Dopo giorni di chiusura al resto del mondo, imponenti proteste antigovernative e una repressione feroce che ha fatto sicuramente centinaia di morti e migliaia di feriti, con un bagaglio di circa diecimila arresti, molti dei quali passibili di essere condannati alle pene più estreme, compresa quella capitale, l’Iran deve fare il bilancio dell’accaduto e trarne le necessarie conseguenze. Ma non sarà certo facile.
Il regime ha tenuto un atteggiamento inflessibile. Sia il Presidente Masud Pezeshkian, che la Guida Suprema ed effettivo capo dello Stato, l’ayatollah Ali Khamenei, hanno annunciato una durissima repressione, accusando i manifestanti di fare gli interessi degli Stati Uniti e di Israele. Nello stesso tempo hanno minacciato rappresaglie se gli Usa fossero intervenuti militarmente, come aveva minacciato il Presidente Donald Trump, per evitare il bagno di sangue.
Contatti segreti e prospettive di negoziato
Ma contemporaneamente ci sono stati contatti e colloqui segreti tra esponenti iraniani e americani. Non sappiamo ancora se da questi scaturirà prima o poi un nuovo negoziato sul nucleare, sugli armamenti missilistici e probabilmente anche sui legami che Teheran mantiene con gli Huti dello Yemen, Hezbollah in Libano e Siria, e quel che resta di Hamas. Dopo le sconfitte subite in questo ultimo periodo e con il gravoso problema irrisolto della crisi economica, il regime iraniano avrebbe tutto l’interesse a ricercare un ammorbidimento e possibilmente la fine delle sanzioni economiche.
Obiettivi così importanti e complessi potrebbero richiedere ancora molti chiarimenti prima di essere negoziati apertamente. Nel frattempo, però, è interessante notare come una delle richieste fatte da Trump, e cioè la sospensione delle esecuzioni dei condannati a morte, sembri reggere. Vedremo se da cosa nasce cosa, o se si è trattato di un semplice miraggio.
Le cause della rivolta e il collasso economico
Comunque Teheran deve essere consapevole che le ragioni della rivolta sono state molteplici, anche se quello che ha dato il via è stata la serrata di un gran numero di bazar, perché i commercianti non riuscivano più a rifornirsi di merce a causa della rapidissima svalutazione del rial e di un’inflazione che supera ormai il 40%. Un processo di rapidissimo impoverimento aveva già spinto il governo all’elargizione di aiuti straordinari e di cibo, ma la situazione è ormai fuori controllo.
A questo drammatico impoverimento si aggiunge il timore di un ulteriore crollo del prezzo degli idrocarburi e il peso insopportabile di un’economia di guerra, volta in primo luogo a finanziare i programmi nucleari, missilistici e di riarmo del regime, a fronte della dura sconfitta politica che quest’ultimo ha subito con la perdita della sua influenza in Siria e l’avventurismo terroristico di Hamas.
Divisioni interne e ruolo dei Pasdaran
Il regime è stato indebolito anche dalla ripresa delle proteste delle minoranze etniche, specie nel sud del Paese, e dall’appello alla rivolta da parte di Reza Pahlavi, figlio del deposto monarca e in esilio dal 1979.
L’avvicinarsi del momento in cui sarà inevitabile scegliere il successore della Guida Suprema, ormai anziano e malato, è un ulteriore fattore di divisione e debolezza interna. Ne è una spia anche la crescente importanza dei Pasdaran, sia nella repressione che nel controllo dei maggiori interessi economici dell’Iran, perché Khamenei teme la defezione o la riluttanza ad agire dell’amministrazione pubblica, incluse le Forze Armate.
Crisi economica e blocco delle aperture politiche
Ma al centro resta la gravissima crisi economica, da cui è difficilissimo uscire anche a causa delle sanzioni economiche inflitte al regime per bloccare il processo di arricchimento dell’uranio e, in genere, i suoi programmi nucleari segreti. I recenti bombardamenti americani e israeliani hanno ricordato a tutti la centralità della questione nucleare iraniana.
Sarebbe quindi interesse dello stesso regime aprire un serio negoziato con americani ed europei per tentare di sciogliere questo nodo, e l’elezione di Pezeshkian sembrava andare in questa direzione. Ma in realtà, come già è accaduto a molti suoi predecessori “moderati”, il controllo politico della Guida Suprema ha sempre bloccato ogni apertura. Tanto più oggi che, a causa degli scenari di guerra aperti, da Gaza fino all’Ucraina, nel mirino americano – oltre all’uranio – ci sono anche i programmi missilistici e i droni bellici iraniani.
Trump, il Venezuela e il rischio di cambio di regime
Ora, l’intervento americano in Venezuela accresce il timore degli ayatollah di Teheran che gli Usa, magari in collegamento con Israele, vogliano usare metodi analoghi per arrivare a un cambio di regime, o comunque agitano questo spettro, interpretando in tal modo la minaccia espressa da Donald Trump, quando ha detto che una repressione troppo violenta avrebbe portato a una dura reazione americana. Il governo iraniano spera così di suscitare una reazione patriottica che potrebbe favorirlo.
Prospettive future e rischi per il regime
Siamo quindi di fronte a una situazione aperta a diversi sviluppi. La maggioranza degli osservatori non ritiene che la gravità delle proteste abbia raggiunto un livello capace di rovesciare il regime, anche perché mancano leader dell’opposizione forti e riconosciuti a livello nazionale. Tuttavia questo non esclude un aggravarsi della crisi politica interna e magari anche un’ulteriore involuzione massimalistica del regime, sia a livello interno che internazionale, che potrebbe poi portare a una sua inevitabile crisi.
I morti e i feriti non potranno essere dimenticati, tanto più se a essi dovesse aggiungersi una lunga lista di condanne a morte e ad altre pene “esemplari”. Anche senza un intervento militare, se il negoziato con gli americani non verrà sviluppato, è molto probabile che all’Iran verranno inflitte nuove sanzioni, aggravandone la crisi. Una sempre maggiore dipendenza da Russia e Cina sarebbe, per l’attuale leadership iraniana, un boccone amaro e difficile da accettare. Il prezzo da pagare per salvare il regime degli ayatollah potrebbe rivelarsi troppo alto, almeno per parte della sua leadership.
Consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali e direttore editoriale di AffarInternazionali. È stato presidente dello IAI dal 2001 al 2013. È editorialista de Il Sole 24 Ore dal 1985. È stato sottosegretario di Stato alla Difesa (gennaio 1995-maggio 1996), consigliere del sottosegretario agli Esteri incaricato per gli Affari europei (1975), e consulente della Presidenza del Consiglio sotto diversi governi. Ha svolto e svolge lavoro di consulenza sia per il Ministero degli Esteri che per quelli della Difesa e dell'Industria.






