Nella serata di lunedì 19 gennaio, dopo settimane di discussioni con le forze parlamentari, il Primo Ministro francese, Sébastian Lecornu, ha annunciato l’intenzione di impiegare l’articolo 49.3 della Costituzione al fine di far entrare in vigore la legge di bilancio 2026.
Il ricorso a tale norma — che Lecornu, nei mesi passati, aveva escluso — permette al Governo di “saltare” il voto del ramo legislativo e, al contempo, conferisce la facoltà al Parlamento di votare una mozione di censura nei confronti dell’esecutivo; mozione di censura che, prontamente, è stata presentata da parte de La France Insoumise (LFI) e del Rassemblement Nationale (RN). A differenza di quanto accaduto con il governo di Michel Barnier — sfiduciato nel 2024 proprio in seguito all’impiego dell’articolo 49.3 —, l’esecutivo guidato da Lecornu è però riuscito a “sopravvivere” alle mozioni di LFI e RN, visto che i socialisti non hanno sostenuto l’azione intrapresa dalle altre forze di opposizione.
Questo indiretto supporto fornito dal Partie Socialiste (PS) all’esecutivo non è sorprendente ed è frutto di una serie di provvedimenti adottati dal Governo di Lecornu nelle ultime settimane/mesi. Concessioni che evitano l’ennesimo cambio di inquilino a Matignon ma che, è ragionevole affermare, non aiutano a correggere la (pericolosa) rotta di navigazione seguita dall’economia francese.
La legge di bilancio messa a punto dall’esecutivo di Parigi va incontro a diverse “bandiere” del Partito Socialista. Fra esse, rientrano la scelta di portare a 1 euro il costo dei pasti per tutti gli studenti, quella di creare posti di lavoro aggiuntivi all’interno del sistema scolastico e aumentare gli investimenti nell’edilizia sociale.
Altri provvedimenti apprezzati dal PS sono l’indicizzazione delle aliquote fiscali all’inflazione — misura che evita il formarsi del, cosiddetto, fiscal drag —, un incremento delle risorse destinate ai lavoratori a basso reddito e il mantenimento dell’attuale detrazione sull’imposta sul reddito dei pensionati. Sul versante delle entrate, sempre nel tentativo di blandire i progressisti, l’esecutivo ha posto l’attenzione in particolare sul mondo aziendale, prevedendo, per esempio, il rinnovo dell’extra-tassazione sugli utili delle grandi imprese e il ridimensionamento di alcune riduzioni di imposta precedentemente annunciate — scelte che, non sorprendentemente, hanno suscitato reazioni contrariate da parte dei rappresentanti delle imprese.
A queste concessioni fatte da Lecornu al Partito Socialista, se ne va però ad aggiungere anche un’altra di qualche mese fa (quella forse più importante): la sospensione della riforma delle pensioni adottata dal governo Borne nel 2023. La piena entrata in vigore di tale provvedimento — che porta a un impopolare (ma inevitabile) slittamento dell’età richiesta per entrare in quiescenza — è stata infatti rinviata dall’attuale esecutivo al gennaio 2028, dopo quindi che si saranno tenute le prossime elezioni presidenziali.
Il compromesso raggiunto sulla legge di bilancio dovrebbe portare nel 2026 ad una contenuta riduzione del rapporto deficit/Pil, che rimarrebbe fra i più elevati all’interno dell’Eurozona. Stando alle previsioni del governo, il disavanzo dovrebbe infatti passare dal 5,5-5,4% del 2025 al 5% di quest’anno; un valore ben distante dal 3% fissato con il Trattato di Maastricht e superiore anche al 4,7% prospettato solo alcuni mesi fa dal governo alla Commissione Europea. Il rapporto debito/Pil è previsto invece in crescita, dal 117,7% (registrato nel terzo trimestre 2025) al 118,2% — numero quasi doppio rispetto al 60% stabilito dalle norme euro-unitarie e ben maggiore del 98% rilevato sul finire del 2019 (anno precedente allo scoppio della pandemia da Covid-19).
A fronte di questa politica fiscale espansiva, la crescita del Pil dovrebbe però risultare limitata, rimanendo secondo varie stime intorno all’1% (valore inferiore a quello della media europea). Questi dati evidenziano una condizione macroeconomica complessa che, inevitabilmente, si riflette sulla percezione di rischiosità correlata ai titoli di debito pubblico francesi. In tal senso, negli ultimi mesi, alcune agenzie di rating hanno proceduto con il downgrade delle finanze di Parigi e lo spread OAT-Bund è arrivato su valori affini a quello dei titoli di Stato italiani.
In questo complicato contesto, in valori assoluti, i tassi di interesse sul debito francese rimangono tuttavia bassi. Ciò è dovuto in larga parte all’attuale situazione economica dell’Eurozona (contraddista da un’inflazione contenuta) e alla diffusa convinzione che la Banca Centrale Europea, in caso di tensioni sui mercati, potrebbe intervenire al fine di contenere un aumento dei tassi sui titoli di Stato.
Ciononostante, convincersi che tale situazione non presenti rischi sarebbe errato. Invero, il Transmission Protection Instrument — strumento che permette alla BCE di agire come prestatore di ultima istanza verso un Paese membro — può essere attivato solo in caso di rispetto da parte della Nazione interessata del quadro di governance economica euro-unitario: rispetto che, stando alla condizione macroeconomica e politica francese, non va in questo scenario dato per scontato.
Per riuscire a ri-orientare la traiettoria delle finanze pubbliche francesi — e ad adottare le misure impopolari necessarie a perseguire questo fine — sarebbe necessario per la Francia avere un governo stabile. Tuttavia, da quando si è tornati alle urne per le elezioni legislative, nel 2024, l’assemblea nazionale è spaccata in tre poli dal peso affine che dimostrano una scarsa propensione al dialogo e all’assunzione di comuni responsabilità.
In particolare, le due ali più estreme del parlamento, La France Insoumise e il Rassemblement Nationale, sembrano da tempo unicamente orientate alle prossime elezioni presidenziali e si limitano a portare avanti la propria partigiana agenda politica. Inevitabile conseguenza di ciò è la formazione di fragili governi di minoranza a guida centrista che, per riuscire a sopravvivere, devono periodicamente fare concessioni a Repubblicani e Socialisti.
In questo scenario, non sorprendentemente, il debito continua a crescere e i partiti politici si ostinano a ballare quello che Francois Bayrou, ex primo ministro, ha definito un «fatale tango» che spinge la Francia sempre più verso «l’orlo del precipizio». Un precipizio che, nei mesi a venire, si farà probabilmente ancor più vicino, dato che, in vista delle elezioni presidenziali del 2027, i partiti politici presenti in Parlamento saranno quasi certamente tentati dall’avanzare ulteriori richieste di spesa mirate ad accrescere il proprio consenso elettorale.
Da quando, nel 2024, l’Assemblée Nationale ha assunto questa frammentata configurazione, sono andate moltiplicandosi le richieste di convocare delle elezioni presidenziali anticipate — fra le ultime, quella dell’ex primo ministro Edouard Philippe, alleato di Macron che mira apertamente alla sua successione. L’inquilino dell’Eliseo, il cui consenso personale è progressivamente sprofondando, ha finora tirato dritto, vuoi per ragioni personali (per Macron non è possibile candidarsi per un terzo mandato consecutivo), vuoi per la speranza di riuscire a invertire un trend elettorale che, stando ai sondaggi, ha portato il Rassemblement National a superare il 30% dei consensi.
In questo complicato contesto economico, l’uscita di scena del politico di Amiens non è però più rinviabile; solo con essa, infatti, la Francia può provare a superare questo impasse, attribuendo a una nuova figura politica — sostenuta da un solido consenso parlamentare — l’onere di guidare il Paese fuori da acque tempestose.
E una volta indette le nuove elezioni presidenziali, per evitare l’ascesa al potere del Rassemblement National o de La France Insoumise, le forze moderate – Les Républicains e i partiti centristi – dovrebbero convergere su un unico candidato (ad esempio, lo stesso Philippe) fin dal primo turno, replicando un’unità che, negli ultimi anni di attività parlamentare, si è già più volte manifestata nella pratica; non facendo ciò, il rischio di assistere a un ballottaggio fra Bardella (o Le Pen) e Mélenchon si farebbe molto concreto.
Navigare a vista, cercando estemporanei compromessi al ribasso, non fa altro che aggravare la complessa situazione delle finanze francesi e gonfiare il consenso (e le possibilità di giungere all’Eliseo) di quelle forze populiste che si cerca di mantenere distanti dal potere.
Ricercatore nel programma “Multilateralismo e governance globale” dell’Istituto Affari Internazionali. La sua attività di ricerca ha primariamente riguardato il quadro di governance economica dell’Unione Europea, il tema delle criptovalute e quello delle monete digitali delle banche centrali.






