Un fenomeno bellico così tragico, ampio e duraturo come l’invasione russa dell’Ucraina comporta innumerevoli implicazioni dal punto di vista strategico-militare, alcune delle quali identificate in uno studio IAI già dopo i primi due anni di guerra e tutt’ora valide. Ciò non vuol dire tuttavia che un eventuale conflitto tra Russia e Paesi NATO si svolgerebbe come quello in corso in territorio ucraino, perché le capacità militari, la dottrina e l’approccio politico degli alleati sono diversi da quelli di Kyiv. Detto questo, a quattro anni dall’inizio dell’invasione russa su larga scala, quattro lezioni identificate sono estremamente rilevanti per l’Europa e l’Italia.
La Russia è preparata a una guerra di lungo periodo contro l’Europa
In primo luogo, la Federazione Russa mantiene la solidità politica, le risorse militari e la produzione industriale per continuare un conflitto nonostante un totale complessivo stimato di circa 1,2 milioni di militari russi tra morti (circa 350.000), feriti o dispersi, e nonostante risultati ben inferiori agli obiettivi di Mosca: a gennaio 2022 la Russia occupava circa l’8% del territorio ucraino, a fine 2022 circa il 20%, e negli ultimi tre anni di sanguinosi combattimenti questa percentuale è rimasta sostanzialmente la stessa mentre Kharkiv, Odessa o Kyiv restano fuori portata russa e parte di uno stato sovrano ucraino che controlla quasi l’80% del proprio territorio.
Purtroppo questa matematica, che fa impressione in Europa occidentale, non è la stessa che conta a Mosca, dove i numeri importanti sono altri: grazie al reclutamento continuo, i militari russi sono oggi più numerosi che a gennaio 2022; con la riconversione in economia di guerra, la capacità produttiva è tale non solo da sostenere le enormi, quotidiane perdite in Ucraina, ma da equipaggiare forze armate più ampie di prima; 48 mesi di conflitto su larga scala e ad alta intensità, nella loro drammaticità, hanno portato ad una serie di miglioramenti quanto a dottrine, tattiche ed addestramento per cui l’esercito russo oggi è più preparato dell’inizio del conflitto. Il tutto mentre l’aggressività verso l’Ucraina e l’Europa – vedasi innumerevoli esempi di guerra ibrida e violazioni dello spazio aereo – è diventata una costante della leadership russa.
La prima lezione dunque è che la Russia è in grado di continuare il conflitto ancora per anni, e che al momento di un eventuale cessate il fuoco disporrebbe di uno strumento militare in grado sia di riprendere l’offensiva in Ucraina sia, si stima entro il 2030, di attaccare efficacemente un Paese NATO sul fianco est. Per questo motivo sono così importanti e delicate le garanzie di sicurezza all’Ucraina, compresa un’eventuale forza europea da dispiegare in territorio ucraino.
L’innovazione tecnologia è necessaria per non perdere, ma non garantisce la vittoria
La seconda lezione identificata in Ucraina riguarda l’importanza relativa di ciascun sistema d’arma convenzionale, tolta quindi l’arma nucleare, nell’arco di quattro anni di guerra su larga scala. Che si tratti di carri armati, caccia, sistemi missilistici o droni, ciascuno gioca un ruolo importante nel conflitto russo-ucraino ma nessuno di per sé è decisivo. Ciascuna delle due parti ha adattato più o meno rapidamente le proprie dottrine e tattiche, e per quanto riguarda i droni le relative capacità produttive, in modo da rispondere alle mosse della controparte anche per quanto riguarda l’impiego di nuove capacità.
I droni costituiscono una parziale eccezione, perché l’uso massiccio e innovativo di droni aerei e/o navali, in attacchi sofisticati e in combinazione con altri sistemi d’arma, ha permesso a Mosca di condurre bombardamenti strategici sulle infrastrutture energetiche ucraine, e a Kyiv di affondare buona parte della flotta russa nel Mar Nero e di contenere la pressione russa su una linea del fronte che non potrebbe essere mantenuta senza decine di migliaia di droni. Tuttavia, poiché entrambe le parti in conflitto fanno uso di droni, e di misure per neutralizzarli, anche in questo caso la singola tecnologia non si rivela determinante per vincere una guerra su larga scala.
Ciò non vuol dire che non occorra investire in innovazione tecnologica e delle modalità di impiego, anzi: nel campo dei droni proprio questa innovazione ha permesso all’Ucraina di non soccombere di fronte alla superiorità numerica russa al fronte, e di proteggere le proprie coste da uno sbarco russo pur non avendo più una marina. Innovare è necessario per non perdere un conflitto del genere, ma non garantisce di per sé la vittoria. Per questo motivo è così importante che l’Europa continui ad investire per colmare i gap tecnologici in diversi settori della difesa, e per adeguare formazione del personale militare, addestramento ed esercitazioni di conseguenza.
L’Europa ha bisogno di forze armate più numerose
Il caso di decine di migliaia di droni è esemplificativo di una terza lezione identificata in Ucraina, riguardo all’importanza odierna della massa. Non si tratta ovviamente di una novità nella storia militare o negli studi strategici, ma il trentennio post-Guerra Fredda aveva portato la quasi totalità dei Paesi occidentali a ritenere che forze armate di dimensioni ridotte potessero svolgere adeguatamente non solo missioni di peacekeeping, contrasto al terrorismo o contro-guerriglia, ma anche assicurare la deterrenza e difesa nei confronti di una Russia allora percepita come meno minacciosa.
Quattro anni di conflitto combattuti da milioni di militari su migliaia di chilometri di fronte, con un consumo di mezzi e munizionamento di diversi ordini di grandezza superiore a quello sperimentato dagli europei in Afghanistan, Iraq, Libia o ex Jugoslavia, dimostrano come occorra adeguare la struttura delle forze NATO. Ciò non vuol dire che l’Occidente cambierà, né che debba cambiare, il valore dato alla vita umana del singolo cittadino, molto maggiore di quello da parte russa che non si fa scrupolo di sacrificare decine di migliaia di soldati da poco arruolati per conquistare un villaggio ucraino. La strategia condivisa in ambito NATO, l’innovazione tecnologica compresi i droni, la dottrina di impiego, le tattiche e procedure, continuano a basarsi sui valori occidentali che si vuole difendere.
Tuttavia, è un dato di fatto che occorrono molti più mezzi, munizionamento, e capacità produttiva di equipaggiamenti militari per assicurare un livello di deterrenza adeguata rispetto ad una Russia che combatte da anni su questa scala in Ucraina, e per respingere in tempi brevi e con poche perdite un eventuale attacco russo se la deterrenza fallisse. E’ per questo motivo dopo il 2022 alcuni Paesi europei hanno reintrodotto la leva obbligatoria oppure forme di riserva volontaria, per ampliare le risorse umane a complemento delle forze armate professionali già in servizio in chiave di deterrenza e difesa – e non al fine di affiancare le forze di polizia in attività di sicurezza interna.
Resilienza e prontezza politica, sociale e militare
L’ultima lezione riguarda il livello politico-strategico, ovvero quello dei vertici politici e militari e della loro interazione con le istituzioni, l’opinione pubblica e l’elettorato. La società civile e politica ucraina ha continuato a funzionare seppur in stato di guerra, facendo fronte comune per difendersi dall’invasore ma mantenendo un pluralismo al suo interno, a livello istituzionale, politico e di opinione pubblica, tra mille difficoltà, limiti e problemi, non da ultimo quanto a corruzione. Anche grazie a questo, l’intera nazione ucraina si è difesa dall’invasione russa sul fronte e nelle retrovie, con un’enorme capacità di sacrificarsi per il proprio Paese e per il tipo di democrazia nel quale si vuole vivere.
Per questo motivo, di fronte all’aggressività russa verso l’Europa riconosciuta da UE, NATO e singoli Paesi europei inclusa l’Italia – come sancito del documento del Ministro della Difesa sul contrasto alla guerra ibrida – rafforzare la resilienza e prontezza non solo militare ma politica e sociale è altrettanto importante che investire in innovazione e ampliare le forze armate europee. Si tratta forse della lezione più difficile da cogliere dal conflitto russo-ucraino, perché è quella che tocca più profondamento il patto sociale di un’Europa occidentale che ha vissuto in pace per otto decenni sotto l’ombrello di sicurezza americano, e ora deve attrezzarsi anche politicamente per difendere con le armi questa pace non più scontata.
Responsabile del Programma "Difesa, sicurezza e spazio" dell’Istituto Affari Internazionali. Dal 2018 è anche docente presso l’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze (ISSMI) del Ministero della Difesa italiano. E' membro dell'Academic Advisory Board del NATO Defense College, e dal 2016 è parte del Comitato Scientifico del Armament Industry European Research Group (Ares Group).






