“Il sostegno al futuro del nostro Paese si costruisce adesso”. Intervista a Maxim Timchenko

Dall’ottobre dello scorso anno, la prima linea della guerra in Ucraina non è tanto quella del fronte, nel Donetsk ancora conteso o attorno a Zaporizhzhia e Kherson. Dall’autunno infatti i primi obiettivi degli attacchi russi sono state le infrastrutture energetiche in tutto il Paese. Con costanza e con metodo cinico, migliaia di missili e droni di Mosca hanno colpito le centrali elettriche e a gas anche nelle regioni occidentali e della capitale Kyiv. Black out e interruzioni di corrente, di acqua e di gas per gran parte delle giornate. Le abitazioni di milioni di ucraini senza luce né riscaldamento in questo inverno rigidissimo, uno dei più freddi degli ultimi tempi, con temperature spesso a meno venti.

“Fino a ottobre ero abbastanza convinto che avremmo fatto fronte agevolmente al fabbisogno invernale. Eravamo preparati, con scorte abbondanti. Poi Putin ha scatenato la sua campagna di terrore energetico e siamo precipitati in piena emergenza”, racconta Maxim Timchenko, CEO di DTEK, il maggiore gruppo privato ucraino nel settore dell’energia. Un colosso da 70 mila dipendenti, da cui dipende il 40 per cento delle forniture di elettricità e gas di tutto il Paese in guerra.

Lo incontro alla “International Energy Week” di Londra, prima della sua partecipazione alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza. Il ruolo di Timchenko non è solo quello di gestire l’emergenza, garantendo il più possibile le forniture e la riparazione di impianti e reti di distribuzione, ma anche di cercare aiuti internazionali, sia immediati sia come investimenti per il futuro post-bellico.

Per ora è una corsa contro il tempo di fronte a questa offensiva invernale. L’esercito russo gioca con i tecnici ucraini come il gatto con il topo. Pochi giorni fa tre impianti del gruppo DTEK sono stati attaccati simultaneamente con 40 missili e 400 droni. Appena i bombardamenti colpiscono le infrastrutture di produzione e distribuzione di energia, centinaia di ingegneri e tecnici si mettono subito all’opera per far funzionare di nuovo gli impianti e riallacciare la rete. Dal 2022 le otto centrali a carbone della società privata sono state attaccate 220 volte. Per ripristinare l’elettricità nelle case degli abitanti di tutto il Paese i suoi tecnici sono intervenuti 36 milioni di volte in quasi quattro anni di guerra.

Compito sempre più difficile se gli attacchi continuano con questa frequenza e potenza, guidati dal cinismo di chi pianifica di piegare l’avversario su tempi lunghi. Fin dall’inizio la luce, il gas, il riscaldamento delle case sono stati obiettivi dei russi. L’invasione del 2022 cominciò il 24 febbraio. Ma già due giorni prima l’esercito di Mosca bombardò e poi conquistò la centrale DTEK nella regione di Luhansk. Come tante altre volte nella storia, il gelo come arma di eliminazione di massa era insomma già previsto nell’arsenale dei generali russi.

In questa fase è cruciale l’approvvigionamento di pezzi di ricambio, reso più difficile dal fatto che gli impianti a carbone sono quasi tutti di epoca sovietica, ormai obsoleti. “Abbiamo ricevuto generatori diesel da molti Paesi europei ed extraeuropei – continua Timchenko – ma le scorte si riducono progressivamente. Abbiamo bisogno di trasformatori, veicoli pesanti, compressori per il gas. Dagli Stati Uniti sono arrivati i primi cargo carichi di gas naturale liquefatto, ne aspettiamo altri, almeno una dozzina”.

Per ora dunque la priorità è superare l’inverno, uscire dalla morsa del ghiaccio. Poi dipenderà dall’andamento del conflitto ma almeno l’arma del gelo sarà spuntata fino all’autunno.

Poi si spera in un futuro post bellico o almeno in una tregua duratura. I costi di ricostruzione saranno enormi.  I danni ai vecchi impianti di epoca sovietica già spingono a puntare su nuove fonti di energia. “Oggi più della metà del nostro fabbisogno nazionale è coperto dal nucleare – ricorda Timchenko. Nonostante la guerra, DTEK ha aperto il più vasto impianto eolico ucraino, con una potenza di 650 megawatt ed un investimento di oltre un miliardo di euro. Abbiamo costruito un impianto di stoccaggio di energia da 200 megawatt. Cerchiamo partner internazionali ed investitori per altri progetti”.

Difficile però attrarre capitali con una guerra in corso. Molti gruppi energetici europei, italiani compresi, stanno alla finestra. Trattative sono in corso con società francesi e danesi, in Polonia e in Romania, dove DTEK ha già una presenza consolidata. D’altronde si tratta di un gruppo presente in 24 Paesi, che fa parte del conglomerato SCM del magnate Rinat Akhmetov, l’uomo più ricco di Ucraina. SCM ha interessi anche in Italia. Tramite Metinvest partecipa infatti al rilancio delle acciaierie di Piombino, oltre a progetti di rinnovabili in Sardegna, al momento fermi a causa delle politiche regionali sull’ambiente.

“Il sostegno al futuro del nostro Paese si costruisce adesso – dice Timchenko. La nostra esperienza di gestione di infrastrutture energetiche sotto attacco può essere cruciale per tutti coloro che si occupano di sicurezza degli impianti e di indipendenza energetica. Nessuno, neppure se distante geograficamente, dovrebbe sottovalutare la minaccia russa”.

Uno dei punti chiave delle infinite trattative per una soluzione del conflitto riguarda proprio l’energia, cioè la centrale nucleare di Zaporizhzhia, al momento controllata dai russi. “Noi possediamo la centrale a carbone adiacente – spiega Timchenko. Il funzionamento dei due impianti è in parallelo, speriamo di poterne riprendere il controllo presto”.

Una speranza che si scontra però con il deludente andamento dei negoziati: “Non sono ottimista – risponde Timchenko sulle prospettive di pace. Come è possibile esserlo? Vedo le delegazioni parlare e nello stesso tempo mi arriva la notizia di 12 nostri minatori uccisi da un attacco di droni. Questa è la realtà”.

Marco Varvello è un giornalista con trentennale esperienza da inviato, editorialista e corrispondente dall’estero. Vive e lavora a Londra.

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