2 Dicembre 2022

La democrazia americana naviga verso l’incertezza

Joe Biden si dirige verso una seconda metà del suo mandato da ‘anatra zoppa’, cioè da presidente senza l’appoggio del Congresso. Donald Trump, invece, va verso l’annuncio della sua candidatura alle presidenziali del 2024, nonostante il peso delle inchieste politiche e giudiziarie sul suo operato. Sono questi i possibili scenari che si presenteranno dopo le elezioni di midterm dell’8 novembre negli Stati Uniti.

Per prendere il controllo del Congresso, ai repubblicani basterebbe poco in termini numerici: martedì prossimo, si eleggono tutti i 435 deputati (i democratici ne hanno 220 e i repubblicani 212, con 3 posti vacanti) e 35 dei 100 senatori (sono 50 pari): la maggioranza democratica posa sul voto del presidente del Senato che è il vice-presidente degli Stati Uniti, Kamala Harris. Da rinnovare vi sono ulteriormente 39 governatori, in 36 Stati e 3 territori; contestualmente, si terranno numerose altre elezioni statali, locali e alcuni referendum.

Trump prepara il suo ritorno e progetta di creare difficoltà al presidente Biden e ai democratici. Il magnate ex presidente, al fine di spianare la strada alla propria rielezione, se la prende con il capogruppo al Senato Mitch McConnell, che non lo segue fedelmente: “mettetelo sotto impeachment”, intima Trump ai suoi fedelissimi, anche se non esiste una procedura per farlo. A complicare la situazione, il compito dei repubblicani di porre un tetto alla spesa pubblica. 

Il ‘grido d’allarme’ di Biden

Biden, invece, lancia un grido d’allarme – “è in gioco la democrazia” – e manda un doppio segnale: che l’emergenza democratica dopo la traumatica conclusione della presidenza Trump non è stata superata; e che lui e i democratici avvertono il rischio di una disfatta. Con il Congresso nelle mani dell’opposizione, la seconda metà del suo mandato sarebbe un calvario di mediazioni e concessioni.

Parlando in tv all’America all’ora di massimo ascolto, Biden dice che la democrazia è sotto attacco e che non c’è posto per la violenza politica: l’Unione è “a una svolta”, il voto di metà mandato “preserverà o metterà a rischio la democrazia” e la sicurezza del Paese.

Il presidente denuncia l’elevato numero di candidati repubblicani, circa 200, che rifiutano di accettare il risultato delle elezioni e perpetuano la ‘post verità’ trumpiana delle presidenziali 2020 rubate. Questo nutrito gruppo di repubblicani prepara ricorsi e contestazioni per presunti brogli, puntando a seminare dubbi negli elettori con la scusa di controllare la regolarità delle operazioni di voto.

Le cospirazioni dell’Alt Right e di Elon Musk

Il discorso del presidente prende le mosse dalle cospirazioni infondate messe in giro dai complottisti di estrema destra, che hanno trovato una spalla sconsiderata in Elon Musk, l’imprenditore che mostra di volere trasformare Twitter in uno strumento di cospirazione. L’aggressione subita la scorsa settimana in casa propria da Paul Pelosi (marito della speaker della Camera Nancy Pelosi) ad opera di David DePape, è stata derubricata da Steve Bannon (il guru della campagna di Trump nel 2016) e dai suoi sodali della ‘alt right’ a una vicenda di gelosia gay.

DePape, che ha provocato a Paul Pelosi una frattura al cranio e altre ferite, intenzionato a rapire la speaker che non presente in casa, è accusato di aggressione e tentato rapimento, oltre che di vari altri reati minori.

L’episodio sembra riconducibile al clima d’odio e d’intolleranza della politica statunitense, che resta fortemente polarizzato. La polizia ha escluso che aggredito e aggressore si conoscessero. Ma questo non ha impedito ai complottisti del web di scatenarsi in ricostruzioni fantasiose e congetture per gettare fango su Nancy Pelosi, la terza carica negli Stati Uniti, dopo il presidente e la vice-presidente. Musk ha prontamente rilanciato le loro illazioni, salvo poi cancellare i suoi tweet.

L’incertezza dei sondaggi e delle previsioni

Stando ai sondaggi e a diversi guru della politica, l’incertezza sui rapporti di forza al Senato dopo le elezioni di metà mandato è grande: l’equilibrio di partenza è perfetto e i repubblicani con un seggio in più diventerebbero maggioranza, ma i democratici possono conquistare un seggio in Pennsylvania e forse pure un altro. Invece, la Camera inclina verso i repubblicani, che devono strappare ai democratici cinque seggi e potrebbero farlo grazie a una ridefinizione dei collegi a loro vantaggio, negli Stati da loro governati.

Con il suo discorso, Biden cercava di dare la scossa agli elettori, specie democratici. I repubblicani stanno facendo esattamente l’opposto: calmano il gioco, per ridurre l’affluenza alle urne, specie delle minoranze nera e ispanica (prevalentemente democratiche). Un esempio: dopo la sentenza della Corte Suprema che cancellava la tutela federale al diritto di aborto, molti candidati repubblicani, visto l’impatto del verdetto sull’opinione pubblica, hanno messo in sordina le loro convinzioni anti-abortiste.

Biden è stato duro con chi pensa di non andare a votare la prossima settimana – ma oltre un decimo dei potenziali elettori ha già votato per corrispondenza o nei seggi dell’ ‘early voting’: “Non possiamo più considerare la democrazia garantita… Il futuro del Paese è la posta in palio…”. C’è la possibilità che il rifiuto di riconoscere i risultati delle urne sfoci in episodi di violenza: ci sono repubblicani, come la candidata governatrice dell’Arizona Kari Lake, che sono disposti ad accettare solo la vittoria.

L’appello del presidente viene in un momento in cui la determinazione dei democratici di votare è nettamente più bassa che nel 2018, quando il 44% degli elettori registrati democratici volevano andare alle urne per ‘castigare’ Trump. Adesso solo il 24% vuole farlo per ‘sostenere’ Biden. C’è più entusiasmo fra i repubblicani, specie in quelli che si riconoscono nei candidati ‘trumpiani’, che si sono imposti in gran numero alle primarie: li spinge la possibilità di conquistare la maggioranza alla Camera e la speranza di farcela anche al Senato, dove la partita è più incerta.

Tradizionalmente, le elezioni di medio termine penalizzano il partito al potere. Se il 2022 fosse un’eccezione, sarebbe una sorpresa. 

Foto di copertina EPA/JIM LO SCALZO

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