Il trilemma delle tecnologie critiche

Per anni abbiamo trattato la tecnologia come una normale arena economica: più concorrenza, più innovazione, più crescita. Oggi quella lettura non basta più. Semiconduttori, 5G, cloud, intelligenza artificiale e mobilità elettrica non sono soltanto mercati bensì infrastrutture critiche, leve di potere e potenziali vulnerabilità. Per questo Stati Uniti, Cina e Unione europea hanno riaperto tre dossier insieme: concorrenza, sicurezza nazionale e politica industriale. Il punto, però, è che nei settori strategici questi obiettivi non si sommano automaticamente. Spesso si ostacolano.

Prendendo spunto dal famoso ma differente trilemma dell’economista Dani Rodrik, propongo un nuovo trilemma, quello delle tecnologie critiche. In un settore tecnologico strategico un governo può spingere forte sulla politica industriale e su uno tra concorrenza e sicurezza, ma difficilmente può massimizzare tutti e tre contemporaneamente.

Sarebbe facile fermarsi qui e concludere che la politica industriale è il problema, perché distorce i mercati. È una lettura comoda, ma incompleta. In un mondo securitizzato, la politica industriale è sempre più spesso la soluzione: non una bacchetta magica che elimina i trade-off, ma il principale strumento con cui gestirli e, soprattutto, con cui evitare gli esiti peggiori.

Ma cosa si intende con concorrenza, sicurezza nazionale e politica industriale? In modo semplificato, concorrenza significa mercati contendibili, ingresso aperto e regole tendenzialmente neutrali. Sicurezza nazionale significa controllo su tecnologie, supply chain e infrastrutture critiche, riducendo dipendenze e vulnerabilità sfruttabili da avversari. Politica industriale è la cassetta degli attrezzi con cui lo Stato orienta investimenti e struttura produttiva: ricerca e sviluppo, incentivi, appalti, standard, infrastrutture, competenze. Il conflitto è strutturale: la sicurezza chiede selettività, la concorrenza chiede neutralità, la politica industriale implica priorità e direzione. Per questo avere tutto è difficile. Ma proprio perché è difficile serve un meccanismo che renda il compromesso governabile. Quel meccanismo, oggi, è la politica industriale.

Perché la politica industriale è il collante (non il nemico)

In un mondo in cui la sicurezza torna centrale, la domanda non è se ci sarà intervento pubblico. La domanda è se quell’intervento produrrà mercati blindati e oligopoli protetti, con poca innovazione, oppure mercati resilienti e dinamici, in cui la sicurezza è perseguita senza soffocare la competizione. La tesi è che la politica industriale, se progettata bene, è l’unico strumento capace di spostare il sistema verso il secondo esito. Senza politica industriale, la securitizzazione tende a tradursi in una chiusura grezza con esclusioni, barriere, reshoring simbolico, duplicazioni inefficaci. Con una politica industriale pro-competitiva, invece, la sicurezza può essere perseguita attraverso diversificazione, interoperabilità, capacità domestica mirata e incentivi contestabili, mantenendo spazio per innovazione e ingresso.

Quando industria e concorrenza si rafforzano: l’auto elettrica

La corsa all’auto elettrica mostra come questo possa funzionare. L’intervento pubblico può convivere con un’arena competitiva quando lo Stato indica la direzione tecnologica senza congelare i vincitori. Nel caso cinese, una fase iniziale di sussidi è stata affiancata da investimenti in infrastrutture e da standard tecnici progressivamente più stringenti; poi, con l’evoluzione degli strumenti, la selezione di mercato è diventata più dura e la competizione sui prezzi più spietata. Il risultato non è stato un settore protetto e statico, ma un ecosistema in cui molte imprese competono e innovano. Qui la politica industriale ha svolto due funzioni insieme: ha accelerato la trasformazione e ha evitato che l’intervento pubblico diventasse rendita permanente.

Quando la sicurezza domina: la guerra dei semiconduttori

Nei semiconduttori la sicurezza prevale e la neutralità perfetta è poco realistica. Dipendenze, colli di bottiglia e controlli sulle tecnologie avanzate trasformano l’efficienza in una variabile subordinata alla resilienza. Ma proprio per questo, come visto con Made in China 2025, lo US Chips Act e lo European Chips Act, la politica industriale diventa decisiva. L’alternativa non è mercato puro; è una corsa disordinata a sussidi e chiusure, in cui ogni Paese prova a duplicare capacità senza coordinamento, pagando costi altissimi e spesso ottenendo poco in termini di autonomia reale. Una politica industriale ben disegnata, anche in un contesto securitario, può concentrare risorse sui nodi davvero critici, investire in competenze e R&S, coordinare la supply chain con alleati e mantenere competizione dentro il perimetro considerato sicuro. Se la sicurezza obbliga a restringere il campo, la politica industriale decide se quel campo diventa un oligopolio pigro o un ecosistema che continua a innovare.

Il caso 5G: securitizzazione senza strategia industriale

Il 5G è forse il caso più istruttivo perché mostra cosa succede quando si prova a tenere insieme concorrenza e sicurezza senza un disegno industriale coerente. Per anni un mercato relativamente aperto ha spinto prezzi verso il basso e ha moltiplicato le opzioni tecnologiche. Poi la geopolitica ha bussato alla porta: timori di dipendenza, rischi di interferenze, nuova percezione di vulnerabilità. A quel punto la logica concorrenziale si è rapidamente subordinata a quella securitaria: fornitori considerati rischiosi come Huawei sono stati esclusi o fortemente limitati, e il mercato si è ristretto. Questa scelta può essere legittima sul piano della sicurezza nazionale, ma ha un effetto prevedibile: meno fornitori, più concentrazione, costi di transizione e rischio di dipendere da pochissimi fornitori “ammissibili”. È qui che la politica industriale può fare la differenza, non per negare la sicurezza, ma per evitare che la sicurezza si traduca automaticamente in un mercato più chiuso e meno innovativo.

Una politica industriale pro-competitiva per un mondo securitizzato

Se questa è la tesi, la conseguenza è pratica: la politica industriale deve essere progettata come architettura di mercato, non come distribuzione di rendite. Deve essere contendibile, temporanea, legata a risultati misurabili e disegnata per diversificare, non per creare nuove dipendenze domestiche. Deve anche essere selettiva nel modo giusto: securitizzare tutto distrugge la concorrenza mentre distinguere ciò che è davvero critico da ciò che può restare contendibile è parte della strategia.

La conclusione è che sia necessario gestire il triangolo, non negarlo. Il trilemma tecnologico non è un esercizio accademico: è la condizione politica del nostro tempo. Non possiamo avere tutti e tre i vertici sempre al massimo. Possiamo però decidere se l’inevitabile compromesso produce chiusura sterile o capacità competitiva. E quella decisione, oggi, passa dalla politica industriale: il vero collante che rende governabile un triangolo altrimenti impossibile.

Studente e ricercatore alla Harvard Kennedy School, dove si occupa di economia politica e geopolitica. In precedenza ha lavorato come consulente presso il Boston Consulting Group in Medio Oriente in materia di politiche industriali e sviluppo economico. Collabora regolarmente con testate italiane e internazionali, tra cui Il Sole 24 Ore, Harvard Review e Yale Review, ed è conduttore del podcast “Finanza, Pizza e Mandolino”.

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