Il Palestine Donor Group e la ricerca di spazio dell’Unione europea nel processo di pace

Dopo l’annuncio a settembre, la proposta del Palestine Donor Group, organizzato dalla DG MENA, ha assunto una nuova centralità, ponendosi come risposta europea alla gestione diplomatica della pace in Medio Oriente.

Il piano di Trump per Gaza, proposto il 29 settembre scorso, approvato poi dall’ONU il 17 novembre, ha ancora una volta mostrato che una soluzione tutta americana è stata l’unica in grado di ottenere un consenso generale, nondimeno dall’Unione europea, che ne ha espresso pieno sostegno. “Siamo pronti a contribuire al suo successo con tutti gli strumenti a nostra disposizione”, ha dichiarato Von der Leyen su X.

Tuttavia, il 14 ottobre scorso, Benjamin Netanyahu ha definito l’Europa un attore “irrilevante” nel processo di mediazione in Medio Oriente. Questa denominazione aggressiva, da una parte, è frutto di due anni di evidenti ambiguità e divisioni all’interno dell’Unione, in cui le opinioni degli stessi paesi membri su Israele e Gaza sono state e rimangono, assai divergenti. Basti pensare alla proposta dello scorso settembre della Commissione di imporre sanzioni economiche a Israele e di ridurre i legami commerciali che non è andata in porto dopo la comparsa del Piano. Kaja Kallas ha riferito di “mantenere le proposte sul tavolo”, ma di non voler prendere alcuna decisione al riguardo, vista la “fragilità” della situazione sul campo. Kallas si è appigliata quindi alla tenuità della tregua per cambiare posizione; ciò non giova alla credibilità dell’Unione – ha dichiarato anche il ministro degli Esteri belga Prévot – che si erge da anni guardiana di un ordine geopolitico fondato sulla certezza del diritto internazionale, ripetutamente violato da Israele stesso.

Avendo ormai il Piano sul tavolo, la parte difficile sta nell’implementazione, fase in cui l’Ue potrebbe tentare di riacquisire autorevolezza e di tornare ad essere rilevante. Tra ponti aerei, corridoi e le missioni già attive come EUBAM Rafah e EUPOL COPPS, come indicato dalla commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica, la strategia europea punta ad assumere un “ruolo cruciale” nella dimensione umanitaria. Šuica ha poi ribadito “l’interesse” dell’Ue a “contribuire alla governance” transitoria della Striscia e ha assicurato che la Commissione europea “mobiliterà tutti gli strumenti a disposizione” per garantire la soluzione a due Stati. Ciò riflette sicuramente la volontà di acquisire una narrativa positiva. Anche il Consiglio europeo, nella plenaria del 23 ottobre scorso, ha ribadito fermamente il contributo agli sforzi di pace. Cos’è effettivamente cambiato?

Un’iniziativa europea: il Palestine Donor Group

Svoltosi a Bruxelles il 20 novembre, il Palestine Donor Group ha posto al centro l’Autorità Palestinese, lasciata invece indietro nel piano di pace. 60 delegazioni provenienti da tutto il mondo per discutere del futuro di Gaza, tra cui attori chiave, statali e non, paesi europei e arabi, si sono riunite. A presiedere, la commissaria Šuica e il premier palestinese Mohammad Mustafa.

Ramallah è stata marginalizzata nel piano di Trump, pur essendo protagonista. Sarà invece Bruxelles a rimarcare il suo ruolo di primo finanziatore della Palestina, avendo messo a disposizione 30 miliardi di euro dal 1994. Inoltre, ad aprile la Commissione ha adottato un programma pluriennale e globale da 1,6 miliardi per sostenere la ripresa e la resilienza della Palestina. L’Unione quindi si è proposta come miglior attore per accompagnare l’Autorità nel processo – sia politicamente che finanziariamente – cercando di ritagliarsi un ruolo nella gestione della Striscia post-conflitto; tuttavia, non ha perso l’occasione per sottolineare il suo “leading international effort”, come si legge anche nel titolo dell’evento.

Durante il Donor, sono stati proposti ulteriori aiuti economici. La commissaria Šuica ha annunciato la firma per altri 82 milioni (oltre ai già stanziati 88) che saranno implementati tramite il meccanismo PEGASE, utilizzato per elargire spese essenziali per la ricostruzione finanziaria, nei prossimi due anni. Si parla di cifre enormi, ma come ha sottolineato lo stesso Mustafa, il governo palestinese non è in grado di sostenere riforme, se gli vengono negate le entrate. Questo accade a causa del blocco che Israele impone alle risorse fiscali destinate ai territori occupati. Tel Aviv ha accumulato “dai 3 ai 4 miliardi di euro”, ha ricordato la commissaria, che ha poi assicurato che l’impegno diplomatico europeo verrà investito totalmente nel tentativo di spingere Israele a rilasciare queste entrate.

Mustafa ha denunciato inequivocabilmente la tragica situazione in cui Gaza e la Cisgiordania si trovano. Ha richiesto che Israele sia riconosciuto come solo responsabile della distruzione di Gaza e, in quanto tale, unico attore cui spetta il pagamento totale dei danni della ricostruzione.

Un aspetto ambiguo è che gli Stati Uniti non abbiano inviato alcun rappresentante alla conferenza a Bruxelles. Questo dice molto su come Washington percepisca il ruolo dell’UE nel processo di pace in Medio Oriente. Tagliata fuori dal Piano, l’Unione ha cercato di investire molto sull’AP in occasioni come questa, da un lato per renderla più forte, dall’altra parte per assicurarsi un posto da interlocutore al tavolo quando e se sarà possibile. Il paradosso è però che continua a essere restia sui rapporti con lo Stato ebraico, sia diplomatici che commerciali.

Un punto fondamentale è focalizzarsi su una mediazione che abbia l’intento di una ricostruzione reale. Sicuramente Bruxelles punta a far parte del futuro Board of Peace, di cui però l’unico membro noto è chiaramente Washington. Il rischio è che questo sia percepito come una posizione di forza e che gli sforzi di rilanciare la centralità dell’Autorità e il ruolo diplomatico dell’Ue siano stati vani.

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