Quando ancora doveva placarsi il clamore per l’operazione che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro, Donald Trump ha aggiunto un ulteriore tassello al suo progetto di progressivo smantellamento dell’ordine internazionale reiterando l’intenzione di appropriarsi della Groenlandia, senza escludere l’uso della forza militare. La brama dell’inquilino della Casa Bianca per la regione artica non è nuova: dopo un primo tentativo di acquisto nel 2019, Trump aveva ribadito l’interesse strategico per il territorio autonomo del Regno di Danimarca anche nel corso del suo secondo discorso di insediamento di circa un anno fa. Gli ultimi 12 mesi, però, hanno fatto registrare un netto cambio di passo sul piano della retorica nei confronti di quello che, almeno sulla carta, sarebbe un Paese alleato. Un’ostilità sempre più manifesta che non si limita d’altronde al solo Trump: figure chiave dell’Amministrazione Usa, tra le quali il consigliere politico Stephen Miller e il vicepresidente J.D. Vance, rilasciano ormai dichiarazioni sempre più apertamente aggressive se non minacciose. L’incontro del 14 gennaio tra lo stesso Vance, il segretario di Stato Rubio e i ministri degli Esteri danese e groenlandese sembra essere servito a congelare più che a risolvere la situazione, grazie alla decisione di istituire un working group tra le parti per affrontare le principali sfide di sicurezza della regione.
La corsa all’Artico si intensifica
L’importanza della Groenlandia sul fronte strategico rientra ormai nel più ampio quadro della competizione artica, aperta e favorita dai cambiamenti climatici. Lo scioglimento dei ghiacci schiude prospettive inedite in termini di navigazione (con l’apertura di nuove rotte marittime commerciali), sfruttamento delle risorse naturali (le vaste riserve di terre rare fondamentali per la transizione energetica) e confronto militare, soprattutto in un contesto internazionale così frammentato. Ciononostante, l’ossessione di Trump per l’isola appare comunque largamente ingiustificata, soprattutto alla luce delle conseguenze politiche e diplomatiche che questa azione sta causando. Se da un lato le condizioni naturali esistenti e la mancanza di infrastrutture estrattive rendono infatti l’attività mineraria nell’isola estremamente complessa, dall’altro la presenza russa e cinese citata dallo stesso Trump sembra essere in misura non superiore a quanto riscontrato in altri contesti artici. Ad esempio, l’Artico europeo rappresenta un quadrante ben più strategico per Mosca, e le tensioni con la Norvegia e gli altri Paesi Europei andrebbero monitorate attentamente. In ultimo, esiste un trattato risalente al 1951 tra Danimarca e gli Usa (integrato nel 2004 per includere anche la Groenlandia) che consente la creazione di un framework di cooperazione tra le parti in materia di sicurezza e difesa. Pertanto, se il tema centrale è la difesa dell’isola (e in un’accezione più ampia, della regione), vi sarebbero tutti gli strumenti giuridici e diplomatici utili a evitare il ricorso a misure coercitive. Paradossalmente, la dialettica muscolare e minacciosa di Trump appare totalmente controproducente, sia perché sta sottoponendo la tenuta dell’Alleanza Atlantica a uno stress insostenibile, sia perché esprime una logica di espansione territoriale che allontana la stessa popolazione groenlandese da Washington.
L’Europa stretta tra reazione e incertezza
Dopo aver tentato per mesi di accantonare la questione nella speranza di ridimensionare le pretese della Casa Bianca, le nuove pressioni esercitate da Trump sulla Danimarca hanno spinto alcuni tra i principali leader Europei (Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna, Regno Unito e la stessa Danimarca) a siglare una dichiarazione congiunta il 6 gennaio per prendere fermamente posizione e ricondurre la sicurezza artica nell’alveo del contesto Nato. A questa prima iniziativa ha poi fatto seguito la missione Arctic Endurance, comprendente Francia, Germania, Svezia, Norvegia e Paesi Bassi, mentre anche il Regno Unito ha segnalato l’interesse a contribuire con un piccolo contingente militare. L’operazione sembra, almeno nelle intenzioni, mirare a un duplice obiettivo: da un lato manifestare concretamente all’Amministrazione Usa che l’Europa prende seriamente la sicurezza artica e i singoli Paesi sono pronti a dotarsi degli strumenti necessari per affrontare le nuove sfide polari. Dall’altro, la presenza di un contingente militare europeo potrebbe fungere da deterrente nei confronti di un eventuale intervento militare da parte di Washington. Si tratta di una strategia che lascia tuttora aperti numerosi dubbi, sia per la sparuta pattuglia militare sin qui dispiegata (poche decine di soldati, per il momento), sia per la mancanza di un chiaro obiettivo di lungo termine. Il dispiegamento di contingenti militari, anche in un potenziale quadro Nato ancora tutto da definire (nel caso di Arctic Sentry, proposta da Germania e Regno Unito), senza uno scopo ben definito né una tempistica di riferimento, rischia di alimentare ulteriori divisioni tra i Paesi Europei, come sembrano confermare le recenti dichiarazioni del Ministro Crosetto.
Un filo sempre più sottile
La rinomata imprevedibilità di Trump rende arduo tracciare scenari concreti per il futuro. Un’invasione militare sembra allo stato attuale poco probabile, oltre che poco sensata. Un’operazione di questo tipo segnerebbe inevitabilmente la fine dell’Alleanza Atlantica con inevitabili ricadute sugli obiettivi strategici di Washington. L’interesse di Trump per la Groenlandia non sembra però destinato a scemare, considerata la crescente centralità che l’Artico sembra ormai candidato a rivestire nello scacchiere internazionale. La strada maestra che potrebbe seguire la Casa Bianca è dunque quella di un accordo economico o, in alternativa, di operazioni ibride che, facendo leva su incentivi e investimenti economici e campagne di disinformazione per alimentare lo scontento dell’isola verso Copenaghen, puntino a allontanare l’isola dalla Danimarca, avvicinandola all’orbita di Washington de facto, se non de jure.
Al netto dell’utilizzo o meno di strumenti coercitivi, la Groenlandia può rappresentare davvero il test più imprevisto e potenzialmente letale per la solidità di una comunità transatlantica le cui fondamenta sembrano oggi più incerte e scosse che mai.
Ricercatore nel programma “Ue, politica e istituzioni” dell’Istituto Affari Internazionali. I suoi interessi di ricerca includono la Politica estera e di sicurezza dell’Ue, i rapporti tra organizzazioni internazionali nel settore della difesa euro-atlantica, i rapporti tra Ue e Regno Unito in ambito di difesa e sicurezza, il terrorismo internazionale e la sicurezza climatica.






