Barriere e protezionismo mettono a rischio la pace

di Marco Magnani*

La globalizzazione moderna ha rivelato eccessi, limiti e distorsioni ma anche prodotto enormi benefici, garantendo prosperità, progresso e un buon grado di stabilità e pace a gran parte del mondo. Da qualche tempo tuttavia la globalizzazione sembra aver perso slancio. La ritirata della globalizzazione è metaforicamente rappresentata da quella delle acque del canale di Panama, il cui livello si è abbassato a causa della siccità, in tal modo limitando il passaggio di navi in uno dei punti nevralgici del commercio mondiale.

Il clima nei confronti della globalizzazione è cambiato. In molti paesi è diminuito il sostegno popolare, e quindi anche quello della politica. Gli obiettivi di libera circolazione di merci e servizi, lavoro e capitali, persone e idee, tecnologia e innovazione che hanno caratterizzato la globalizzazione moderna sono entrati in crisi. Ed è in corso un forte ripensamento sui vantaggi della globalizzazione mentre cresce la domanda di protezione in tutti gli ambiti.

È in corso soprattutto un forte ritorno al protezionismo in campo economico. Esigenze di sviluppo locale, tutela dell’occupazione domestica e difesa delle industrie nazionali tendono a prevalere su obiettivi di apertura dei mercati, integrazione economica, concorrenza. Di conseguenza rallentano commercio internazionale e delocalizzazione, si regionalizzano gli scambi e cambiano configurazione le Gvc, aumentano i controlli su movimenti di capitale e investimenti diretti esteri, cresce la regolamentazione del settore dei servizi finanziari. Anche parte della teoria economica sostiene questa tendenza e – con la teoria del commercio strategico ‒ mette in discussione i principi di libero scambio enunciati da Smith e Ricardo.

Il protezionismo è spesso utilizzato dalla politica per rispondere a un malessere economico o sociale. Non è un caso che a seguito della crisi finanziaria del 2008 è iniziato un periodo caratterizzato da barriere, tariffarie e non, ristagno di accordi commerciali multilaterali, aumento di controlli su movimenti di capitali e restrizioni su investimenti diretti esteri.

Il ritorno al protezionismo: alcuni casi

Il capitalismo di stato cinese mostra molte caratteristiche protezioniste. Il piano Made in China 2025, lanciato nel maggio 2015, si propone di sviluppare ulteriormente il settore manifatturiero domestico al fine di ridurre il grado di dipendenza della Cina da fornitori stranieri, soprattutto in ambito tecnologico. E nel 2020, con il lancio della politica della “doppia circolazione”, Pechino ha confermato l’obiettivo di rendere l’economia meno dipendente dall’estero e più concentrata sul proprio mercato interno.

Non molto diverso lo spirito dello slogan populista America First con il quale Trump ha scatenato una guerra doganale nel corso della sua presidenza. E l’Amministrazione Biden ha dato continuità a gran parte delle misure protezionistiche introdotte dal predecessore, seppur con toni più moderati e riducendo le tensioni con gli alleati. Particolarmente significativo il Build Back Better Act del 2021 che, anche in reazione alla crisi prodotta dalla pandemia, contempla investimenti complessivi per circa 1,2 trilioni di dollari e contiene diversi elementi protezionistici. Il piano è diviso in tre parti ‒ Rescue Plan, Jobs Plan, Families Plan – e prevede investimenti in strade e ponti, porti e aeroporti, sistemi idrici e rete elettrica, trasporto pubblico e servizi ferroviari, banda larga, veicoli elettrici e tutela ambientale. Anche il piano strategico per facilitare la transizione energetica ‒ Inflation Reduction Act (IRA) del 2022 – contiene forti elementi protezionisti. Le centinaia di miliardi di dollari di agevolazioni fiscali, sussidi e finanziamenti stanziati hanno l’obiettivo di favorire la transizione energetica ma anche di rilanciare le capacità manifatturiere interne e ridurne la dipendenza dalla Cina di materiali critici.

Nella stessa direzione vanno le recenti decisioni del governo indiano di bloccare le esportazioni di grano (per contrastare l’inflazione interna sui generi alimentari) e limitare quelle di zucchero (per dirottarle alla produzione di etanolo). E con il piano Make in India, New Delhi si pone l’obiettivo di ridurre la dipendenza dei settori manifatturieri dall’estero e stanzia 10 miliardi di dollari per creare un’industria nazionale di semiconduttori. Anche l’Ue cerca di costruire un’“autonomia strategica” e cresce la tentazione di perseguire quella che il Nobel per l’economia Maurice Allais ha definito «préférence européenne»: difendere le aziende europee dall’avanzata di multinazionali americane nel digitale e cinesi nella manifattura.

Il ritorno al protezionismo è un dato di fatto e l’impatto negativo che questo trend può avere non va sottovalutato. Infatti, la storia ci insegna che i rischi vanno ben al di là del costo economico. È importante ricordare quanto accaduto dopo la Grande depressione del 1929, quando ogni paese aveva cercato di uscire dalla propria crisi a spese degli altri innescando un’ondata di protezionismo. L’introduzione nel 1930 dello Smoot-Hawley Tariff Act da parte degli Usa produsse dapprima a una guerra commerciale tra nazioni, con conseguente impoverimento generale, e successivamente a una guerra mondiale.

La speranza è che la storia non si ripeta. Perché, come sosteneva l’economista francese Frederic Bastiat “dove non passano le merci, passeranno gli eserciti”.

 

*Docente di International Economics in Luiss a Roma e Università Cattolica a Milano. Autore de “Il Grande Scollamento. Timori e speranze dopo gli eccessi della globalizzazione”, Bocconi University Press

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