Another One Bites the Dust: la fine del New Start

Il 6 marzo 2009, a Ginevra, con un gesto destinato a imprimersi nella storia del controllo degli armamenti, il Segretario di Stato Hillary Clinton consegnava al Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov il celebre “reset button“: un pulsante rosso recante la scritta Reset in doppia lingua (sebbene la traduzione russa recava la parola peregruzka (sovraccarico) anziché perezagruzka (riavvio)). Poco più di un anno dopo, il Presidente Barack Obama e il suo omologo russo Dmitry Medvedev firmavano a Praga il New Strategic Arms Reduction Treaty (New START), sostituendo il precedente START I del 1991 e limitando i due arsenali più grandi del mondo a 1.550 testate dispiegate su 700 tra missili balistici intercontinentali (ICBM), missili balistici lanciabili da sommergibili (SLBM) e bombardieri.

Il 5 febbraio 2026 il New START giungerà alla sua scadenza. Già il 21 febbraio 2023, il Presidente russo Vladimir Putin aveva annunciato la sospensione della partecipazione russa al trattato, subordinandone la ripresa al sostegno statunitense all’Ucraina. Gli Stati Uniti avevano risposto sospendendo, a loro volta, le attività di scambio dei dati e il regime di ispezioni. Ne è derivata una condizione profondamente paradossale in cui il New START ha mantenuto validità normativa ma è stato di fatto paralizzato sul piano politico e operativo.

Apatia e rischio

Il New START era stato prorogato di cinque anni nel gennaio 2021 attraverso uno scambio di note diplomatiche, a ridosso della sua scadenza naturale. Una proroga tardiva, che già allora lasciava intravedere la condizione di precarietà del regime di controllo degli armamenti strategici. Il trattato è sopravvissuto, tuttavia, solo quanto bastava per essere travolto da un contesto geopolitico in cui il controllo degli armamenti sembra essere inteso come una scelta discrezionale, subordinata, e facilmente sacrificabile.

In tale contesto, l’annuncio di Putin nel settembre 2025 – secondo cui la Russia avrebbe rispettato per un ulteriore anno i limiti quantitativi centrali del New START, a condizione che gli Stati Uniti facessero altrettanto – avrebbe, in altri tempi, innescato un’intensa mobilitazione diplomatica. Invece, il Presidente Donald Trump si è limitato a un laconico “sounds like a good idea to me,” senza alcuna presa di posizione formale.

Paradossalmente, Washington e Mosca avrebbero potuto evitare l’apertura di nuovi negoziati senza rinunciare del tutto al quadro normativo del New START. Sarebbe stata sufficiente una dichiarazione congiunta di intenti, adottata prima della scadenza del trattato, volta a confermare l’adesione reciproca ai suoi limiti, la cui osservanza avrebbe potuto continuare a essere verificata attraverso i mezzi tecnici nazionali, come durante la Guerra Fredda. Parallelamente, le misure di attuazione oggi sospese – in particolare gli scambi di dati e il regime di notifiche – avrebbero potuto essere ripristinate in tempi rapidi mediante semplici decisioni esecutive. L’infrastruttura istituzionale è tuttora disponibile, le procedure sono note e il personale tecnico di entrambe le parti dispone di un’esperienza accumulata in decenni di applicazione del trattato. Durante la pandemia di COVID-19, le ispezioni erano state temporaneamente sospese e successivamente preparate per la ripresa; alla fine del 2022, i gruppi tecnici erano pronti a ristabilire la piena attuazione del New START, fino all’interruzione unilaterale dei contatti da parte di Mosca.

Riattivare tali misure non avrebbe richiesto né un processo di ricostruzione della fiducia né la negoziazione di un nuovo accordo. Avrebbe significato, più semplicemente, riattivare un meccanismo già esistente, consentendo di riallineare la conoscenza reciproca degli arsenali strategici statunitensi e russi. Eppure, anche questa opzione minimale e tecnicamente percorribile è rimasta inesplorata.

Quest’apatia segnala una trasformazione profonda nelle gerarchie di valore che strutturano l’ordine nucleare contemporaneo. In passato, la sola prospettiva della scomparsa dell’ultimo trattato di controllo degli armamenti strategici avrebbe costituito una crisi in sé. Oggi, al contrario, la possibilità di uno ‘svincolamento’ degli arsenali strategici non produce un analogo senso di urgenza. Questa assenza di reazione non riflette tanto una maggiore fiducia nella stabilità deterrente, quanto la progressiva erosione del controllo degli armamenti come impegno normativo condiviso.

Incertezza

Ad acuire le preoccupazioni degli esperti è la moltitudine di scenari che si propone davanti l’assenza di un accordo successivo al New START. Secondo le stime di Matt Korda e Hans Kristensen della Federation of American Scientists, in assenza di un regime di controllo, le forze nucleari strategiche di Stati Uniti e Russia potrebbero quasi raddoppiare qualora entrambe le parti decidessero di caricare i propri vettori al massimo numero di testate consentito. In tale contesto, gli Stati Uniti disporrebbero di un numero maggiore di testate strategiche dispiegabili, mentre la Russia continuerebbe a mantenere un arsenale complessivo più ampio, tenuto conto del suo consistente stock di armi nucleari non strategiche, non soggette a limiti trattuali.

All’interno di questa traiettoria apparentemente lineare, esistono tuttavia significative variazioni. Washington potrebbe, ad esempio, annunciare apertamente un upload delle proprie forze strategiche, presentandolo come un segnale politico rivolto in primo luogo alla Cina. In alternativa, gli Stati Uniti potrebbero optare per un’espansione dell’acquisizione di sistemi nucleari definiti “resilienti, sopravvivibili e forward-deployable“, quali nuovi armamenti stand-off o sistemi dual-capable a raggio intermedio. Una terza opzione consisterebbe nell’ampliare i programmi di modernizzazione già in corso, incrementando il numero di bombardieri B-21 o di sottomarini della classe Columbia. Infine, Washington potrebbe limitarsi a lasciare scadere il trattato senza procedere ad alcun upload e senza rilasciare dichiarazioni pubbliche. In quest’ultimo caso, una certa moderazione potrebbe persistere nella pratica, ma sarebbe priva di qualsiasi legittimazione giuridica e politica formale.

Tutte queste alternative conducono, in ultima analisi, alla medesima conclusione: il controllo degli armamenti ha cessato di operare come principio di responsabilità, necessario e dovuto. La moderazione, laddove persista, assume un carattere eminentemente discrezionale; la trasparenza diviene facoltativa; la prevedibilità, contingente e revocabile. In un contesto in cui le armi nucleari mantengono un peso politico enorme, questa erosione della responsabilità non è solo tecnica, ma segna una trasformazione profonda del modo in cui le potenze percepiscono il rischio e la propria obbligazione verso la sicurezza globale. La 2026 National Defense Strategy riafferma esplicitamente che gli Stati Uniti continueranno a “modernizzare e adattare le proprie forze nucleari con una rinnovata attenzione al deterrente e alla gestione dell’escalation, in un contesto globale nucleare in trasformazione”. Non sorprende, dunque, che la centralità della dimensione nucleare nella pianificazione strategica statunitense proceda parallelamente al progressivo svuotamento delle architetture istituzionali che la governano.

In questo quadro, gli alleati europei sembrano aver mancato un’importante finestra di opportunità. Una voce europea più coesa e assertiva avrebbe potuto incoraggiare entrambe le parti a mantenere i limiti massimi del New START fino all’eventuale entrata in vigore di un accordo successivo, contribuendo al contempo a rafforzare la credibilità dell’Europa quale attore impegnato nella promozione del controllo degli armamenti nucleari, anche nell’ambito del Trattato di Non-Proliferazione. In parallelo, gli alleati avrebbero potuto avanzare una propria agenda per futuri colloqui russo-statunitensi sulla stabilità strategica, includendo richieste di maggiore trasparenza e accountability da parte delle potenze nucleari, un impegno a non incrementare il numero di armi nucleari dispiegate in Europa fino alla definizione di un successore del New START, nonché la riattivazione di un dialogo NATO–Russia volto a rafforzare i canali di comunicazione in situazioni di crisi. Francia e Regno Unito, in quanto potenze nucleari europee, avrebbero potuto sostenere tale impostazione partecipando a un dialogo multilaterale sul controllo degli armamenti non appena Stati Uniti e Russia avessero concordato il quadro procedurale. Insieme, queste iniziative avrebbero segnalato la volontà dell’Europa di affrontare le questioni di stabilità strategica non esclusivamente in termini di deterrenza, ma anche di gestione del rischio e responsabilità nucleare.

Dopo il New START

È comprensibile interpretare la scadenza del New START come una vittima collaterale della guerra in Ucraina, o più semplicemente come il prevedibile risultato di leadership disinteressate a tutto ciò che attiene il diritto internazionale e istituzioni condivise. Tuttavia, ciò che emerge va oltre un singolo trattato: si tratta di un’intera modalità di concepire e praticare l’ordine nucleare. Per decenni, il controllo degli armamenti ha costituito una grammatica condivisa, attraverso la quale rivali strategici potevano segnalare moderazione, comunicare intenzioni e rispettare limiti anche in assenza di fiducia reciproca. Il valore del New START – come dei regimi che lo hanno preceduto – non risiedeva solo nei tetti quantitativi imposti, ma nella prevedibilità, nella trasparenza e nei canali di dialogo che strutturavano l’intera relazione strategica.

Oggi, quella grammatica appare in progressivo dissolvimento. La scadenza del New START potrebbe non produrre un’improvvisa ‘corsa agli armamenti‘, ma di certo contribuirà a normalizzare un contesto in cui l’assenza di vincoli non costituisce più un’anomalia da correggere. In tale configurazione, il controllo degli armamenti sopravvive – se sopravvive – come scelta discrezionale, reversibile e politicamente strumentale, rischiando di trasformarsi in una semplice moneta di scambio in una politica internazionale sempre più transazionale.

Ricercatrice nel programma di ricerca IAI “Multilateralismo e governance globale”, dove collabora alle attività nell’ambito dell’EU Non-Proliferation and Disarmament Consortium (EUNPDC) e svolge attività di ricerca nel campo della non-proliferazione e del disarmo.

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