Trump e l’Europa nel nuovo disordine internazionale

L’avventura venezuelana di Trump è un utile punto di partenza per valutare l’effettiva portata pratica del recente documento sulla strategia di sicurezza degli Usa. In primo luogo, essa permette di dare una conferma concreta all’indicazione che il rafforzamento del controllo americano sull’emisfero occidentale e in particolare sull’America Latina, la nuova “dottrina Monroe”, rappresenta la principale priorità dell’amministrazione Trump. L’obiettivo è doppio: l’esclusione dal continente di influenze politiche ed economiche straniere potenzialmente ostili e il controllo e lo sfruttamento delle risorse naturali, in particolare degli idrocarburi. Il tutto nella totale indifferenza rispetto alla natura, democratica o meno, dei governi chiamati a conformarsi ai voleri di Washington.

Esposto in questi termini, si tratterebbe dell’enunciazione di un chiaro disegno neocoloniale o imperiale. L’esperienza ci insegna però che le avventure imperiali non comportano solo gloria e vantaggi per chi ne è protagonista, ma anche grandi rischi e notevoli sacrifici. Sono sforzi collettivi che, per avere successo, devono appoggiarsi su una narrativa nazionale condivisa. Virgilio, cantore del destino imperiale di Roma, era più popolare dell’anti-imperialista Tacito. In tempi più recenti personaggi come Kipling, Jules Ferry o Carl Schmitt toccavano corde molto sensibili nell’opinione pubblica. Lo stesso è vero per gli ideologi che stanno oggi intorno a Putin, come pure per i “neo-con” che predicavano l’esportazione della democrazia come grande missione dell’America.

Il problema è che Trump è stato eletto anche perché si è fatto portatore di una critica senza riserve proprio sul rovinoso fallimento delle avventure afgane e irachene. Una svolta nella visione del rapporto fra l’America e il mondo che era già cominciata con Obama e che accomuna oggi non solo molte delle tribù che compongono il variegato elettorato MAGA, ma anche settori di quello democratico. È difficile immaginare un nuovo Tennyson capace di sedurre gli americani di oggi con l’equivalente della “Carica della brigata leggera”. Per poter essere accettata dall’opinione pubblica, la nuova versione dell’imperialismo deve essere quindi a “costo politico zero” e non implicare alcun impegno militare duraturo.

Il presupposto è quindi che l’oggetto a cui si richiede un certo comportamento si pieghi alle richieste americane di fronte al semplice dispiegamento dell’immensa forza degli Stati Uniti, o con un minimo esercizio della stessa. Il problema è che più le richieste diventano estreme e lontane dalle accettate norme internazionali, più rischia di diventare ineludibile un nuovo massiccio e duraturo uso della forza.

Il Venezuela come banco di prova dell’imperialismo

Le prossime settimane ci diranno come Trump intende dar senso al progetto di “governare” il Venezuela. Le prime indicazioni ci dicono che l’intenzione è di servirsi di pezzi del regime di Maduro. L’operazione è tuttavia ad altissimo rischio. Lo stato disastroso in cui versa il Venezuela dopo decenni di dittatura chavista è ampiamente noto, come pure le condizioni dell’industria petrolifera. Un simile disegno avrebbe richiesto mesi di accurata preparazione che invece non sembra esistere.

Ogni miracolo è possibile, ma che Washington sia capace di sfornare, in tempi rapidissimi, un convincente piano di rilancio e di riforme e, soprattutto, che i resti dell’amministrazione Maduro siano capaci di darvi seguito sfiora i limiti dell’immaginazione. Lo stesso si può dire del settore petrolifero dove le compagnie americane avranno bisogno di notevoli incentivi e garanzie per essere indotte a rientrare in un contesto da cui furono brutalmente espulse alcuni decenni fa.

Se tutto ciò non produrrà in tempi rapidi visibili effetti benefici per la popolazione, si può temere che le tensioni sociali e politiche si riaccenderanno rendendo la situazione ingovernabile. La responsabilità percepita ricadrebbe inevitabilmente sugli Usa, i quali potrebbero allora essere costretti a un nuovo intervento, questa volta visibile e duraturo. Il contrario di quanto Trump promette agli americani.

Considerazioni analoghe valgono per il resto del Continente, considerando che è improbabile che l’azione di Trump si limiti al Venezuela. È un fatto che i regimi di sinistra esistenti siano piuttosto screditati e il vento soffia attualmente nel senso di governi più favorevoli all’America. Ciò non toglie che l’intero Continente sia afflitto da squilibri strutturali, tradizionale malgoverno e tensioni sociali le cui difficoltà di gestione si scaricheranno direttamente sull’America.

Il tutto sullo sfondo di un profondo e storico antiamericanismo che serpeggia ovunque nel Continente, e che la propaganda russa e cinese non mancheranno di incoraggiare attivamente. Perché, se Mosca e Pechino non possono fare nulla per contrastare la nuova “dottrina Monroe”, possono fare molto per sabotarne la messa in opera.

Yalta planetaria: un’illusione geopolitica

Queste obiettive difficoltà dell’ipotesi di un nuovo disegno imperiale incoraggiano un’altra tesi: che l’obiettivo di Trump sia quello di proporre a Cina e Russia una nuova “Yalta planetaria”, una spartizione delle sfere di influenza. L’idea stessa richiede però una certa simmetria di un rapporto di forza stabilizzato e riconoscimenti reciproci. La Yalta che chiuse la guerra mondiale era fondata sulla presa d’atto della situazione creata sul terreno dagli avvenimenti bellici.

Oggi la situazione è molto diversa. Riconoscere una sfera d’influenza americana sull’emisfero occidentale non costa molto a Cina e Russia che non sono in condizioni di contrastare i progetti trumpiani. La Russia sarà costretta a subire la fine della sua influenza politica su alcuni paesi, che del resto era già molto compromessa. La Cina dovrà limitare le sue ambizioni economiche, sapendo comunque che non potrà essere completamente esclusa dal Continente. La situazione in Asia e in Europa è del tutto diversa. L’America è perfettamente in grado di contrastare l’espansionismo russo e cinese.

Il riconoscimento di sfere di influenza, quale che sia la loro ampiezza, comporterebbe quindi da parte americana concessioni senza vera contropartita. Ciò avrebbe il risultato non solo di indebolirne l’autorità e la credibilità presso gli alleati e i non allineati, ma anche di creare un contesto in cui la possibilità di nuovi conflitti e rivendicazioni resterebbe elevata.

Inoltre non si vede come questo processo potrebbe escludere l’Africa, per cui si aprirebbe dunque una nuova corsa alla spartizione. Una situazione molto lontana dalla relativa stabilità che era comunque garantita dalla Yalta che abbiamo conosciuto. In sostanza, l’America indebolirà la sua autorità morale, rinunciando a un soft power in passato rivendicato con successo anche se non sempre esercitato in modo coerente, mentre non otterrà in cambio nessuna vera garanzia di sicurezza.

L’Europa tra pressione americana e sfida esistenziale

Ciò ci porta a concludere questa analisi valutando le implicazioni per l’Europa che si trova sottoposta a una molteplice pressione e forse alla più difficile sfida esistenziale degli ultimi 80 anni.

In primo luogo, il grave colpo portato da Trump ai residui del sistema multilaterale che gli Usa avevano creato con il nostro aiuto dopo la Seconda Guerra Mondiale e che gli europei avevano trasformato in una causa quasi identitaria. Ciò ci obbliga a rivedere la nostra visione del mondo e delle relazioni internazionali.

In secondo luogo, la pressione per accettare una conclusione della guerra in Ucraina a condizioni che molti giudicano troppo favorevoli a Putin. Una pressione questa che gli europei stanno però finora dimostrando di saper contrastare con un certo successo, anche se è troppo presto per trarre conclusioni definitive.

In terzo luogo, alla pressione strategica si aggiunge un confronto che si può solo definire ideologico. Una parte del mondo trumpiano, di cui l’esponente più visibile è il vicepresidente Vance, accusa apertamente l’Europa di decadenza politica e morale se non di un preteso tradimento dei “valori occidentali”. Un’accusa che è accompagnata da un aperto sostegno ai movimenti di estrema destra.

Ciò che colpisce in questa posizione è quanto sia ideologicamente simile a quella di Putin. La verità è che probabilmente questo doppio attacco, oltre ad avere lo stesso contenuto, ha anche la stessa motivazione: che il modello europeo di democrazia liberale costituisce un pericoloso rischio per le basi ideologiche del sistema putiniano, ma anche per l’evoluzione che alcuni definiscono “post liberale” o “nazionalista cristiana”, promossa da una parte del movimento MAGA. I suoi sostenitori a Washington potrebbero però trovarsi di fronte a una spiacevole sorpresa. In un contesto di crescente antiamericanismo presente anche in Europa, una parte delle forze estremiste, a destra come a sinistra, si sentirà in effetti molto più vicina a Putin che a Trump.

La Groenlandia: dal paradosso della convergenza al rischio di conflitto

Infine, c’è la novità costituita dalla riproposizione, in termini particolarmente violenti, della rivendicazione sulla Groenlandia. È troppo presto per formulare a questo proposito un’analisi completa. Si può tuttavia constatare che ci troviamo di fronte a un perverso paradosso.

Da un lato, se c’è un caso in cui è evidente una potenziale convergenza, è proprio questo. Data l’importanza strategica della Groenlandia e il suo immenso, ma difficile da sfruttare, potenziale di materie prime, il buon senso e l’interesse comune suggerirebbero infatti una accresciuta collaborazione fra Europa e Usa. Porre invece, come fa Trump, la questione in termini di sovranità, rende il compromesso impossibile e porta direttamente al conflitto. Come ha giustamente osservato la prima ministra danese, il ricorso alla forza da parte di Trump avrebbe effetti imprevedibili e devastanti per la Nato e le relazioni transatlantiche.

In queste condizioni, agli europei consapevoli dell’impossibilità di poter resistere a un attacco militare, si apre solo la strada di cercare con ogni mezzo disponibile di alzare il prezzo politico interno ed esterno che Trump dovrebbe pagare se volesse ricorrere alla forza; con la diplomazia, ma anche con il rafforzamento della presenza sul territorio. È del resto ciò che le prime mosse lasciano intravedere.

Come scrisse Brecht, “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore, fra l'altro, dei volumi 'L'Unione europea: una storia non ufficiale' e 'Stare in Europa: Sogno, incubo e realtà'

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