Imparare dal Sud: perché l’UE dovrebbe guardare al Brasile per costruire la propria autonomia strategica

Il crollo dell’ordine liberale internazionale non è più un’ipotesi accademica. È la realtà con cui l’Unione Europea si confronta quotidianamente, tra il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la guerra in Ucraina, e la fine di quella rassicurante architettura multilaterale che per decenni aveva garantito stabilità e prevedibilità alle relazioni internazionali. In questo contesto, Ursula von der Leyen ha fatto dell’autonomia strategica il mantra della Commissione europea. Eppure, la scuola latinoamericana delle Relazioni Internazionali aveva già sviluppato il concetto di autonomia durante la Guerra Fredda, con il preciso intento di distanziarsi da Washington. La differenza principale è che l’autonomia latinoamericana, in particolare quella del Brasile, mira a costruire una politica estera proattiva e non reattiva. Non si può affermare lo stesso per l’attuale strategia europea.

Due autonomie a confronto

L’autonomia strategica europea, così come viene praticata da Bruxelles, è essenzialmente una risposta difensiva. Ridurre la dipendenza energetica dalla Russia, ricalibrare il rapporto con Washington, proteggere le catene di approvvigionamento tecnologico dalla penetrazione cinese. Sono obiettivi legittimi, urgenti, ma reattivi. L’Europa si muove in risposta agli shock esterni, non in anticipo rispetto ad essi.

Il Brasile ha fatto qualcosa di strutturalmente diverso. Fin dagli anni Settanta, la scuola di relazioni internazionali brasiliana — quella che ha prodotto pensatori come Hélio Jaguaribe e ha ispirato generazioni di diplomatici dell’Itamaraty — ha elaborato una dottrina di autonomia radicata nella realtà periferica del paese. Non un’autonomia di difesa, ma di diversificazione. Non una risposta alla crisi, ma una strategia di lungo periodo per ridurre la dipendenza da qualsiasi singolo partner, che fosse Washington, Mosca o Pechino.

Con Lula, questa tradizione è diventata una prassi diplomatica sistematica. La strategia dell’autonomia attraverso la diversificazione, teorizzata da Vigevani e Cepaluni, ha trasformato il Brasile in un attore globale capace di ospitare il G20, il vertice BRICS e la COP30 nello stesso triennio, mantenendo al tempo stesso relazioni commerciali solide con l’UE, una posizione di neutralità sul conflitto ucraino, e una presenza crescente in Africa e Medio Oriente.

Il malinteso europeo

Il problema è che Bruxelles fatica a interpretare correttamente questo comportamento. Quando il Brasile si astiene alle Nazioni Unite sulle risoluzioni relative all’invasione russa dell’Ucraina, i funzionari europei interpretano ciò come inaffidabilità geopolitica o, peggio, come una forma di complicità con Mosca. Quando Lula approfondisce i legami con la Cina nell’ambito dei BRICS, l’UE vi legge una minaccia ai propri interessi strategici. Eppure, i dati commerciali raccontano una storia diversa. Nel 2024, l’Unione Europea ha ricevuto oltre 45 miliardi di euro di esportazioni brasiliane, posizionandosi come secondo partner commerciale del paese dopo la Cina. La Russia, invece, ha ricevuto appena 4 miliardi di esportazioni brasiliane. Il Brasile non sta scegliendo Mosca contro Bruxelles. Sta praticando esattamente quella diversificazione che l’Europa predica, ma stenta ad accettarla nei confronti dei propri partner del Sud Globale.

La questione ucraina è emblematica. Nonostante le pressioni europee, Lula ha mantenuto una posizione di neutralità nel conflitto, chiedendo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di ospitare negoziati diretti tra Russia e Ucraina. Chiedere a Brasília di abbandonare questa postura equivale a chiederle di rinunciare alla propria autonomia multipolare. Non funzionerà mai, e continuare a insistere su questa strada produce solo distanza politica.

La trappola normativa

C’è un secondo elemento che incrina il rapporto tra UE e Brasile: quella che alcuni studiosi chiamano la trappola normativa europea. L’Unione ha una tendenza strutturale a esportare i propri standard regolatori ai partner, presentandoli come condizioni per la cooperazione. Il regolamento europeo sulla deforestazione ne è l’esempio più recente. Nato con l’obiettivo lodevole di impedire l’importazione di prodotti legati alla deforestazione, il regolamento ha colpito duramente alcune delle principali esportazioni brasiliane: soia, manzo, caffè, cacao, legno. La reazione dell’agrobusiness brasiliano è stata violenta, alimentata da una campagna di disinformazione che ha accusato l’Europa di ipocrisia. Ma, al netto delle strumentalizzazioni politiche, il problema reale rimane: l’UE ha imposto i propri standard senza un adeguato coinvolgimento del partner, riproducendo esattamente quella dinamica centro-periferia che la diplomazia brasiliana ha speso decenni a contestare.

Questo approccio non è solo diplomaticamente controproducente. È analiticamente scorretto. Il Brasile di Lula III non è la periferia normativa che l’Europa tende a vedere. È una potenza media che ospita la più grande foresta tropicale del pianeta, guida la transizione energetica dell’emisfero sud, e ha tutto il diritto — e la capacità — di negoziare da pari a pari.

Cosa dovrebbe fare l’Europa

L’accordo UE-Mercosur, la cui applicazione provvisoria è stata annunciata da von der Leyen nel febbraio 2026, è un passo nella giusta direzione. Ma rischierebbe di diventare una vittoria di Pirro se non fosse accompagnata da un cambiamento di paradigma più profondo nel modo in cui Bruxelles concepisce il rapporto con Brasília.

Tre indicazioni concrete. Prima: separare il dossier ucraino dal partenariato economico con il Brasile. Condizionare la cooperazione transregionale all’allineamento politico su un conflitto europeo è una richiesta che il Brasile non potrà mai accettare senza tradire la propria dottrina di autonomia. Seconda: investire nelle aree di genuino interesse reciproco — energia verde, industria aerospaziale, sicurezza alimentare — senza condizionalità che Brasília interpreta come violazioni della sovranità. Terza, e più ambiziosa: trattare l’esperienza brasiliana con la multipolarità come fonte di apprendimento per la politica estera europea.

L’Europa sta scoprendo adesso, con ritardo e con un certo disorientamento, che il mondo multipolare richiede diversificazione, pragmatismo e una tolleranza per l’ambiguità strategica che non rientra nella sua tradizione normativa. Il Brasile lo sa da cinquant’anni.

In un momento in cui l’autonomia strategica europea rischia di restare un esercizio difensivo e reattivo, guardare al Sud non è un gesto di umiltà intellettuale. È una necessità politica.

Ricercatore dottorale presso l'Università di Ghent e UNU-CRIS, specializzato in politica estera del Sud Globale e relazioni internazionali dell’America Latina e i Caraibi. Ha lavorato presso il Servizio Europeo per l'Azione Esterna, presso l'Ambasciata del Messico a Washington D.C. e come Professore presso il Sant'Anna Institute di Sorrento. Ha inoltre svolto il ruolo di assistente alla docenza e alla ricerca apresso la Georgetown University.

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