La nuova frontiera della guerra biologica: la SynBioAI

La pandemia di Covid-19 ha riacceso i riflettori sul crescente rischio posto dalle minacce di natura biologica. Negli ultimi anni, si è affermato l’impiego di biologia sintetica e intelligenza artificiale (SynBioAI), delineando la nuova frontiera della sicurezza. Si tratta di una tecnologia dual-use, che presenta diverse potenzialità per il settore farmaceutico e dell’agricoltura sostenibile, tuttavia pone notevoli rischi, tra cui l’alterazione degli ecosistemi e la possibilità di creare armi biologiche. Ne deriva che per gestire al meglio questa tecnologia e contenere le minacce collegate, il mondo della difesa e della sicurezza deve agire in sinergia con membri della comunità scientifica ed esperti di ingegneria e intelligenza artificiale.

Lo scorso ottobre, il giornale Science ha pubblicato un articolo relativo ad un esercizio “red team” condotto dal bioingegnere Bruce Wittmann insieme a un collettivo di Microsoft. Attraverso strumenti di progettazione proteica assistita dall’IA, i ricercatori sono riusciti ad ottenere 70 mila sequenze di DNA in grado di generare diversi tipi di proteine, tra cui alcune tossiche e soggette a controlli legali, come quelle che codificano ricina e botulino. Quando hanno chiesto a quattro fornitori di sistemi di monitoraggio per la sicurezza biologica di analizzare le sequenze con i loro software, questi hanno mostrato diversi livelli di performance. Nel caso peggiore, è emerso che più del 75% delle sequenze potenzialmente pericolose ha eluso uno di questi meccanismi d’allarme. Nell’ambito della sicurezza, nessun sistema è più solido del suo anello più debole. Per questo motivo, l’esperimento è rimasto segreto fino all’aggiornamento dei sistemi che presentavano più vulnerabilità. Ciò ha portato l’attenzione sulla necessità della continua evoluzione dei sistemi di monitoraggio e di leggi ad hoc, alla luce delle infinite potenzialità dell’applicazione dell’IA alla bioingegneria.

La prima considerazione che emerge riguarda la possibilità per cui più soggetti possano sedersi al tavolo della “guerra biologica”. L’uso dell’IA rende effettivamente più semplice la codificazione di sequenze pericolose, in quanto non sono necessari laboratori strutturati, ingenti investimenti e un expertise avanzato. Questo non coincide per forza con un abbassamento della soglia di accesso per l’acquisizione di capacità offensive reali, in quanto è importante considerare che la labilità dei bioagenti aumenta le difficoltà tecniche legate alla logistica, che prevede cinque step: il reperimento del patogeno, la manipolazione sicura, la coltivazione su larga scala, lo stoccaggio e la corretta dispersione. Qualunque errore in una di queste fasi porta all’inefficacia dell’agente. Ad oggi, le tecniche di editing genetico, come la CRISPR-CAS9, possono, però, ridurre alcune delle barriere logistiche. È infatti possibile modificare il DNA ad hoc, creando prodotti di elevata letalità e amplificandone la persistenza in ambienti ostili o non controllati. Con l’ingegnerizzazione dei patogeni, si possono generare varianti in grado di resistere a vaccini e a terapie antibiotiche, rendendo obsolete le strategie di prevenzione messe in atto fino a questo momento. L’utilizzo di IA in questo contesto può essere sfruttato ulteriormente, agisce infatti come moltiplicatore di capacità. Permette l’elaborazione di grandi quantità di dati biologici e la simulazione di mutazioni virali, in modo da anticipare le naturali evoluzioni di patogeni. Inoltre, può crearne altri ottimizzati, con una maggiore trasmissibilità e virulenza. In aggiunta, per quanto riguarda la fase della dispersione, è possibile sfruttare la tecnologia dei droni, facilmente accessibili sul mercato, caratterizzati dalla capacità di disperdere le bioarmi con più precisione.

In un contesto multidisciplinare come quello che ci circonda, è necessario integrare la SynBioAI tra le strategie di difesa e sicurezza. Prendendo in considerazione l’approccio One Health e con il progressivo assottigliamento dei confini della guerra irregolare, non è più sufficiente accertarsi che gli ospedali e il personale siano pronti ad eventuali epidemie o emergenze sanitarie, è necessaria una governance e una risposta olistica a questa minaccia. Sebbene in studi recenti sia emerso che le bioarmi non esercitano attrattiva nei confronti di gruppi terroristici, esistono degli attori che hanno le capacità di impiegare tecniche di agroterrorismo, idroterrorismo ed ecoterrorismo, che non devono essere sottovalutate, poiché possono produrre effetti a cascata. Attraverso le zoonosi, diversi individui possono contrarre infezioni e manifestare sintomi gravi. Il conseguente afflusso massiccio di pazienti allarmati verso gli ospedali rischia di mettere alla prova un’infrastruttura critica fondamentale. Se a ciò si aggiunge un attacco cyber alle infrastrutture digitali di un ospedale, l’intero ecosistema sanitario può essere compromesso, dalla funzionalità delle apparecchiature alla gestione dei dati clinici, con esiti potenzialmente letali.

Alla luce di tutto ciò, affrontare la minaccia della SynBioAI richiede equilibrio: non occorre una risposta dettata dal panico, ma è importante evitare pericolose sottovalutazioni. Esistono barriere logistiche che limitano la diffusione su larga scala dei patogeni e convenzioni internazionali che funzionano da deterrente normativo. Se i patogeni naturali hanno bassa persistenza e sono difficili da reperire, questo non può essere totalmente affermato per quelli ingegnerizzati dall’IA. Dunque, la “democratizzazione”, ovvero l’accesso facilitato ad una più ampia platea di attori, di questa capacità offensiva non deve essere ignorata, specialmente nel momento multipolare che stiamo vivendo. Per delineare un pilastro di biodifesa credibile è, dunque, necessario un continuo adattamento strategico, promuovendo l’aumento delle adesioni alle simulazioni di emergenza sanitaria già in atto, oltre a rafforzare la comunicazione intra-istituzionale, per potenziare il livello di “preparedness” degli attori coinvolti.

Silvia Maragno

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