Trump e la Groenlandia: intervista a Klaus Dodds

“Per Trump la Groenlandia è diventata una vera ossessione, fatta di risentimento e spirito di rivalsa per essersi dovuto fermare durante il primo mandato. Non si fermerà”.

Tra chi non si fida della marcia indietro del Presidente americano nelle sue mire di conquista dell’isola artica è Klaus Dodds, uno dei massimi esperti mondiali delle regioni polari, con particolare esperienza proprio sull’Artico, che ha percorso in lungo e in largo nell’ultimo decennio. Quando ci risponde è appena rientrato da una riunione a Copenhagen, ascoltatissimo consulente della Nato e di vari governi, quello britannico in testa. Per trent’anni professore di geopolitica a Londra, ora rettore della Facoltà di Scienze e tecnologia dell’Università del Middlesex, Dodds parla con sconforto e preoccupazione di quella enorme isola nordica, che per lui non è soltanto un “piece of ice”, un pezzo di ghiaccio come l’ha descritta Trump nel suo violentissimo intervento a Davos.

“È invece un mosaico di comunità diverse che ci vivono da millenni — mi racconta — e dove la presenza umana si inchina umile alla magnificenza di una natura spettacolare e implacabile”.

La strategia di Trump

Vederla ora nel mirino di un bulimico Trump lo indigna: “È un Presidente affascinato dalle carte geografiche — incalza Dodds —. Vede che il suo disegno di dominare l’emisfero occidentale, come detto chiaramente nella Strategia sulla sicurezza nazionale, a settentrione degli Stati Uniti passa inevitabilmente dalla Groenlandia e dal Canada. Come nei suoi diktat nazionali, anche sulla scena internazionale la sua mentalità lo porta ad agire tramite ordini esecutivi. Non vuole ostacoli. Lo sta facendo anche verso la Danimarca e la Groenlandia”.

Le sue mire comunque hanno anche ragioni economiche e non a caso l’intesa che avrebbe raggiunto con il segretario generale della Nato Rutte riguarda non solo il rafforzamento militare ma anche le risorse naturali. I cambiamenti climatici rendono infatti la Groenlandia maggiormente sfruttabile per estrarre minerali rari, gas e petrolio.

Risorse naturali e intelligenza artificiale

Dodds ha appena co-pubblicato il libro Unfrozen, cioè “Scongelato, la battaglia per il futuro dell’Artico”. Quanto davvero è già unfrozen la calotta di ghiaccio, gli chiedo. Quanto realistico in tempi brevi è lo sfruttamento di questo patrimonio che fa gola a Stati Uniti, Russia e Cina?

“Lo scioglimento dei ghiacci sta avvenendo a ritmo sostenuto — risponde — ma l’estrazione delle risorse richiederà ancora enormi investimenti e tempi lunghi. Le prospettive di sviluppo sono per ora modeste. A Trump però la Groenlandia interessa da subito soprattutto per la sua posizione geografica strategica per monitorare, intercettare e respingere eventuali minacce settentrionali verso gli Stati Uniti. Senza dimenticare l’interesse delle Big Tech per gli spazi e le condizioni atmosferiche favorevoli a centri dati per la Intelligenza Artificiale”.

Insomma passa dall’Artico il progetto di Golden Dome, lo scudo antimissile per i cieli americani, sull’esempio dell’Iron Dome che difende Israele. C’è una logica dunque nel suo atteggiamento predatorio ma così facendo Trump giustifica anche gli appetiti di altri sulle regioni artiche.

Le conseguenze geopolitiche

“Sulla stessa base mi aspetto che la Russia avanzi presto rivendicazioni sulle isole Svalbard (territorio norvegese in base a un trattato del 1920, riconosciuto nel 1935 dall’Unione Sovietica — ndr). Ora Putin può decidere che servono alla sicurezza russa sul versante polare artico, tanto più dopo l’espansione Nato a nord-est e la strenua resistenza ucraina al controllo di Mosca”, dice Dodds.

I pugni sul tavolo di Trump per prendersi la Groenlandia insomma fanno traballare anche le speranze di pace in Ucraina e la stabilità di tutte le terre a nord dei Paesi europei.

Per ora il braccio di ferro con la Danimarca e Bruxelles è congelato, in attesa di capire se l’apparente ripensamento di Trump ha fondamento o è solo una nuova mossa tattica per riprendere più avanti la partita.

Lo scenario militare

Per Dodds lo scenario peggiore è ancora possibile: “temo che un intervento militare americano in Groenlandia sia una possibilità reale, tanto più ora che Trump ha perso interesse nella maschera di pacificatore, che aveva fin qui indossato. Le minacce di Trump non puntano a una maggiore difesa in chiave geostrategica, bensì al pieno controllo della regione artica. Il governo canadese lo ha capito ed è già sul piede di guerra, per ora commerciale. Il recente accordo con la Cina ne è la prova”.

Il discorso del Premier canadese Carney a Davos, con il suo richiamo ai leader delle potenze di medie dimensioni a coalizzarsi, nasce proprio da questa consapevolezza.

La risposta europea

I leader europei, britannico Starmer compreso, hanno almeno sulla Groenlandia mantenuto una posizione ferma. Quanto durerà questo fronte comune? “Trump disprezza gli europei e anche verso il Regno Unito non c’è alcuna relazione speciale. Ci vede come un ostacolo per il tecno-capitalismo della sua Amministrazione e preferisce scegliersi individualmente gli interlocutori sul continente. I leader europei, compresa la vostra Premier Meloni, devono prendersi il rischio di sembrare sleali verso Trump e assumere una posizione netta. Non basta dire, come hanno fatto, che nuovi dazi sono un errore, perché sono molto di più. Sono una minaccia esistenziale all’unità transatlantica e alla Nato. In una situazione così estrema e polarizzata la lealtà verso Washington porta solo a tregue momentanee. Poi occorre scegliere da che parte stare”.

A parte rafforzare la presenza militare nell’Artico, sperando di poterlo fare insieme sotto l’ombrello Nato, gli europei che strumenti hanno per reagire?

“Ad esempio proprio quello di rivedere l’uso delle basi americane nei nostri Paesi: Regno Unito, Italia, Germania, Polonia, ne abbiamo a decine, Nato e non solo. Se gli Stati Uniti diventano un alleato inaffidabile, la presenza militare americana nei nostri territori diventa un problema da discutere”.

La fine della “bassa tensione” artica

L’analista di geopolitica, innamorato dei ghiacci e delle aurore boreali mozzafiato, termina così la nostra conversazione, atteso da altre interviste e riunioni su una crisi che sembra surreale. Un vecchio detto norvegese recita “Alto Nord, bassa tensione”, perché per secoli le sue distese desolate hanno sempre raffreddato gli appetiti e le mire territoriali degli ingombranti vicini.

Non è più così: “Solo un impeachment può fermare Trump, ma almeno fino alle elezioni di novembre il Congresso americano non ha la volontà politica di opporsi agli ordini esecutivi del Presidente” conclude Dodds.

Nel frattempo non sono solo i 57 mila groenlandesi a guardare sgomenti e col fiato sospeso le mosse dell’ex alleato americano, che alterna proclami bellicosi e repentini cambi di direzione, lasciando tutti sconcertati.

Marco Varvello è un giornalista con trentennale esperienza da inviato, editorialista e corrispondente dall’estero. Vive e lavora a Londra.

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