Gli accordi di pace di Dayton (DPA), che hanno posto fine alla guerra trent’anni fa, hanno istituito la Bosnia-Erzegovina (BiH) come Stato composto da due entità (Federazione di BiH – FBiH e Republika Srpska – RS), lasciando però deliberatamente aperti molti elementi fondamentali della statualità per garantire un compromesso politico che, ancora oggi, è ben lungi dall’essere raggiunto. La questione irrisolta della proprietà demaniale rappresenta una delle sfide più radicali per la statualità e la sovranità del Paese nel dopoguerra.
La BiH presenta tuttora i tratti di uno Stato incompiuto: benché sia pienamente riconosciuta sul piano internazionale, la sua sovranità interna resta controversa per l’assenza di una chiara titolarità statale sui beni pubblici. Questo vuoto normativo permette agli attori sub-statali di esercitare un controllo di fatto su elementi della sovranità, minando la coesione dello Stato e la sua capacità di funzionare come entità giuridica e politica unitaria. Lo status irrisolto della proprietà demaniale limita inoltre la capacità della BiH di dare attuazione agli accordi internazionali, tutelare l’integrità territoriale e rispettare gli impegni legati all’integrazione nell’UE e alla cooperazione finanziaria internazionale, ragion per cui gli attori internazionali lo individuano costantemente come nodo cruciale irrisolto della governance post-bellica.
Centinaia di progetti di sviluppo per un valore superiore a 15 miliardi di euro sono stati ripetutamente rinviati perché l’incertezza sulla titolarità dei beni complica l’utilizzo del suolo, le espropriazioni e il coordinamento tra livello statale e livello delle entità, problema esplicitamente riconosciuto nei documenti ufficiali del governo.
Il gasdotto Southern Interconnection, sostenuto dagli Stati Uniti e considerato parte integrante della più ampia strategia di Washington per ridurre la dipendenza energetica dei Balcani dalla Russia, è divenuto uno degli esempi più evidenti di come questo vuoto normativo ostacoli le infrastrutture strategiche. Pur esistendo ulteriori ostacoli per questo progetto – come la necessità di modificare la legislazione a livello di entità nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina, garantire un accordo intergovernativo con la Croazia per il collegamento al terminale GNL di Krk e coordinare le decisioni all’interno delle istituzioni statali – questi problemi sono secondari rispetto all’incertezza di fondo sulla titolarità e sulle competenze dello Stato.
L’amministrazione statunitense ha recentemente deciso di assumere un ruolo di primo piano e di investire nel progetto, superando i condizionamenti politici interni imposti negli ultimi anni dai leader politici serbi e croati. Il leader serbo Milorad Dodik (SNSD) e i suoi alleati della RS nelle istituzioni statali hanno usato il progetto come strumento di pressione in negoziati energetici e politici più ampi, subordinando il loro appoggio alla realizzazione di un nuovo gasdotto “orientale” collegato alle forniture russe e contestando la competenza dello Stato a decidere sulla proprietà demaniale necessaria per l’attuazione del progetto. Resta da vedere, tuttavia, se e in che misura i leader politici serbi continueranno a opporsi ai chiari interessi commerciali ed energetici degli Stati Uniti, soprattutto dopo che questi ultimi hanno revocato le sanzioni contro Dodik e altre persone fisiche e giuridiche a lui legate.
Lo storico alleato di Dodik e leader croato Dragan Čović (HDZ BiH) ha anch’egli condizionato il progetto del gasdotto tentando di inserire la politica del gas del Paese in logiche etniche, prima che tali tentativi venissero bloccati dall’intervento degli Stati Uniti alla fine del 2024. Sia Dodik che Čović sono sostenuti rispettivamente dai Paesi confinanti Serbia e Croazia, che affrontano la questione dello status della proprietà demaniale in Bosnia-Erzegovina da posizioni distinte ma strategicamente motivate, riflettendo i loro più ampi interessi regionali.
Il forte impegno degli Stati Uniti, combinato con gli obiettivi più ampi dell’UE in materia di sicurezza energetica, accresce la pressione sugli attori nazionali e riduce i margini di manovra per blocchi politici prolungati, lasciando intendere che il progetto del gasdotto meridionale potrebbe alla fine andare avanti nonostante le resistenze interne, a patto che venga affrontata la questione della proprietà demaniale.
Tuttavia, l’impegno degli Stati Uniti potrebbe portare a una soluzione provvisoria piuttosto che a una legge organica sulla proprietà demaniale, lasciando la questione non completamente risolta. Benché al momento non sia chiaro se la nuova soluzione sarà adottata dai legislatori statali o imposta dall’OHR, le recenti relazioni dell’Alto Rappresentante fanno pensare soltanto a un allentamento del divieto di cessione della proprietà demaniale per consentire investimenti e grandi progetti infrastrutturali.
Ben lungi dall’essere una questione meramente tecnico-giuridica, la proprietà demaniale – che comprende terreni pubblici, risorse naturali, infrastrutture e strutture strategiche – costituisce il fondamento materiale attraverso cui lo Stato dovrebbe esercitare la propria autorità sul territorio e adempiere alle proprie funzioni costituzionali e internazionali. La questione rappresenta ancora uno degli obiettivi e delle condizioni per il completamento della supervisione internazionale in Bosnia-Erzegovina e la chiusura dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR), che funge da quadro centrale per la risoluzione delle controversie secondo il DPA.
Il controllo sui beni pubblici essenziali è diventato un punto centrale dello scontro politico e un terreno di battaglia per le controversie irrisolte sulla sovranità e sulla natura dello Stato. Negli ultimi due decenni, il parlamento dell’entità RS ha ripetutamente e unilateralmente adottato leggi nell’ambito di un più ampio tentativo politico volto a trasferire il controllo sulla proprietà demaniale all’entità RS, nonostante l’assenza di una legge a livello statale che risolvesse la questione.
In una serie di sentenze storiche a partire dal 2012, la Corte costituzionale della Bosnia-Erzegovina ha costantemente stabilito che la RS non ha la competenza costituzionale per legiferare in materia di proprietà demaniale. La Corte ha continuato a ribadire la validità del divieto del 2005 dell’OHR sulla cessione dei beni demaniali e ha fissato un chiaro principio giuridico secondo cui le entità non possono rivendicare, gestire o cedere unilateralmente i beni demaniali finché la questione non sarà risolta attraverso una legge adottata dall’Assemblea parlamentare della Bosnia-Erzegovina.
La perdurante mancata adozione della legislazione a livello statale riflette le profonde divisioni politiche e la più ampia situazione di stallo sulla questione irrisolta dei beni demaniali, che sia le sentenze della Corte costituzionale che gli attori internazionali hanno ripetutamente segnalato come ostacolo critico agli investimenti e alla riforma della governance.

