Per il terzo anno consecutivo, l’International Rescue Committee (IRC) ha dedicato il primo posto della sua 2026 Emergency Watchlist al Sudan, da quasi tre anni l’arena di un massacro silenzioso. Silenzioso perché è stato dimenticato dalla comunità internazionale, rea di non aver colto per tempo i campanelli d’allarme che hanno preannunciato la catastrofe in atto, che conta oltre 150,000 vittime e 12 milioni di sfollati secondo Amnesty International. Negli ultimi mesi, però, la guerra è peggiorata e il mondo sembra accorgersi che le potenziali conseguenze possono essere devastanti per l’intera regione del Mar Rosso, già destabilizzata dalle crisi in Etiopia, Sahel e Corno d’Africa.
Dopo 500 giorni di assedio, nell’ottobre scorso la città di el-Fasher, capitale del Darfur Settentrionale, è stata conquistata dalle Forze di Supporto Rapido (RSF), la forza paramilitare guidata dal Generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti. Le RSF, eredi della milizia araba di etnia baggara Janjawwed, sono state accusate di compiere atti di genocidio contro la popolazione non-araba del Darfur, tra cui la comunità Masalit. La caduta di el-Fasher è critica in quanto rappresentava l’ultimo bastione ancora nelle mani delle Forze Armate Sudanesi (FAS), l’esercito regolare di Khartoum guidato dal Generale Abdel Fattah al-Burhan. Nelle ultime settimane, le RSF hanno continuato ad avanzare verso est nella regione del Kordofan, divenuta nuovo epicentro del conflitto. Qui, oltre ad aver preso il controllo del più vasto giacimento petrolifero del Paese, il 13 dicembre l’attacco di un drone ha colpito asset logistici dell’ONU.
Alla lotta di potere tra i due generali, immediato catalizzatore della guerra civile esplosa nell’aprile 2023, si sono intrecciate le interferenze esterne per il controllo delle risorse e per l’influenza sulla regione. L’insieme di fattori ha reso il conflitto multidimensionale e ha trascinato il fragile Sudan, già uno dei paesi più poveri al mondo, in un abisso di violenza e sangue.
Un tentativo di mediazione è stato avanzato dal Quad, composto da Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti (EAU), Arabia Saudita ed Egitto. Tuttavia, l’assenza di una consultazione diretta tra le parti sul campo, non ha portato i risultati attesi. Al-Burhan l’ha definita addirittura “la peggiore proposta di pace”, accusando gli Emirati di evidente parzialità. Infatti, tra i tanti attori esterni che si sono schierati da una delle due parti del conflitto, tra cui Egitto, Russia, Iran, Ciad, Libia e Arabia Saudita, quello forse più controverso sono gli Emirati Arabi Uniti.
Gli EAU: la bilancia che mantiene l’equilibrio della guerra
Lo Stato del Golfo, oltre a porsi come mediatore del conflitto, è il principale sponsor politico, logistico ed economico delle RSF, a cui fornisce aiuti sia finanziari che militari. Gli Emirati negoziano la pace e al contempo fomentano la guerra, rendendo la risoluzione del conflitto intrinsecamente impossibile o al più esclusivamente formale. La loro credibilità come mediatori è azzerata agli occhi del governo sudanese, che ha reciso i legami diplomatici con Abu Dhabi dopo averla denunciata alla Corte Internazionale di Giustizia per complicità nel genocidio. Accuse ripetutamente respinte dagli EAU.
I motivi del sostegno alle RSF sono tanto economici quanto strategici. Il Sudan è un territorio estremamente ricco di risorse, soprattutto di miniere d’oro, controllate in gran parte da Hemedti, che ha costruito la sua ricchezza su reti di estrazione e traffico illecito. Inoltre, ponte tra Medio Oriente, Sahel e Mar Rosso, il Sudan ha una posizione geostrategica. Come dichiarato da Charles Ray, un diplomatico americano a riposo, “chiunque controlli il Sudan è in posizione di influenza sull’intera regione”. L’interesse emiratino su Khartoum è chiaro: oro in cambio di armi, influenza in cambio di legittimità.
Il legame tra Mohammed bin Zayed Al Nahyan (MBZ), sovrano di Abu Dhabi, e le RSF ha radici storiche: dopo il 2011, l’anno del ‘Pivot to Asia’ di Hillary Clinton e dell’ondata di proteste conosciute come ‘Primavere Arabe’, gli Stati del Golfo si sono inseriti nel vuoto lasciato dal graduale disimpegno americano e dal vento di instabilità politica. Da lì, i due regni emergenti hanno progressivamente preso il controllo della situazione interna del Sudan, fomentando le divisioni e facendo collassare il progetto democratico del Paese. L’asse Dubai-RSF si è consolidato durante la guerra civile in Yemen del 2015, quando l’allora presidente sudanese Omar al-Bashir inviò 10.000 soldati al fianco della coalizione guidata da Emirati e Arabia Saudita contro gli Houthi sostenuti dall’Iran. Mentre Hemedti guidava i contingenti anti-Houthi schierati con gli emiratini, al-Burhan quelli accanto ai sauditi. Allo scoppio delle violenze a Khartoum ad aprile 2023, le due potenze del Golfo non erano più alleate e i due generali sapevano naturalmente a chi delle due rivolgersi.
Oggi Abu Dhabi e Riad sono rivali nel teatro sudanese sia per le incompatibili ambizioni espansionistiche sia per le loro visioni divergenti sui movimenti politici islamisti. Abu Dhabi considera il movimento politico ‘Muslim Brotherhood’ una minaccia esistenziale, mentre Riad mantiene posizioni più sfumate. Questo si traduce nella scelta della fazione da appoggiare: le RSF incarnano la versione più secolare dell’Islam, mentre le SAF sono viste come una sorta di continuazione del regime di al-Bashir, profondamente ispirato ai valori dei Fratelli Musulmani. La crescente frattura, anche personale tra i due leader, MBZ e Mohammad bin Salman (MBS), non è solo ideologica, ma soprattutto strategica: Abu Dhabi mira alle risorse e all’influenza; Riad alla sua leadership e alla stabilità statale del Sudan. In questo senso, alcuni analisti descrivono il conflitto come una proxy war, una guerra che si combatte in Sudan, ma è trainata da due potenti burattinai esterni che competono tra loro.
L’unica via per uscire dal limbo è indurre gli Emirati a mettersi da parte, arrestare l’economia di guerra che alimenta la macchina bellica, ripristinare una mediazione che abbia come solo obiettivo la risoluzione del conflitto e la costruzione della pace e, presupposto imprescindibile, negoziare in Sudan con i sudanesi.

