Lo sgangherato attacco alla Federal Reserve

Nella serata di domenica 11 gennaio, il chairman della Federal Reserve (Fed), Jerome Powell, ha annunciato in un video-messaggio di essere divenuto oggetto di un’indagine del Dipartimento di Giustizia. Alla base di questo procedimento vi è una testimonianza resa nel mese di giugno dal banchiere centrale dinnanzi al Senate Banking Committee; testimonianza relativa ai costi della ristrutturazione della sede della Federal Reserve. Questi lavori di rinnovamento sono da tempo finiti nel mirino dell’amministrazione Trump, la quale imputa a Powell una malagestione della cosa pubblica che avrebbe portato a un ingiustificato incremento delle spese. Un’accusa che, alla quasi totalità degli analisti (noi compresi), appare del tutto pretestuosa.

Trump contro Powell e il nodo della “giusta causa”

È infatti difficile pensare che la Casa Bianca possa essere interessata alla ristrutturazione di un immobile (per quanto onerosa); molto più facile, invece, è credere che si vogliano utilizzare questi lavori per defenestrare un banchiere centrale sgradito e rimpiazzarlo con un personaggio allineato al pensiero del Presidente. I rapporti fra Trump e Powell sono d’altronde tesi ormai da diversi anni: già nel corso del suo primo mandato, il tycoon aveva duramente criticato l’operato dell’economista — nonostante fosse stato proprio lui, nel 2017, a indicarlo come chairman della Fed. Con il suo ritorno allo Studio Ovale, le critiche si sono fatte sempre più aspre ed è ormai di dominio pubblico l’intenzione trumpiana di non rinnovare l’incarico di Presidente della Banca Centrale a Powell (in scadenza a maggio 2026).

Le effettive ragioni per cui il capo di Stato americano attacca il banchiere centrale sono da sempre le stesse: Trump vuole una politica monetaria espansiva che il Federal Open Market Committee, alla luce dei dati macroeconomici (in particolare, quelli relativi all’inflazione), è restio a implementare. Ecco dunque che il costo dei lavori di ristrutturazione per la sede della Fed potrebbe — nelle intenzioni del Presidente e del suo entourage — divenire uno strumento utile per spingere Powell a lasciare rapidamente il suo incarico.

In tal senso, sembra che Trump voglia interpretare l’indagine a carico del Presidente della Banca Centrale come quella “giusta causa” (“for cause”) che gli serve, da un punto di vista giuridico, per rimuovere anzitempo un membro del Board of Governors dell’istituto di emissione. Una strategia non nuova, che è già stata applicata da questa amministrazione nei confronti di un altro membro della Fed “non allineato” alla Casa Bianca, l’economista Lisa Cook. Quest’ultima, alcuni mesi fa, è stata infatti accusata da Bill Pulte — uomo messo da Trump a capo della Federal Housing Finance Agency — di aver reso dichiarazioni false nella richiesta di un mutuo; elemento che ha portato il Presidente statunitense a disporre la sua immediata rimozione dall’incarico.

Una rimozione che, tuttavia, alla luce di un pronunciamento di un giudice federale, non ha ancora avuto luogo e su cui dovrà esprimersi, nelle settimane a venire, la Corte Suprema. Invero, il significato dell’espressione “for cause” non è ancora ben definito e, in quest’ottica, spetterà all’Alta Corte stabilire se una semplice accusa possa bastare a rimuovere un membro della FED dal suo ruolo.

L’indipendenza della Fed davanti alla Corte Suprema

L’azione intrapresa dal Dipartimento di Giustizia nei confronti di Powell parrebbe suggerire una certa fiducia di Trump e dei suoi uomini nella possibilità che la Corte Suprema possa esprimersi in favore di un’interpretazione estensiva del concetto — dando quindi la possibilità alla Casa Bianca di rimuovere prima Cook, quindi Powell. Una fiducia che, stando a un recente pronunciamento della Corte, ci sembra tuttavia mal riposta. Per quanto ben tre dei nove giudici siano di nomina trumpiana, l’Alta Corte si è infatti espressa pochi mesi fa in merito all’indipendenza della Federal Reserve, riconoscendo a questo soggetto una peculiare autonomia non accumunabile a quella delle altre agenzie federali. Risulta dunque difficile pensare che nelle prossime settimane, seguendo la linea della Casa Bianca, la Corte possa dare il via al sostanziale smantellamento dell’autonomia della Banca Centrale dal potere politico.

Ma anche nel caso (secondo noi, poco probabile) in cui la Corte dovesse propendere per la visione trumpiana, la questione non potrebbe certo dirsi chiusa. Alla notizia dell’inchiesta avviata nei confronti di Powell, diversi membri repubblicani del Congresso — tenendo forse anche conto del declino nei livelli di gradimento del tycoon (e delle preoccupazioni sull’economia di una vasta fetta dell’elettorato) — hanno infatti esternato in maniera piuttosto chiara le proprie perplessità, esprimendo il timore che, da tale vicenda, possa derivare un pericoloso ridimensionamento del ruolo della Fed. E tali dubbi non sono certo secondari, posto che ogni nomina di Trump alla Banca Centrale deve passare per un voto di conferma del Senato.

Fed sotto assedio: scenari possibili

Più che un cambiamento dei membri della Banca Centrale, è probabile quindi che tale assalto alla Fed non faccia altro che portare a un ulteriore acuirsi delle tensioni fra la Casa Bianca e Powell, con quest’ultimo che, come sottolineato da alcuni analisti, potrebbe ora essere tentato di ripagare Trump con uno “sgarbo”, decidendo — diversamente dai suoi predecessori — di non lasciare la Federal Reserve al momento della scadenza del suo mandato come chairman: a maggio 2026, infatti, scade solo il suo ruolo di Presidente, non quello di membro del Board of Governors (che termina nel 2028).

Poi, naturalmente, questo scomposto attacco alla Banca Centrale potrebbe sortire svariate ripercussioni negative sull’immagine internazionale del dollaro e su quella del complessivo sistema istituzionale americano. Elementi che, come ormai è però chiaro, a Trump sembrano interessare molto poco.

L’articolo è stato elaborato nell’ambito di “Focus Geofinanza. Osservatorio IAI-Intesa Sanpaolo sulla geofinanza”.

Ricercatore nel programma “Multilateralismo e governance globale” dell’Istituto Affari Internazionali. La sua attività di ricerca ha primariamente riguardato il quadro di governance economica dell’Unione Europea, il tema delle criptovalute e quello delle monete digitali delle banche centrali.

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