Per una leva europea

“La tendenza degli Stati Uniti ad adottare una politica di sacro egoismo è ogni giorno più marcata. La tradizione isolazionista dei repubblicani, le promesse elettorali di riduzione dei carichi fiscali… contribuiscono allo stesso risultato: un progressivo distacco spirituale, ma che un giorno potrà anche diventare politico e militare, dall’Europa”.

Questo scriveva Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica, al Primo Ministro italiano Scelba nel marzo del 1954, invitandolo a non perder tempo nella ratifica del Trattato istitutivo della Comunità europea di difesa (allora sostenuto con forza dall’amministrazione statunitense). Per un uomo, che era nato nel 1881 e si era formato a cavallo dei due secoli, l’isolazionismo è la naturale tendenza di quel paese; rovesciata dopo il secondo conflitto mondiale dalla scelta di puntare sul processo di integrazione europea che doveva partire proprio dalla costruzione di una capacità militare comune, Forze europee di difesa inquadrate nella Nato.

Nel paragrafo dedicato all’Europa della National Security Strategy of the United States of America del novembre 2025 si legge tra l’altro che la politica statunitense va orientata al fine di “enabling Europe to stand on its own feet and operate as a group of aligned sovereign nations, including by taking primary responsibility for its own defense, without being dominated by any adversarial power”. Nello stesso documento si afferma: “we want Europe to remain European, to regain its civilizational self-confidence, and to abandon its failed focus on regulatory suffocation”. Un giudizio certo abrasivo, ma che non può essere archiviato in modo semplicistico. In un celebre discorso del 1951 all’Assemblea del Consiglio d’Europa, Alcide De Gasperi avvertiva: “se noi costruiremo soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica superiore […], noi rischieremo che questa attività europea appaia, a confronto dell’attività nazionale, particolare, senza calore, senza vita ideale, potrebbe anche apparire a un certo momento una sovrastruttura superflua e forse anche oppressiva”.

Difesa comune come fondamento dell’identità europea

Proprio questa considerazione motivava allora la scelta di mettere al centro del processo d’integrazione elementi fondamentali come la difesa. In quello stesso discorso De Gasperi ricordava che “le forze armate sono anche un corpo morale tra i più elevati delle Nazioni, la scuola delle più alte virtù militari e civili”. Per De Gasperi “occorre fare qualche cosa che presenti attrattive per la gioventù europea”, ed in questa prospettiva l’unità delle forze militari era vista dallo statista trentino come lo strumento giusto per costruire “una mentalità europea di massa e non solo una convinzione di pochi uomini d’avanguardia”.

Le sfide di oggi ripropongono l’urgenza di una dimensione europea della difesa. E qui possiamo ricordare le attualissime parole di nuovo di Luigi Einaudi alla vigilia della mancata ratifica della CED da parte dall’Assemblea nazionale francese: “gli Stati esistenti sono polvere senza sostanza. Nessuno di essi è in grado di sostenere il costo di una difesa autonoma. Solo l’unione può farli durare. Il problema non è tra l’indipendenza e l’unione: è tra l’esistere uniti e lo scomparire”. Allora Einaudi ricordava l’esperienza della storia italiana, “l’esitazione e le discordie degli Stati della penisola della fine del ‘400 costarono agli italiani la perdita dell’indipendenza lungo tre secoli.” Ed è stata anche la consapevolezza di questa storia di umiliazione nazionale ad ispirare l’europeismo delle classi dirigenti dell’Italia repubblicana.

La Commissione europea ha promosso una complessa strategia “per garantire la prontezza della difesa e il mantenimento della pace”. Ma inevitabilmente, anche per i limiti dei trattati, gli sforzi congiunti a livello europeo sono innanzitutto volti a costruire una dimensione europea dell’industria della difesa. Per garantire questa prontezza serve però anche un complessivo rafforzamento degli organici delle forze armate. Un tema sul quale i grandi Paesi europei, che da tempo hanno abbandonato la leva obbligatoria, stanno ragionando.

Il ritorno della leva in Europa: Germania, Francia e i paesi nordici

A dicembre il governo tedesco ha approvato un nuovo modello di reclutamento militare. Da quest’anno tutti i diciottenni riceveranno un questionario per valutare la loro disponibilità a prestare il servizio militare e, dal 2027, saranno sottoposti a una visita medica. Ciò consentirà di creare un database delle persone che potrebbero essere mobilitate in caso di necessità.

Il mese precedente il Presidente Macron ha proposto dieci mesi di servizio militare volontario retribuito per i giovani dai 18 ai 25 anni, a partire dal 2026 (il servizio di leva è stato abolito in Francia nel 1997).

La Finlandia e la Norvegia hanno il servizio militare obbligatorio invece da decenni. Tutti i finlandesi vengono chiamati alle armi a 18 anni e ci si aspetta che contribuiscano alla difesa collettiva del paese. Nel 2018, nell’ambito della sua strategia di “difesa totale”, la Svezia ha reintrodotto un sistema in base al quale tutti gli uomini e le donne devono registrarsi all’età di 18 anni. Le forze armate ne arruolano una piccola parte per un periodo di servizio militare di 11 mesi.

Dal 1° gennaio 2005 l’Italia ha sospeso il servizio di leva (senza però abolirlo perché previsto in Costituzione). Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha dichiarato l’intenzione di presentare al Parlamento un disegno di legge per reintrodurre una forma di servizio militare, seppur su base volontaria, anche per colmare la carenza di personale delle forze armate.

Verso una leva europea

Ora che si è aperto il dibattito nei principali Paesi europei sulla opportunità di reintrodurre forme di servizio di leva, perché non pensare a un servizio di leva coordinato a livello europeo? Già oggi esistono forme di scambio tra ufficiali delle diverse forze armate: una sorta di Erasmus della difesa. Ma si potrebbe andare oltre prevedendo che i giovani di leva, inquadrati in contingenti nazionali, vengano destinati a formare corpi più ampi, multinazionali (vestendo divise comuni che affianchino alla bandiera nazionale quella con le dodici stelle emblema più di ogni altro di una storia di pace e di superamento dei conflitti). La leva – nei Paesi ove è presente – è uno strumento politico e sociale di coesione nazionale e democratica. Potrebbe diventare dunque questa leva ‘europea’, lo strumento per costruire quel senso di appartenenza legato alla difesa comune. Un primo embrione di un esercito di pace dunque che, unendo giovani di nazioni che per secoli si sono combattute, sia la testimonianza visibile della coesione europea e in prospettiva uno strumento di deterrenza.

Un obiettivo certo ambizioso, di cui non si può nascondere la difficoltà di attuazione; ma il fatto che i principali Paesi europei stiano proprio ora ragionando sulla reintroduzione della leva, renderebbe sicuramente meno difficile, se ve ne fosse una chiara volontà politica, ragionare su una prospettiva anche europea.

Potrebbe essere un passo verso la costruzione visibile di una vera autonomia strategica, che si produce non dall’alto ma dalla esperienza concreta dei giovani europei.

L’Italia come leader della difesa europea: stabilità politica e visione strategica

Con la scelta di dare il via al trattato per il Mercosur, il governo italiano il 9 gennaio 2026 ha mostrato di saper contribuire in modo decisivo a un atto di grande valore geopolitico, che rafforza il ruolo dell’Unione nel mondo. Lo ha potuto fare grazie alla stabilità e alla forza politica che gli hanno permesso di superare le pur legittime resistenze di alcuni settori produttivi nazionali. Macron, che ha fatto dell’impegno per l’autonomia strategica dell’Europa la cifra della sua presidenza, per l’estrema debolezza sua e del suo governo all’interno del paese non ha potuto compiere una scelta pure sostanzialmente coerente con l’obiettivo di un’Europa più forte in un settore così importante come quello delle relazioni commerciali.

Nella strategia nazionale di sicurezza americana si legge: “The Trump Administration finds itself at odds with European officials who hold unrealistic expectations for the war perched in unstable minority governments”. Certo, è un passaggio durissimo, tanto più perché riferito all’atteggiamento europeo sul conflitto in Ucraina; dove anche da ultimo i leader dei maggiori paesi europei hanno mostrato invece di saper tenere una posizione sostanzialmente coesa. Un passaggio tanto più duro quello della strategia USA e per certi versi aggressivo, poiché si arriva a dire che molti di questi governi europei “trample on basic principles of democracy to suppress opposition”.

Ma provando ad andare oltre un atteggiamento di semplice polemica, il cuore di questo passaggio del documento statunitense mostra paradossalmente una prospettiva: la possibilità per il governo più stabile di uno dei grandi Stati europei di farsi promotore di soluzioni più coraggiose e lungimiranti nel processo di costruzione di una vera difesa europea. Sarebbe una scelta perfettamente coerente, con la tradizione italiana, nel segno della lezione di Alcide De Gasperi, che ha guidato il governo italiano per un’intera legislatura, la legislatura che pose le basi dello straordinario progresso economico e sociale dell’Italia repubblicana.

Luigi Gianniti è Luiss School of Government Senior Fellow

Luigi Gianniti

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