Solo il Congresso può arginare Trump

Il Minnesota si è imposto come epicentro di una crisi che va ben oltre i confini dello stato e che riguarda direttamente gli equilibri costituzionali degli Stati Uniti. Nel giro di due settimane, due cittadini americani – Renée Good e Alex Pretti – sono stati uccisi da membri federali dell’Agenzia per le Dogane e l’Immigrazione, l’ormai famigerata Ice (Immigration and Customs Enforcement). In entrambi i casi, video divenuti virali hanno smentito la versione iniziale dell’Amministrazione, secondo cui gli agenti avrebbero agito per legittima difesa. La risposta della Casa Bianca è stata di difesa a spada tratta di Ice e attacco frontale a oppositori politici e critici. Trump non farà quindi marcia indietro, ma il Congresso può arginarlo.

L’unica difesa è l’attacco

Dopo l’uccisione di Pretti, Trump ha dichiarato al Wall Street Journal che avrebbe “esaminato attentamente” la situazione. Ma più significativi di queste parole di cautela sono stati, ancora una volta, gli strali via social contro il governatore (Democratico) del Minnesota Tim Walz, il sindaco di Minneapolis Jacob Frey (pure Dem) e più in generale contro tutti i Democratici, indicati come responsabili del caos e della violenza per aver ostacolato i rastrellamenti di Ice. È una reazione coerente con lo stile politico del presidente, che non ammette mai responsabilità proprie e individua sistematicamente negli avversari il capro espiatorio di ogni crisi. Tuttavia, ridurre quanto accade in Minnesota a una polemica partigiana sarebbe un errore: ciò che emerge è qualcosa di più profondo e inquietante.

Sotto la guida politica della Casa Bianca e, in particolare, del vicecapo di gabinetto Stephen Miller, Ice si è trasformata di fatto in una milizia presidenziale con tratti para-militari: agenti a volto coperto e privi di insegne identificative, pretese di giurisdizione praticamente illimitata, scarsa o nulla cooperazione con le autorità locali e un senso di impunità rafforzato da una retorica ufficiale che parla apertamente di immunità.

Le dichiarazioni di Miller, che ha associato le proteste anti-Ice a “terrorismo” e “insurrezione”, sostenuto che qualunque ostacolo all’operato dell’agenzia debba essere considerato un reato e preteso che Ice goda di immunità, sono rivelatrici di questa visione. Il bilancio monstre di 75 miliardi di dollari assegnato a Ice dal Big Beautiful Bill Act approvato dai Repubblicani a luglio – una cifra grosso modo pari al bilancio della difesa di un Paese come la Francia – dà la misura delle ambizioni dell’Amministrazione.

In questo quadro, l’idea che Trump possa accettare indagini che mettano realmente in discussione l’operato di Ice non è credibile. La militarizzazione del contrasto all’immigrazione non è soltanto una bandiera ideologica per galvanizzare la base elettorale di destra. È diventata uno strumento centrale di una più ampia campagna politica contro gli stati e le municipalità a guida democratica e, al tempo stesso, un mezzo di accentramento dell’autorità presidenziale.

Non a caso la mancata collaborazione con Ice è il pretesto usato da Trump per schierare – o promettere di farlo – la Guardia Nazionale in città democratiche come Los Angeles, Portland, Chicago e Minneapolis e sospendere trasferimenti federali per miliardi di dollari a quattordici stati governati dai Democratici (l’unica eccezione è il Vermont, dove il governatore è Repubblicano ma i Democratici hanno un’ampia maggioranza parlamentare).

I blocchi temporanei imposti dai tribunali ad alcune di queste misure non saranno sufficienti ad allentare la pressione dell’esecutivo. I casi Good e Pretti, così come il rifiuto del Dipartimento di Giustizia di indagare sugli agenti coinvolti e la scelta di rivolgere invece l’attenzione investigativa contro le vittime, i loro familiari e le autorità locali, confermano che l’Amministrazione non ha alcun interesse a porre limiti all’azione di Ice. L’eventualità che il presidente, come ha più volte dichiarato, possa invocare l’Insurrection Act del 1807 e schierare truppe federali per sedare “rivolte” o “insurrezioni” è tutt’altro che remota.

Diga bipartisan o cedimento partigiano

La strada per arginare questa deriva passa per il Congresso. Democratici e Repubblicani alla Camera avevano faticosamente raggiunto un’intesa per rifinanziare il governo federale per il 2026 ed evitare un nuovo shutdown dopo quello lunghissimo dell’autunno scorso. Ma al Senato i Democratici hanno bloccato l’approvazione del bilancio in assenza di cambiamenti sostanziali al sistema di regole che disciplina l’operato di Ice. È una mossa rischiosa, ma politicamente e istituzionalmente coerente con la posta in gioco.

Le riforme devono ricondurre Ice entro normali standard democratici: agenti a volto scoperto e con segni di riconoscimento visibili; uso sistematico di videocamere operative (dashcam) per documentare la condotta degli agenti; obbligo di comunicare le ragioni del fermo e dell’arresto; divieto di metodi inutilmente brutali e, anzi, obbligo di evitare escalation; cooperazione con le autorità locali. Necessaria è anche una revisione profonda delle prassi di assunzione, addestramento e schieramento degli agenti. Molte delle violenze documentate sembrano infatti derivare da impreparazione e incompetenza, oltre che da un clima politico che incoraggia l’uso della violenza. A ciò devono accompagnarsi inchieste indipendenti sui casi Good e Pretti, con il coinvolgimento dell’Fbi in collaborazione con le autorità di Minneapolis.

I Democratici, da soli, possono forzare un nuovo shutdown. Ma per approvare riforme incisive è necessario il sostegno di almeno una parte di Repubblicani, la cui maggioranza è risicata alla Camera (218 a 213) e solo un po’ più ampia al Senato (53 a 47). Finora il Partito Repubblicano al Congresso è stato largamente supino di fronte alle prevaricazioni dell’Amministrazione. Tuttavia, una serie di fattori può incrinarne la compatta subordinazione al presidente: le sconfitte elettorali di fine 2025 a New York, Miami, Virginia e New Jersey; lo scontro di Trump col presidente della Fed Jay Powell; la crescente insofferenza della popolazione per l’elevato costo della vita; i metodi arbitrari e brutali di Ice e la retorica iper-aggressiva di figure come Miller; il limitato entusiasmo per una politica estera interventista; e, sullo sfondo, il sopito, ma mai del tutto superato, caso Epstein.

Un treno chiamato ultima occasione

La crisi in Minnesota offre ai Repubblicani un’occasione rara. Possono scegliere di continuare a sostenere senza riserve le prevaricazioni presidenziali, assumendosene la responsabilità politica, oppure possono usare il Congresso per ristabilire gli equilibri costituzionali, rilanciare le proprie chance in vista delle elezioni di mid-term – dove i Democratici sono largamente favoriti alla Camera e hanno qualche possibilità anche al Senato – e recuperare, almeno in parte, le loro credenziali democratiche.

I prossimi giorni saranno decisivi. In gioco non c’è solo il rifinanziamento del governo federale o il destino di Ice, ma l’equilibrio tra Amministrazione e Congresso, tra il presidente e il suo partito, tra l’argine democratico e una deriva illiberale sempre meno dissimulata negli Stati Uniti. In questo passaggio, solo il Congresso può davvero arginare Trump.

Coordinatore delle ricerche e responsabile del programma Attori globali dell’Istituto Affari Internazionali. I suoi interessi di ricerca si concentrano sulle relazioni transatlantiche, in particolare sulle politiche di Stati Uniti ed Europa nel vicinato europeo. Di recente ha pubblicato un libro sul ruolo dell’Europa nella crisi nucleare iraniana,“Europe and Iran’s Nuclear Crisis. Lead Groups and EU Foreign Policy-Making” (Palgrave Macmillan, 2018).

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