“We play, you pay”. Torna lo spettro della vecchia regola che agli americani piaceva applicare anni fa agli europei nei Balcani: noi giochiamo e voi pagate. Certo, non era facile immaginare che l’Europa ora sarebbe entrata in gioco pesantemente in Medio Oriente, dopo che il suo ruolo negli ultimi due anni è stato tutt’altro che decisivo: ci hanno frenato divisioni interne ed esitazioni esterne.
In effetti, le tensioni perenni e la lunga guerra a Gaza, innescata dal massacro del 7 ottobre 2023, avrebbero meritato una forte presenza europea sul quadrante mediorientale, che pure continuiamo giustamente a considerare nevralgico e strategico per i nostri interessi. Noi italiani, che veniamo da una tradizione di grande attenzione e interazione con quell’area, siamo i primi a esserne convinti. Ma la realtà è diversa e bisogna farci i conti.
Il Consiglio di Pace di Trump e l’assenza europea
La composizione del Consiglio di Pace (Board of Peace) annunciata dal presidente Donald Trump ci riporta alla realtà senza troppi infingimenti. A presiedere il Board sarà lo stesso Trump mentre nella lista dei membri nominati figura una nutrita rappresentanza di amici e parenti, uomini d’affari, responsabili non di primissimo piano di alcuni Paesi arabi, Tony Blair (unico europeo oltre a un manager cipriota), i presidenti della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, e dell‘Argentina, Javier Milei. Qualche nuovo invito sta arrivando e altre nomine potrebbero seguire nelle prossime settimane. Per ora nella squadra non è stata convocata alcuna personalità politica europea. Più che una dimenticanza, sembra una scelta.
Il ruolo previsto per il Consiglio di Pace non è secondario. Dovrebbe impartire le direttive politiche dell’azione del Comitato tecnico palestinese, incaricato dell’amministrazione provvisoria della Striscia di Gaza e formato da esponenti palestinesi indipendenti. In sostanza, si tratterà di definire le priorità dell’agenda politica della “fase due” delle intese di stabilizzazione di ottobre, per le quali l’amministrazione americana e Trump personalmente si erano molto spesi. Sicché, il mandato è delicato e la sua attuazione non è scontata.
La “fase uno” ancora incompleta
Non lo è innanzitutto perché – contrariamente a intese e aspettative – la “fase uno” del piano di Sharm el-Sheikh non è ancora chiusa: il disarmo di Hamas non è stato completato a causa delle residue resistenze dei suoi responsabili militari. La pressione in questo senso di Paesi arabi e vicini su Hamas evidentemente sinora non è stata sufficiente. Difficoltà derivano anche dalle dure risposte militari israeliane a ogni violazione delle intese, reale o presunta.
In teoria la costituzione del Board potrebbe essere stata concepita come una leva per completare gli adempimenti della “fase uno”, incluso il progressivo ritiro dell’esercito israeliano dalla metà orientale di Gaza. È invece probabile che la formazione del Consiglio di Pace finisca per essere un carro davanti ai buoi, dato che per andare avanti dovrebbe seguire, anziché precedere, la conclusione della “fase uno”, in primis il disarmo di combattenti e di Hamas, tuttora asserragliati nelle rovine di Gaza.
Un progetto ambiguo e dagli esiti incerti
Il gruppo assemblato da Trump è alquanto variegato, tuttavia è identificabile come emanazione diretta del presidente degli Stati Uniti e del suo approccio molto commerciale e poco politico. Da ultimo arriva anche la strabiliante richiesta di una quota di iscrizione al Board, di un miliardo di dollari, per i governi interessati a una partecipazione più lunga al Consiglio.
Funzionerà? I nodi più difficili da sciogliere restano quelli politici non dei fantasiosi sviluppi immobiliari, che sembrano intravedersi dietro alcune designazioni. D’altra parte, oltre all’assenza (sinora) di europei, colpisce il livello, modesto, dell’impegno degli arabi, quasi una presa di distanza dei Paesi del Golfo. Proprio loro dovrebbero essere i garanti della pace a Gaza sul lato palestinese, in un ruolo speculare a quello che gli Usa si sono impegnati a esercitare su Israele per fermare definitivamente le armi.
Il rischio di archiviare gli Accordi di Abramo
Se quello schema fosse archiviato, si diraderebbe anche la prospettiva di rivitalizzare gli Accordi di Abramo, questa volta con un avvio di sistemazione della questione palestinese. Il che purtroppo significherebbe chiudere uno spiraglio di composizione negoziale della guerra infinita e ratificare di fatto la pretesa di Israele – e la tacita acquiescenza dei Paesi arabi – a seppellire una volta per tutte l‘autodeterminazione palestinese. Non sarebbero i presupposti per la giustizia e la stabilità auspicate.
Presidente dell'Istituto Affari Internazionali e presidente del Centro italo-tedesco per il dialogo europeo Villa Vigoni su proposta congiunta dei governi italiano e tedesco. Diplomatico di carriera, ha lavorato alla Direzione degli Affari Economici (1975), all’Ambasciata d’Italia a Brasilia (1978) e all’Ambasciata d’Italia a Bonn (1981). Dal 1984 al 1987 è stato consigliere a Beirut. Nel 1991 è nominato Primo consigliere a Bruxelles, presso la Rappresentanza permanente d’Italia presso l’Unione Europea. Nel 1997 diventa ambasciatore a Sarajevo. Nel 1999 assume la direzione dei Rapporti con il Parlamento e poi del Servizio Stampa alla Farnesina. È Ambasciatore a Brasilia dal 2004, a Berlino dal 2009 e Segretario Generale della Farnesina dal 2012 al 2016.






