L’azzardo della premier giapponese Takaichi Sanae ha pagato. La leader del Partito Liberal Democratico (PLD) ha sciolto la Camera bassa della Dieta (il parlamento) a gennaio e indetto elezioni generali anticipate, tenutesi l’8 febbraio. Il PLD ha ottenuto 316 seggi di 465 complessivi, un record per qualsiasi partito dal dopoguerra ad oggi. Da governo di minoranza in entrambe le camere della Dieta, l’amministrazione Takaichi può ora avvalersi di una maggioranza speciale pari a più dei due/terzi dei membri della Camera bassa ed ignorare veti delle opposizioni nella Camera alta.
Il PLD ha deciso di confermare l’alleanza con il Partito per la Restaurazione del Giappone (PRG) con cui c’è una sostanziale comunione d’intenti, includendolo nella futura compagine di governo. I risultati sembrano quindi confermare le analisi e conclusioni fatte da chi scrive a novembre 2025: si dipana un premierato di lunga durata, con l’agenda di sicurezza e politiche fiscali espansive a fare da traino, anche in virtù dei burrascosi scenari internazionali.
Il successo di Takaichi è dovuto alle sue capacità comunicative e alla frammentazione delle opposizioni piuttosto che a fattori strutturali. Il sistema elettorale giapponese ha permesso al PLD di fare incetta di voti nei seggi uninominali secchi in virtù del carisma del primo ministro, che ha inoltre saputo fare un uso sapiente delle nuove tecnologie comunicative. Nonostante la mancanza di risultati in poco più di tre mesi di governo di minoranza, la Takaichi ha potuto fare appeal sulle qualità di outsider, di stacanovista, e di agente del cambiamento.
La “memificazione” dell’operato del primo ministro ha ammorbidito i contorni più spigolosi e nazionalisti e ne ha nascosto i tratti amatoriali. Le visite dei leader di Corea del Sud, Italia e Regno unito – rispettivamente Lee Jae Myung, Giorgia Meloni e Keir Starmer a Tokyo – non hanno registrato evoluzioni degne di nota nei dossier bilaterali, se non nella riaffermazione retorica dell’impegno a collaborare. Di contro, se è vero che le ritorsioni commerciali della Cina hanno contribuito alle fortune elettorali della Takaichi, gli osservatori più attenti son consapevoli che il primo ministro ha dato non una, ma più spallate alle relazioni sino-giapponesi a inizio mandato suggerendo un’indipendenza de jure di Taiwan. Del resto, il governo giapponese si è ritrovato a corto di manifestazioni di solidarietà in seno al G7+, a partire dagli Stati Uniti, concentrati sul mantenimento della tregua commerciale con Pechino e la preparazione della visita del Presidente Donald Trump in Cina in vista di un possibile accordo di lungo periodo.
Il principale partito di neoformazione all’opposizione – l’Alleanza per una Riforma di Centro (ARC) – è risultato il vero sconfitto alle urne, con l’85% dei rappresentanti della corrente del fu Partito Democratico Costituzionale (PDC) a dover lasciare la Camera bassa. Ma non sembra si stia assistendo ad uno spostamento a destra dell’elettorato giapponese poiché, sino all’alleanza con il New Komeito, il consenso per il liberale-progressista PDC ha tenuto, ampliando anzi il consenso alle elezioni generali del 2024. Di conseguenza, ed in virtù della necessità di avere una maggioranza speciale nella Camera alta, l’obiettivo di riforma costituzionale rimane ancora lontano.
La prima ministra ha saputo slegarsi dalla nomea di un PLD popolato da corrotti dinosauri della politica, ha co-optato l’agenda politica delle opposizioni (a destra ed a sinistra del PLD), fatto promesse abbastanza vaghe sulle contromisure contro il carovita, non è stata chiara nemmeno sulle questioni imprescindibili di sicurezza nazionale, e ha distribuito sussidi di stato poco prima dello scioglimento della camera bassa. A differenza del pacchetto di politiche economiche dell’Abenomics, la cosiddetta “fiscalmente responsabile, ma aggressiva” Sanaenomics sembra ancora in fase di gestazione, soprattutto rispetto all’agenda securitaria e alla sicurezza economica.
A riprova del successo comunicativo del “simbolo” Takaichi, il PLD ha candidato la minor percentuale di donne, quasi la metà rispetto alla media nazionale; ha re-introdotto nella Dieta i dinosauri da cui si sarebbe slegata, implicati negli scandali emersi di recente; ha saputo ingraziarsi l’elettorato giovanile, che si ritrova sorpreso di scoprirne il conservatorismo sulle coppie omosessuali e sulla separazione dei cognomi; lo stesso elettorato si ritroverebbe sicuramente sorpreso di scoprire che un consigliere informale della Takaichi auspica un’economia di guerra, con spesa militare pari al 5% del PIL, come volano della re-industrializzazione del Giappone.
Il Giappone si ritrova tra Scilla e Cariddi: da una parte la Cina nazionalista di Xi Jinping, dall’altra gli istinti predatori dell’alleato americano sotto l’Amministrazione Trump, la cui garanzie di sicurezza rimangono imprescindibili, ma di cui si teme un progressivo trinceramento nell’emisfero occidentale. Al netto della proclamata “nuova età dell’oro dell’alleanza nippo-americana”, Tokyo deve esplorare nuove opzioni, prima inimmaginabili, inclusa quella nucleare, a detta di un fidato referente della Takaichi su questioni di sicurezza.
Soluzioni fiscali creative per le leggi di bilancio di qui al 2027 a parte, rimangono dubbi sulle capacità di sostenibilità di piani fiscali espansivi in un’economia matura, la cui crescita del PIL si attestata intorno allo 0.8% annuo, e la cui stabilità dipende anche da tassi d’interesse bassi per ripagare gli oneri sul debito pubblico. La Takaichi deve inoltre dedicare maggiori voci di spesa sul warfare piuttosto che sul welfare, nonostante il minor gettito fiscale e le pressioni di spesa dettati dall’invecchiamento e restringimento della popolazione, un fattore strutturale che si accompagna ai venti protezionistici, in primis nei principali mercati di sbocco di Stati Uniti e Cina. Insomma, dalle parole il governo Takaichi deve ora passare ai fatti, e convincere l’opinione pubblica di essere all’altezza delle grandi sfide che il Giappone deve affrontare.
Ricercatore associato presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI), Professore part-time di studi Ue-Asia presso l’Istituto Universitario Europeo e, a breve, Assistant Professor in Asian International Affairs presso l’Università delle Hawai’i a Mānoa






