regge.

Un ulteriore segnale dissuasore è che la Turchia sta traendo beneficio dal ridimensionamento dell’Iran presso gli Stati musulmani del Golfo: Ankara è musulmana quanto basta, filoamericana quanto basta, intrattiene rapporti con Israele buoni quanto bastano – salvo ricordare all’occorrenza di essere comunque un Paese a maggioranza musulmana guidato da un musulmano osservante. Quale conclusione trarre? Aspettare gli eventi oppure muoversi prima, ma verso dove? Considerato il contesto, si può dire che entrambe le opzioni ricordano la tela di Penelope.

Antonio Frate è laureato alla Sapienza in Giurisprudenza discutendo la tesi di laurea in Diritto delle Comunità Europee sul tema dei Diritti dell'Uomo nel Trattato di Maastricht. Ha collaborato con "Diritti dell'Uomo" - "Cronache e Battaglie" - "Est Ovest" dell'ISDEE di Trieste. Poi l'approdo a Internazionale con 18 anni di collaborazione esterna e duecento articoli scritti.

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